Rassegna Stampa

Accordo Renzi-Berlusconi, mini-Imu: rassegna stampa del 20 gennaio

la repubblica

La prima pagina della Repubblica del 20 gennaio

ROMA – Legge elettorale, il giorno della verità Renzi: “Patto alla luce del sole” Oggi il testo alla direzione Pd. La Repubblica: “Berlusconi: serve il bipolarismo. Il Colle: attenersi alla Consulta.” L’articolo a firma di Umberto Rosso:

Il giorno dopo di Matteo Renzi, fra gli sms scambiati con Alfano e una visita a Bersani a Parma, è ancora sull’altalena. Il segretario del Pd sfodera ottimisno, replica ai dubbi e ai no che si alzano pure dalla minoranza del suo partito, e lo fa a modo suo. Rilanciando. Oggi è il giorno della verità. Il testo sarà all’esame della direzione Pd. «L’accordo con Berlusconi è trasparente e alla luce del sole – dice il segretario -. In un mese è a portata di mano quel che in venti anni di chiacchiere non si è mai realizzato». Tutto molto semplice, spiega su Twitter e Facebook. Ovvero, si fa una legge elettorale per cui «chi vince governa stabilmente senza il diritto di ricatto dei partititi». Il patto servirà alla resurrezione del Cavaliere? «A chi critica suggerisco almeno di aspettare di vedere com’è fatta la legge, oggi pomeriggio». Berlusconi “traduce” l’intesa per i suoi fedelissimi del club Forza Italia di Susa battendo anche lui sul tasto del bipolarismo, perché «questo paese si governa solo così ». E aggiunge, in collegamento telefonico: «Il premio di maggioranza di cui stiamo discutendocon Renzi dovrebbe consentire di avere una larga maggioranza e, quindi, di governare». Poi ci mette del suo, e nel pacchetto dei desiderata ecco che rispuntano l’elezione diretta del capo dello Stato, una diversa composizione della Consulta, e la revisione della par condicio. Fra i due, c’è sempre di mezzo Angelino Alfano. «Abbiamo impedito un infanticidio — rivendica il vicepremier — e di soffocare in culla una creatura appena nata». L’infante è il Nuovo centrodestra, il killer fermato in tempo sarebbe l’Ispanico, il modello spagnolo che per Alfano segnerebbe la fine del suo partito. «Possiamo già registrare questo primo successo — scandisce alla convention dei giovani di Ncd — perché senza di noi o contro di noi la legge elettorale non si fa». Un paio di stoccate a Berlusconi, che ha rotto col governo per ritrovarsi «un mese e mezzo dopo precipitosamente dal Pd». Potevano risparmiarsi «tante umiliazioni» seguendo la linea Alfano. Il ministro fa la voce grossa ma dietro i toni di battaglia si capisce che la trattativa va avanti, e che potrebbe chiudere su una versione corretta dello spagnolo, «senza far rientrare dalla finestra le liste bloccate e super premi di maggioranza».

Mini liste e niente preferenze ecco la proposta Renzi-Berlusconi. L’articolo a firma di Silvio Buzzanca:

Proporzionale, liste corte e bloccate, premio di maggioranza e soglie di sbarramento. Il modello di legge elettorale al centro dell’intesa fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi è “un’evoluzione” del sistema spagnolo, una delle tre proposte avanzate dal segretario del Pd. Il modello è proporzionale e i seggi verrebbero assegnati in un turno unico e in base ai voti conquistati in un collegio unico nazionale. Dopo che si stabilirà il numero di eletti per ogni lista si sceglieranno in maniera decrescente i candidati con i migliori risultati nelle oltre cento circoscrizioni.

Gli elettori infatti, dovrebbero essere divisi in circoscrizioni elettorali provinciali, dunque senza un ridisegno della mappa elettorale, e al momento di entrare in cabina si troverebbero di fronte liste di candidati molte corte: il numero degli aspiranti onorevoli non dovrebbe superare il numero dei possibili eletti e quindi le liste dovrebbero contenere solo sei nomi. La lista sarebbe bloccata e non ci sarebbe la possibilità di esprimere una preferenza. Ma i pochi nomi, come richiesto dalla Consulta, dovrebberopermettere agli elettori di conoscere e giudicare i candidati. Questo meccanismo dovrebbe superare l’altra obiezione della Corte costituzionale che ha dichiarato incostituzionali le liste bloccate lunghe del Porcellum. Il Nuovo centrodestra e una parte del Pd insiste però per un utilizzo delle preferenze.

