Turchia, 6 giornalisti condannati all’ergastolo. Dundar: “Erdogan come Mussolini”

di redazione Blitz
Pubblicato il 17 febbraio 2018 12:40 | Ultimo aggiornamento: 17 febbraio 2018 12:40
In Turchia 6 giornalisti sono stati condannati all'ergastolo

Recep Tayyip Erdogan (foto Ansa)

ANKARA – “La Turchia di oggi assomiglia all’Italia nel periodo fascista”: a dirlo è il giornalista turco Can Dundar, in esilio in Germania dal giugno 2016, che parla all’indomani della condanna all‘ergastolo aggravato (una sorta di 41 bis) nei confronti di sei giornalisti di spicco, accusati di essere il “braccio mediatico” del fallito golpe del 2016.

I sei reporter sono i primi ad essere condannati per sostegno alla presunta rete golpista di Fethullah Gulen. Erano già detenuti da oltre un anno e si sono sempre dichiarati innocenti. Con 155 reporter in carcere, calcola l’osservatorio Platform24, la Turchia resta la più grande prigione al mondo di giornalisti.

Nell’intervista, concessa al Corriere della Sera, Dundar ha toni molto duri nei confronti del presidente Recep Tayyip Erdogan, paragonato a Mussolini: “C’è un uomo forte al potere che usa la retorica nazionalista, quella delle quattro dita dei Fratelli Musulmani: una nazione, una bandiera, una patria, uno Stato. Il potere esecutivo, giudiziario e legislativo sono completamente in mano al presidente Erdogan. Diversi parlamentari del principale partito d’opposizione sono in prigione, per non parlare di quelli appartenenti al partito filo-curdo Hdp. Ormai non si può più parlare. Basta un tweet per finire in carcere”.

Dundar sottolinea come l’Europa non abbia fatto nulla per arginare questa situazione: “È inutile chiedere prese di posizione forti all’Europa. Io non mi fido più. Non lo faranno. Loro pensano solo a fare affari con la Turchia, non hanno intenzione di inimicarsela”, accusa Dundar. “Con l’accordo sui rifugiati l’Europa ha accettato un ricatto da parte di Erdogan, ha scelto di risolvere la questione dei migranti invece di difendere le persone che in questo momento in Turchia resistono e difendono i diritti umani”.

Per il giornalista “l’unica strada è quella della società civile. Siamo noi che dobbiamo mobilitarci e far sentire a quei turchi che protestano che siamo al loro fianco. Al di là dei toni arroganti, Ankara oggi è isolata internazionalmente ma sa anche che l’Europa non le volterà mai le spalle. Noi, invece, possiamo farlo. I risultati del referendum costituzionale del 2016 – conclude – hanno dimostrato che metà della popolazione turca è pronta a resistere”.