Álvaro del Portillo, Prelato Opus Dei, beato a Madrid. Vittorio Messori: perché

di Redazione Blitz
Pubblicato il 16 settembre 2014 7:36 | Ultimo aggiornamento: 15 settembre 2014 18:02
Álvaro del Portillo

Álvaro del Portillo

ROMA – Sabato 27 settembre, a Madrid, sarà proclamato beato mons. Álvaro del Portillo, Prelato dell’Opus Dei e primo successore del Fondatore, san Josemaría Escrivá de Balaguer.

“Per disposizione di Benedetto XVI – scrive Vittorio Messori del Corriere della Sera – solo le canonizzazioni sono celebrate a Roma dal Pontefice, ma non ci sono norme per il luogo delle beatificazioni, escludendo solo piazza San Pietro, riservata al Papa. Monsignor del Portillo è nato a Madrid ma ha passato a Roma tutta la sua vita sacerdotale, essendo il più stretto collaboratore del Santo aragonese. A Roma è la sede centrale da cui per 19 anni ha amministrato i 90.000 membri (solo il 2 per cento sacerdoti) della mitica Obra e a Roma resta — e resterà — il suo corpo. Dunque, si era pensato a una beatificazione nella nostra capitale, ma alla fine ci si decise per Madrid, affermando che non c’era a Roma una piazza abbastanza grande per contenere l’enorme folla prevista”.

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Naturalmente, i soliti dietrologi si sono affrettati a ipotizzare il divieto di un papa Francesco ostile all’Opus Dei, ricordando che la Compagnia di Gesù ostacolò gli inizi della nuova famiglia religiosa e proprio ad alcuni gesuiti si deve la «leggenda nera» giunta alla grande sino a Dan Bown. Per capire come la realtà sia diversa, basterebbe un’occhiata a una foto di Jorge Bergoglio arcivescovo a Buenos Aires: sulla scrivania, una immagine incorniciata di un sorridente sant’Escrivá de Balaguer.

Sulla tomba del santo Fondatore, nella sede ai Parioli dell’Opera , mons. Jorge volle andare a pregare: ci si aspettava che stesse in ginocchio alcuni minuti e invece non si rialzò che dopo tre quarti d’ora di orazione intensa, ad occhi chiusi. L’attuale prelato, mons. Javier Echevarria , è già stato ricevuto ben tre volte in lunghi colloqui privati con il nuovo Papa.

In Argentina i rapporti della numerosa comunità dell’Obra con l’arcivescovo Bergoglio sono stati sempre di stretta collaborazione, anche perché i seguaci di sant’Escrivá lavorano con la consueta concretezza ed efficacia nelle Villas Miserias della periferia .
Dunque, il prossimo 27 anche Francesco si rallegrerà di avere firmato, nel luglio dello scorso anno, il decreto per la beatificazione di Álvaro del Portillo. Decreto che riconosceva come miracolosa la guarigione di un neonato cileno. La Postulazione della causa ha comunicato di avere ricevuto ben 13.000 segnalazioni da tutto il mondo di favori e grazie ottenuti per intercessione del candidato agli altari.

La vicenda prescelta fra tante altre — perché giudicata la più indiscutibile e la più significativa — è quella di Susana Ureta Wilson, moglie di un professionista di Santiago del Cile che, nel 2003, comprese presto che la sua seconda gravidanza sarebbe stata molto difficile. Gli esami rivelarono che il maschietto che attendeva sarebbe nato con un onfalocele, un’ernia a livello ombelicale che conteneva il fegato ed alcune viscere addominali. Inoltre, il feto presentava una «tetralogia di Fallot», cioè un insieme di ben quattro gravi difetti cardiaci, con il miscelamento del sangue arterioso in quello venoso.

Né lei né il marito facevano parte dell’Opus Dei ma avevano avuto in dono una immaginetta con una preghiera a quello che era ancora soltanto il Servo di Dio Álvaro del Portillo. Gli Wilson decisero subito di scartare la possibilità di un aborto e di affidarsi alla preghiera. Così la donna, tra l’altro, fissò sul ventre e portò sempre su di sé il «santino» di don Álvaro.

