Mitt Romney in Israele alla ricerca di voti della comunità ebraica Usa

Pubblicato il 29 luglio 2012 18:03 | Ultimo aggiornamento: 29 luglio 2012 18:04

Mitt Romney col premier Netanyau

GERUSALEMME, ISRAELE –  Mentre le elezioni si avvicinano, il candidato repubblicano alla Casa Bianca, Mitt Romney, sta affrontando una delicata tappa in trasferta a Gerusalemme: puntando all’obiettivo, nemmeno tanto nascosto, di rimpinguare i consensi nell’elettorato ebraico statunitense e di consolidare quello dei cristiani evangelici.

Con alle spalle le immagini della Citta’ Vecchia, il mormone Romney implicitamente manda a dire a casa che – a differenza di quanto imputato al democratico Barack Obama, che in quattro anni di presidenza non ha mai visitato Israele – lui con questa terra pretende d’avere un legame intimo: non solo politico, ma anche religioso.

In quale misura l’iniziativa riuscira’ a persuadere gli ebrei Usa, tradizionalmente identificati con il voto democratico (e in maggioranza schierati, malgrado qualche diffidenza, ancora con Obama, stando ai sondaggi), resta da vedere. Lo staff di Romney ha comunque lavorato con metodo. Due lunghe interviste sono apparse sul ‘liberal’ Haaretz e sul nazionalista Israel ha-Yom, il diffuso free-press che a spada tratta sostiene il premier Benyamin Netanyahu e che e’ finanziato dal controverso uomo d’affari ebreo-americano (e acceso conservatore) Sheldon Adelson. Domenica a Gerusalemme Romney vede due volte il suo ”vecchio amico”  prima un incontro formale e in serata una cena privata con le consorti.

Vedra’ inoltre il capo di Stato Shimon Peres e – in tono minore – il premier palestinese Salam Fayyad. Per lunedi’ l’agenda di Romney include poi un evento importante quanto chiacchierato: un ‘dinner’ (per la verita’ mattutino) senza precedenti in Israele riservato a businessman con passaporto Usa, in cui ogni coppia di invitati versera’ 50 mila dollari alla sua campagna elettorale. In Israele vivono 250 mila ebrei immigrati dagli Stati Uniti che hanno diritto di voto se si registrano in ambasciata.

E da mesi i promoter repubblicani setacciano il bacino dei potenziali elettori nelle maggiori citta’, come pure fra i coloni di destra degli insediamenti in Cisgiordania e nelle sinagoghe ortodosse. Nelle interviste Romney si e’ premurato intanto di far sapere senza mezzi termini che, se eletto, riservera’ ad Israele un atteggiamento d’amicizia piu’ che privilegiata. In caso di dissensi, ha escluso che essi possano esplodere clamorosamente in pubblico, come avvenuto a tratti fra Netanyahu e Obama.

E sul tema chiave dell’Iran non ha mancato di aggiungere qualche battuta di retorica muscolare alla convinzione – condivisa anche da Obama – sulla necessita’ d’impedire al regime di Teheran di diventare una potenza nucleare. L’opzione militare – ha dichiarato al riguardo – ”non puo’ essere scartata; deve essere ponderata e tenuta pronta”, seppure solo come risorsa estrema. In Romney, Netanyahu sembra trovare in effetti un interlocutore particolarmente disponibile. Sulle colonie ebraiche il candidato repubblicano ha evitato di dire ad esempio a Haaretz anche una sola parola di critica, affermando da Londra di non potersi esprimere sul tema ”in terra straniera”.

E sullo Stato palestinese? ”La questione – ha svicolato Romney – non e’ se i popoli della regione credano che ci debba essere uno Stato palestinese. La questione e’ se (gli arabi) credano semmai che ci debba essere uno Stato israeliano ebraico, lo Stato degli ebrei”. Parole che avrebbero potuto uscire tranquillamente dalla bocca dell’attuale premier d’Israele. Fra Netanyahu e Romney l’abbraccio pare insomma ineluttabile.

 Ma entrambi comprendono che, almeno di fronte alle telecamere, dovra’ essere calibrato e non eccessivamente focoso per evitare il rischio d’un effetto boomerang: potenzialmente esiziale soprattutto per il leader di un Paese come Israele che negli Usa ha un alleato vitale chiunque sia il presidente. E Netanyau  – oggi piu’ che mai – non può certo potersi permettere di puntare sull’ipotetico cavallo sbagliato.

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