Zucconi su Repubblica: la stanchezza di Hillary: “Salvo il mio Paese e torno a fare l’avvocato”

Pubblicato il 5 Dicembre 2010 15:30 | Ultimo aggiornamento: 5 Dicembre 2010 15:30

Lo scandalo Wikileaks a spogliato gli Stati Uniti di fronte alle diplomazie mondiali, e a rivestire l’immagine del suo Paese c’ha pensato lei, Mrs Rodham Clinton, colei che forse, in un America meno sognatrice, sarebbe ora la prima signora della Casa Bianca.

Invece a Hillary è toccato il compito più ingrato: come scrive Vittorio Zucconi su Repubblica, si è dovuta mettere a rammendare i calzini bucati.

Lei che già negli anni ’90 aveva dovuto rattoppare i pezzi di un matrimonio finito in un rapporto orale dello studio ovale, ora deve difendere le lingue troppo taglienti dei vari ambasciatori sparsi per il mondo. E ora, a 63 anni, anche lei sembra averne avuto abbastanza.

Se non bastasse il suo viso, a raccontare di una vita troppo piena anche per chi di pienezza di ambizioni è sempre vissutra, ci pensano le sue parole: “Credo che questo sarà il mio ultimo incarico di governo. Tornerò a fare l’avvocato per i diritti delle donne e dei bambini”.

“Bisogna avere conosciuto e seguito un poco la vita di questa figlia di un piccolo imprenditore tessile dell’Illinois, scrive Zucconi, un destino di familiarità per leggere la rabbiosa stanchezza disgustata dietro quel sorriso troppo forzato accanto a Berlusconi in Kazakhstan, nel tributargli una medaglia di serietà e di credibilità alle quali, come rivelano le sue corrispondenze diplomatiche riservate, non crede. Hillary non è, e non è mai stata, un personaggio simpatico, una “piaciona” da comizio o da show televisivo”.

Il cittadino medio americano si era accorto di lei da una risposta brusca pronunciata nel 1992, durante la prima campagna elettorale del marito: le era stato chiesto se la fama di grande sottaniere del marito la preoccupasse. E lei, di fuoco: “Non sono una di quelle donnette che si consumano a proteggere il loro uomo”.

A lei la vita ha riservato altro: nessuna scenata di gelosia, ma il passaggio dalla vocazione di protettrice dei deboli a quello di badante dei forti, “Non sarò la First Lady che servirà tè e pasticcini alla Casa Bianca”, aveva detto alla vigilia dell’elezione del consorte.

Ma “dallo scorso week end, quando sulla sua scrivania all’ultimo piano del dipartimento di Stato sono cominciate ad arrivare le segnalazioni di WikiLeaks, Hillary ha dovuto sfoderare teiere e pasticcini virtuali per rabbonire ospiti irritati e svergognati. Ha chiamato per scusarsi il presidente pachistano Zardari, la presidente argentina Kirchner, la presidente liberiana Sirleaf, il ministro degli Esteri canadese Cannon, il ministro degli Esteri tedesco Westerwelle, il ministro degli Esteri francese Alliot-Marie, quello inglese Hague, l’afgano Karzai, il saudita Al-Faisal e ben due “pezzi da 90″ cinesi, il consigliere di Stato Bingguo e il ministro Jechi”.

Un susseguirsi di scuse e gentilezze, quasi umilianti per una persona come lei. Che l’hanno portata al knock out.  Ricorda Zucconi: “Era circolata molto, nel mese di novembre a Washington dopo la bastonatura elettorale dei democratici, la voce di una sua possibile candidatura alla vice presidenza accanto a Obama e al posto dell’inesistente Joe Biden, per la corsa elettorale del 2012. Sarebbe stato un premio di consolazione, per questa donna che era arrivata a poche migliaia di voti dalla conquista della nomination democratica al posto di Obama e da una probabilissima vittoria contro l’impresentabile duo repubblicano di McCain e della Palin, dopo due turni come senatrice dello Stato di New York. Ma la sua risposta tradisce tutta la stanchezza di chi ha dovuto digerire già troppi rospi, per avere ancora appetito per altri”.

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