Zimbabwe, Robert Mugabe fa dietrofront: “Non mi dimetto, andrò al congresso”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 novembre 2017 20:52 | Ultimo aggiornamento: 19 novembre 2017 21:31
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Zimbabwe, Robert Mugabe verso le dimissioni dopo espulsione dal partito e proteste

HARARE – Robert Mugabe aveva accettato di lasciare la presidenza dello Zimbabwe e aveva annunciato che nella tarda serata del 19 novembre avrebbe dichiarato le sue dimissioni. Poi al momento di parlare alla nazione, ecco il dietrofront: “Non mi dimetto”. Poco importa che sia stato isolato isolato dal Comitato centrale del partito Zanu-PF, che ha anche espulso la moglie Grace e alcuni ministri, e che si trovi agli arresti domiciliari. Intanto Chris Mutsvangwa, presidente dell’associazione dei veterani di guerra in Zimbabwe, ha annunciato la procedura di impeachment nei confronti di Mugabe.

Il discorso tenuto alla televisione nazionale da Mugabe è durato in tutto circa 20 minuti, in cui il presidente circondato dai militari è apparso a volte confuso, scusandosi infine anche per la lunghezza. Mugabe ha  chiesto “pace, sicurezza, ordine e unità”, poi ha parlato delle “numerose problematiche dall’economia”, aggiungendo che oggi lo Zimbabwe “sta attraversando un periodo di difficoltà”:

“Le lamentele sono comprensibili in questo clima restano in vigore i progetti per l’interesse della nazione. Apriremo una nuova cultura del lavoro, mostreremo il nostro senso del lavoro ed il nostro impegno per la crescita economica e mostreremo il valore dei nostri beni. Dobbiamo unirci in un patto fra le generazioni. Manteniamo la nostra unità e ricordiamoci di quella lotta che ha fondato la nostra nazione”.

Niente dimissioni insomma, anche se il partito che l’ha scaricato avrebbe già scelto il suo successore: si tratta del vicepresidente Emmerson Mnangagwa, al potere per 50 anni con Mugabe ma da quest’ultimo silurato nei giorni scorsi e per questo riparato all’estero. Mugabe è attualmente agli arresti domiciliari sotto il controllo dei militari, appoggiati dal partito e dalla popolazione, che hanno chiaramente espresso il loro dissenso di fronte all’ipotesi che il nuovo capo di Stato potesse essere la moglie Grace.

Proprio la ex first lady infatti è stata espulsa dal partito, insieme ad alcuni ministri titolari dei dicasteri dell’Educazione, Jonathan Moyo, delle Finanze, Ignatious Chombo e degli Esteri, Walter Mzembi, il nipote di Mugabe Patrick Zhuwao, il ministro del governo locale Saviour Kasukuwere, e numerosi altri importanti sostenitori di Grace. Tutte le decisioni prese sono state accolte con grandi applausi e grida di giubilo dai circa 200 delegati presenti che alla fine, riferendosi a Robert Mugabe, hanno anche scandito più volte in coro “Se ne deve andare”.

A nulla sembrano vale le proteste al grido di “Mugabe vattene” da parte della popolazione dello Zimbabwe, che è scesa in piazza per chiedere la cacciata del presidente e dittatore il 18 novembre. I media hanno parlato di “decine di migliaia” di persone, ma l’impressione è che possa essere stato superato il milione, sebbene le stime siano difficili dato la manifestazione si è sviluppata in più punti della metropoli dell’Africa australe.

Il raduno era dichiaratamente appoggiato dai militari che stanno cercando di far dimettere Mugabe volontariamente per non violare la costituzione e mettersi quindi in attrito con i paesi vicini. Fra gli slogan più ricorrenti perché gridati, cantati, scritti su cartelli sono stati “Mugabe must go”, deve andarsene, e “No alla dinastia Mugabe”, con riferimento all’ormai fallito piano del 93enne presidente di piazzare la moglie Grace al potere dopo di lui, nonostante la sua ex-segretaria fosse stata politicamente insignificante fino a poco tempo fa. Tanto è l’odio covato per Mugabe, che i manifestanti hanno addirittura inneggiato ai militari e al loro capo, Constantino Chiwenga (“vai vai, nostro generale”) e hanno fatto sventolare bandiere ai soldati sui blindati.

La tv, quella di Stato fino a questa settimana mero megafono di regime, ha annunciato che il paese “è liberato”. In serata non erano ancora stati segnalati incidenti di rilievo, segno che i “provocatori” temuti dichiaratamente dall’esercito si sono tenuti nascosti. Sono state strappate immagini di Mugabe e staccati cartelli stradali col suo nome, ma la festosa iconoclastia non è degenerata in saccheggio né in assalto agli uffici presidenziali (davanti ai quali c’è stato un sit-in) o alla sua residenza privata, la lussuosa “Casa blu”.