Dunque non ci dovrebbe essere una ripartizione dei seggi a livello di circoscrizione – che penalizza le formazioni minori – come avviene in Spagna. È evidente che a questo punto diventa dirimente, ed è infatti oggetto di trattativa, la sorte dei resti dei voti necessari per eleggere un deputato. Recuperati nel collegio unico nazionale potrebbero essere un piccolo vantaggio per i partiti più piccoli.

Ma contro le piccole aggregazioni sarebbero state pensate le due soglie disbarramento: il 5 per cento per i partiti che si presentano in una coalizione, l’8 per chi decide di correre da solo. Ma anche questo è oggetto di trattativa e alla fine è possibile che la soglia per chi si coalizzi scenda al 4 per cento.

Irriducibili Pd pronti alla battaglia Bersani: rispetto per la nostra gente. L’articolo a firma di Giovanna Casadio:

«Come si fa ad avere una “profonda sintonia” con un pregiudicato? Si può capire una momentanea convergenza…». La minoranza del Pd, il “correntino”, darà battaglia oggi nella direzione che Renzi non ha voluto rinviare e che voterà sul “sistema ispanico” modificato. Questa volta sull’onda dell’indignazione per il Cavaliere “sdoganato”, ricompare l’opposizione interna. Divisa, per la verità, in spifferi di correnti. Perché gli irriducibili sono soprattutto i bersaniani. Mentre i “giovani turchi” e Gianni Cuperlo, lo sfidante di Renzi alle primarie, sono più cauti. In trincea c’è Stefano Fassina, l’ex vice ministro dell’Economia che si è dimesso dopo il “Fassina chi?” di Renzi.

«Da dirigente del Pd mi sono vergognato – ha accusato Fassina – Dall’altro giorno, la legge è un po’ meno uguale per tutti, non andava rilegittimato, non andava incoronato padre costituente pur avendo una sentenza passata in giudicato e un voto in Parlamento ». Intervistato in tv su Sky,l’ex vice ministro ha giurato di non volere nessuna scissione. Le tensioni interne sono però molto forti. I bersaniani Alfredo D’Attorre, Nico Stumpo, Danilo Leva chiedono a gran voce un referendum tra gli iscritti e oggi presenteranno un documento in direzione. Anche se per il referendum civuole la maggioranza delle firme. «Il segretario si appella al voto delle primarie dell’8 dicembre attacca D’Attorre – però se passano le liste bloccate come è annunciato è un tradimento del popolo delle primarie perché significa riesumare il Porcellum. La gente ha eletto Renzi non per fare quello che gli pare». E comunque, annuncia D’Attorre, lui non voterà mai in Parlamento una riforma che restituisce un para-Porcellum, nemmeno nel nome della disciplina di partito. Oggi in direzione ci sarà Massimo D’Alema che dovrebbe intervenire. Intanto sulla rivista della sua fondazione “Italianieuropei”, scrive che la segreteria di Renzi e l’avvento di una nuova generazione nel Pd costituiscono una speranza, però il neo segretario non ceda a «tentazioni elitarie». Ma soprattutto D’Alema avverte Renzi: «Fare cadere il governo Letta e votare nel 2014 rimetterebbe in gioco Berlusconi ».

A chi vince il 55% dei seggi: ecco l’Italicum. L’articolo del Corriere della Sera a firma di M. Antonietta Calabrò:

L’ultimo nodo per la presentazione oggi dell’Italicum (il nuovo modello elettorale su cui hanno trovato l’accordo il segretario del Pd Matteo Renzi e il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, con il coinvolgimento ieri dell’Ncd di Angelino Alfano) è stato quello del premio di maggioranza per la coalizione vincente.

La governabilità e la stabilità dovrebbero essere assicurate per la coalizione che raggiunga almeno il 35 per cento dei voti su base nazionale da un premio di un 20% di seggi in più, che permetterebbe di raggiungere complessivamente il 55 per cento dei seggi, alla coalizione vincente .

Il nodo della soglia di coalizione – La proporzione tra questi due numeri — coalizione al 35 per cento e un premio del 20 per cento dei seggi — è uno dei punti più delicati del progetto. Sono stati espressi dei dubbi al riguardo: se cioè non sia troppo alto il premio previsto o troppo bassa la percentuale richiesta per ottenerlo. Ieri si parlava in alternativa di una soglia di coalizione al 33 per cento e un premio del 18 per cento. O dell’asticella della soglia di coalizione addirittura alzata al 38 per cento.

