Aldo Moro, da via Fani a via Caetani: la mappa del sequestro

di Redazione Blitz
Pubblicato il 16 marzo 2018 13:51 | Ultimo aggiornamento: 16 marzo 2018 13:51
Aldo Moro fu rapito il 16 marzo 1978 e ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio

Aldo Moro fu rapito il 16 marzo 1978 e ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio

ROMA – Il 16 marzo 1978, quarant’anni fa, un commando delle Brigate Rosse rapì Aldo Moro e uccise tutti gli uomini della sua scorta:  Oreste Leonardi e Domenico Ricci a bordo della Fiat 130 di Moro; Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi sull’altra vettura. Moro fu rapito nel giorno in cui Andreotti avrebbe dovuto presentare alla Camera il suo quarto governo, quello appoggiato da Dc e Pci, quello del cosiddetto “compromesso storico”.

Il cadavere dell’allora presidente della Democrazia Cristiana venne ritrovato 55 giorni dopo, il 9 maggio 1978, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani.

Il Messaggero ripercorre quei giorni che sconvolsero Roma:

Inizia tutto in via Fani, angolo con via Stresa, la mattina del 16 marzo, intorno alle 9. Quartiere Camilluccia, quadrante nord della città. Un commando di terroristi (ma quanti di preciso?) apre il fuoco sulla scorta del presidente della Dc (partito dalla sua casa in via del Forte Trionfale 79 per andare alla Camera a votare la fiducia al quarto governo Andreotti), uccidendo i cinque agenti. Moro viene prelevato e sistemato a bordo di una Fiat 132 blu che riparte a tutta velocità verso via Trionfale, preceduta e seguita da altre due auto dei componenti del commando. Secondo le ricostruzioni fornite successivamente dai brigatisti, le tre auto vengono abbandonate tutte insieme nella vicina via Licinio Calvo.

Quartiere Portuense. Al numero 8, interno 1, di questa via della Magliana, secondo quanto emerso dai processi, sarebbe stato tenuto sotto sequestro per 55 giorni il presidente della Dc. La prigione del popolo è in un territorio all’epoca capillarmente controllato dalla banda della Magliana che, a sua volta, ha legami solidi con apparati dello Stato deviati. Alcuni esponenti del gruppo criminale – da Danilo Abbruciati ad Antonio Mancini – abitano a pochi passi dal numero 8 di via Montalcini. L’appartamento è intestato alla brigatista Anna Laura Braghetti, la cosiddetta vivandiera. Dentro ci sono anche Prospero Gallinari e Germano Maccari. Per gli interrogatori arriva Mario Moretti, che parte da un altro luogo simbolo: via Gradoli 96. Tanti i dubbi sul covo: c’è chi ipotizza che lo statista sia stato prigioniero in altre zone. Addirittura sul litorale, in una zona più appartata e tranquilla rispetto a Roma, tra Focene e Palidoro, come indicherebbero i sedimenti trovati sugli indumenti del politico.

In via Gradoli, traversa della Cassia, zona Nord, in una palazzina al numero 96, c’è Mario Moretti, sotto l’alias ingegner Borghi, con la compagna Barbara Balzerani. La Polizia, in occasione dei controlli fatti due giorni dopo la strage di via Fani, va in via Gradoli, come in altre strade del quartiere, ma non in quell’appartamento. Il covo di Stato (nella definizione di Sergio Flamigni) viene scoperto solo il 18 aprile 1978, in seguito a una perdita d’acqua segnalata dall’inquilina del piano di sotto. Si apprenderà poi che nella palazzina ci sono ben 24 case di società immobiliari intestate a fiduciari del Sisde. Altra stranezza: nel settembre del ’79 il funzionario del Viminale Vincenzo Parisi compra un appartamento al numero 75, stesso stabile dove Moretti, prima e durante il sequestro, disponeva di un box auto. Tra l’81 e l’85 Parisi – nel frattempo diventato vicedirettore e poi direttore del Sisde – prosegue con gli acquisti al numero 75 ed anche al 96. Parisi diventa poi capo della polizia.

Il sequestro si chiude con l’ultimo atto, questa in centro a Roma: in via Caetani dove la mattina del 9 maggio viene fatta trovare una Renault 4 con il cadavere del politico nel portabagagli. Tanti i dubbi sollevati da chi ritiene improbabile che i brigatisti quella mattina abbiano attraversato tutta la città per arrivare da via Montalcini al centro storico, con quell’ingombrante carico. C’è chi ipotizza che il prigioniero si trovava in realtà in un covo nei dintorni di via Caetani.

Molte le iniziative per celebrare la memoria dello statista pugliese. A Roma il Maxxi sceglie lo sguardo di Francesco Arena, autore dell’opera 3,24 mq: l’installazione dell’artista, esposta dal 16 marzo al 9 maggio (ingresso libero)
nella galleria che ospita la collezione permanente del museo, riproduce esattamente le dimensioni della cella angusta in cui Moro venne tenuto prigioniero. Inoltre, per tutti i 55 giorni di esposizione (ricordando la durata del rapimento), il pubblico potrà partecipare a incontri di approfondimento e dibattiti con storici, studiosi, giornalisti, scrittori.

Sempre a Roma il pomeriggio del 16 marzo presso L’Altro Spazio di Via Tiburno si svolge l’evento «Via Fani 16 marzo 1978», nel corso del quale viene presentato il cortometraggio «Valeria» di Matteo Pizziconi e Valerio Schiavilla, che racconta la storia, vera o verosimile, della fidanzata di Francesco Zizzi, uno dei poliziotti uccisi nell’agguato di via Fani. In programma anche la mostra fotografica «I particolari della cronaca» di Matteo Pizziconi e un incontro con Gero Grassi, membro della commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro.

A maggio, il 7, il Teatro Argentina di Roma organizza «Dedica ad Aldo Moro», una maratona di spettacoli per riflettere sulla tragedia (tra cui «Corpo di Stato» di e con Marco Baliani e « Moro: i 55 giorni che cambiarono l’Italia» di e con Ulderico Pesce), e ancora il 9 maggio, a Torino, il giorno prima dell’apertura del Salone del Libro, Fabrizio Gifuni leggerà un monologo sullo statista.