Turchia: rinvio a giudizio per i golpisti del 1980

Pubblicato il 10 Gennaio 2012 11:28 | Ultimo aggiornamento: 11 Gennaio 2012 14:51

ANKARA –  La resa dei conti della Turchia islamico-moderata con la casta militare iper-laicista ha avuto un nuovo sviluppo giudiziario nel procedimento a carico di due generali autori del colpo di Stato del 1980, il più sanguinoso e meglio organizzato fra i quattro che hanno travagliato la democrazia turca.

Aprendo la strada ad un processo che qualcuno definisce storico, un tribunale di Ankara ha accolto l’atto di accusa formulato nei confronti degli unici due superstiti della giunta militare a cinque autrice del golpe del 12 settembre di 32 anni fa: il suo presidente, Ahmet Kenan Evren, all’epoca capo di Stato maggiore delle forze armate, e Tahsin Sahinkaya, ex-comandante dell’aviazione.

Entrambi sono anziani (Evren ha 94 anni e il suo malandato ex-collega 86) ma viene chiesto per loro il carcere a vita. Qualsiasi ironia sulla durata della pena, in Turchia, viene sopraffatta dalla memoria della pagina nera che hanno scritto nella storia del paese pur con l’appoggiato dagli Usa e la  giustificazione che scontri fra estremisti di destra e sinistra stavano minando la stabilità di un pilastro della Nato alle prese con l’Urss.

Il loro colpo di stato aveva causato comunque la morte di 50 condannati alla pena capitale di 299 persone vittime di torture e detenzioni in condizioni disumane (gli arresti furono 650 mila e 230 mila i processi). Non pentito, Evren ha già minacciato di uccidersi se verrà portato in aula.

La sua processabilità è stata permessa da una riforma costituzionale varata con un referendum su questa e altre modifiche imposte nel 2010 dal premier Recep Tayyip Erdogan, notoriamente avversario dei militari: questi erano stati protagonisti della vita politica turca soprattutto con i colpi stato ”classici” del 1960 e del ’71 e, da ultimo con quello detto ”post-moderno” del 1997 che costrinse al ritiro dal governo la formazione islamica di cui il partito di Erdogan è emanazione.

Bastione della laicità imposta al paese musulmano dal fondatore della Turchia moderna, Kemal Ataturk, le Forze armate negli ultimi tre anni hanno visto ridurre la propria influenza a causa di una serie di inchieste giudiziarie su presunti piani di colpo di Stato anti-Erdogan indicati coi nomi di ”Ergenekon” e ”Balyoz”: stime giornalistiche parlano di circa 300 militari arrestati tra cui ben 140 generali e ammiragli in pensione o servizio.

Nonostante l’evelato numero di ufficiali a quattro stelle portati in carcere, ha fatto scalpore la settimana scorsa la caduta di un ultimo tabù: l’arresto dell’ex-Capo di Stato maggiore Ilker Basbug, il più alto in grado a finire dietro le sbarre del carcere di Silivri, a ovest di Istanbul.

Erdogan ha dichiarato che avrebbe preferito un processo a piede libero ribadendo così che la magistratura è indipendente e non sta dando la caccia ai militari per fini politici come invece sostiene l’opposizione laica del socialdemocratico Chp. Anche il suo leader, Kemal Kilicdaroglu, è indagato per controverse dichiarazioni e oggi ha drammatizzato lo scontro invocando la revoca della sua immunità parlamentare.