Il problema è stato al centro di contatti tra Renzi e gli altri leader politici e con il Quirinale. Resta fermo però il fatto che né Renzi né Berlusconi intendono rischiare di far rimanere la coalizione vincente sul filo di lana del solo 50 per cento. Soprattutto perché il sistema attuale non è più bipolare. «Un premio del 20 per cento con una soglia del 35 in un turno unico, a me sembrano opzioni entrambe rispettose della sentenza della Corte, che non può peraltro essere stiracchiata oltre quanto non dica, verso il proporzionale puro», commenta il costituzionalista Stefano Ceccanti. Se nessuna coalizione dovesse raggiungere il 35 per cento dei consensi a livello nazionale, i seggi verrebbero ripartiti proporzionalmente in base ai risultati raggiunti da ciascun partito e da ciascuna coalizione .

Senza riforma rischio ingovernabilità – Ceccanti, in ogni caso, difende l’accordo tra Renzi e Berlusconi richiamando «alcuni elementi di concretezza che un politico accorto deve assumere come vincoli, pena l’inconcludenza». Il punto «è che in assenza di riforma si andrebbe a votare con la legge uscita dalla sentenza della Corte che avrebbe due conseguenze alquanto scontate: una necessaria intesa di governo con Forza Italia (a causa della formula proporzionale con sbarramenti medio-alti) e uno spappolamento interno dei partiti per le preferenze usate nella mega-circoscrizioni del Porcellum» .

Il Senato – L’Italicum riguarderà anche il sistema elettorale del Senato.In attesa della riforma costituzionale che abolirà il bicameralismo perfetto («E questo sarà fondamentale per la governabilità», aggiunge Ceccanti), il Senato verrà eletto attribuendo un premio nazionale. In questo modo verrà superata la bocciatura della Corte costituzionale relativa ai premi regionali previsti dal Porcellum. E sarà garantita quella governabilità che a Palazzo Madama, invece, è stata letteralmente minata a partire dal 2006, coi premi regionali.

Mini Imu, la tassa e i metri quadrati da Milano a Roma. Ecco quanto si paga. L’articolo del Corriere della Sera a firma di Gino Pagliuca:

Per la mini Imu gli italiani pagheranno il 10% di quanto avrebbero speso se il tributo per la prima casa non fosse stato abolito. L’ha dichiarato il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, con una frase cui i media hanno dato ampio risalto ma che andrebbe anche interpretata perché non si può prendere alla lettera. Il significato reale infatti è: il gettito per le casse pubbliche sarà del 10% rispetto a quello che avrebbe apportato nel 2013 l’Imu se fosse rimasta in vigore per l’abitazione principale. Il problema è che questo 10% non è a carico di tutti i contribuenti ma solo di quelli che si trovano nei circa 2500 comuni interessati dal provvedimento. Già questo fa capire che, essendo ridotta la platea dei pagatori, per raggiungere quel 10% è necessario che chi paga ci metta di più.

Le aliquote – Prendiamo ad esempio il caso di Milano. L’aliquota Imu per le abitazioni principali è stata fissata per il 2013 allo 0,6%. Con tutta probabilità né Palazzo Marino né le altre amministrazioni che hanno innalzato le aliquote pensavano di chiedere soldi ai cittadini/elettori ma semplicemente ritenevano che una volta abolita del tutto l’Imu sull’abitazione principale quell’aumento virtuale di aliquota servisse ad avere più soldi dallo Stato.

Ipotizziamo il possessore milanese di una casa con rendita catastale da 1000 euro; nel 2012 aveva pagato 472 euro; per il 2013 l’imposta sarebbe salita a 808 euro, la mini Imu gli costerà 134,40 euro.

Il miniconguaglio – Se facciamo il confronto percentuale con il 2012 si scopre che quel contribuente pagherà il 28,5%, mentre se il paragone lo facciamo con l’Imu teorica del 2013 si scende al 16,6%. E se si diminuisce la rendita sale il costo percentuale del miniconguaglio. Ad esempio sempre a Milano per una casa da 500 euro il conto 2012 sarebbe stato di 136 euro mentre la mini Imu è di 67,20 euro pari al 49,4% del costo pieno del tributo. Scendendo ancora un po’ arriviamo all’effetto paradosso: la mini Imu è più alta dell’imposta pagata a suo tempo. Su una casa da 300 euro ad esempio il conguaglio è di 40,32 euro contro lo zero pagato a dicembre 2012. Ma Milano è un caso limite, perché ha rendite catastali alte e ha deciso l’aumento massimo. A Roma, dove l’aliquota è dello 0,5%, il valore delle mini Imu è pressoché la metà rispetto a quello del capoluogo lombardo.

Per le tabelle di questa pagina abbiamo calcolato sulla base dei valori catastali medi delle abitazioni rilevato dall’Agenzia delle Entrate, quale sarà il costo della mini Imu per immobili da 50,100 e 150 metri quadrati nei capoluoghi interessati dal provvedimento.

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