Quando il figlio José Ignazio fu partorito, pesava solo 1 chilo e 750 grammi. Due giorni dopo la nascita fu operato per l’onfalocele ma durante l’intervento ebbe il primo dei molti arresti cardiaci che si susseguiranno. Nei giorni seguenti ebbe gravi crisi per la mancanza di ossigeno nel sangue e per la difficile espansione dei polmoni. Questi eventi provocarono gravi conseguenze: una ecografia rivelò lesioni al cervello. Meno di venti giorni dopo la nascita, José Ignacio ebbe anche una crisi epilettica. I medici decisero di effettuare un intervento cardiochirurgico di tipo palliativo, almeno per stabilizzare la situazione, ma le condizioni precipitarono anche per un accumulo di sangue attorno al cuore che ne rendeva difficoltosi i battiti.

In quel povero corpicino devastato gli eventi traumatici si susseguirono senza tregua. Alle 15.30 del 2 agosto, ecco l’arresto cardiaco che sembrò decisivo: per ben oltre mezz’ora il cuore cessò di battere e a nulla servirono i tentativi per riavviarlo. Dopo quasi 40 minuti, i medici cessarono le manovre, convinti che il bambino fosse ormai morto.

La madre, intanto, accasciata su una panca accanto alla porta della sala operatoria, recitava di continuo e a voce alta la preghiera a don Álvaro. A quel punto giunse il primario del reparto e per prima cosa chiese a un infermiere a che ora fosse morto quello sventurato bambino. A suo avviso, infatti, ogni sforzo per salvarlo sarebbe stato vano. E invece, proprio mentre i chirurghi lasciavano la sala, il ronzio degli strumenti segnalò che il cuore aveva ricominciato a battere, prima lentamente e poi raggiungendo il numero normale di pulsazioni. Per tutta la giornata e poi nella notte le condizioni del piccolo migliorarono di continuo in modo spettacolare.

Gli esami mostrarono che il cervello non aveva subito danni, come ci si aspettava da un arresto cardiaco così prolungato. Un mese dopo, José Ignacio lasciava l’ospedale. Ora è un bel ragazzino biondo di 11 anni che studia e fa vita normale: impressionano le fotografie mentre gioca a calcio e a tennis, canta e balla, scherza con i compagni, va a scuola come tutti. Per dirla con la mamma (che, assieme al marito, si è recata in pellegrinaggio a Roma, per ringraziare sulla tomba di don Álvaro): «Mio figlio è una creatura felice, entusiasta, socievole, nella sua classe è un piccolo leader. Ogni madre ne sarebbe orgogliosa».

Furono gli stessi medici che avevano assistito alla sopravvivenza di quell’esserino di poco più di un chilo e mezzo che si presentarono come testimoni quando il Cardinal Arcivescovo di Santiago istituì un tribunale diocesano che indagò sui fatti. I risultati, inviati a Roma, furono sottoposti alla Consulta medica internazionale della Congregazione dei Santi che, esaminato con la cura consueta il dossier sanitario, dichiarò che la sopravvivenza del neonato, la mancanza di danni cerebrali a causa del prolungato arresto cardiaco, la pronta e piena ripresa sino alla normalità non avevano spiegazione allo stato attuale della scienza medica.

Non si dimentichi che questi specialisti di molte nazioni, non necessariamente credenti, quasi tutti docenti universitari e, in ogni caso, luminari nelle varie discipline mediche, seguono una grande prudenza a difesa della loro reputazione professionale. In caso di dubbio, anche lieve, preferiscono chiedere che il caso sia archiviato.

La pratica fu trasmessa poi alla Consulta dei Teologi che dichiararono provata, al di là di ogni ragionevole dubbio, la relazione tra la guarigione prodigiosa e la richiesta di intercessione a don del Portillo. Infine, i cardinali e i vescovi membri della Congregazione, riesaminato tutto il dossier, dichiararono fondata la realtà del miracolo.

Così, il Papa sudamericano ha potuto autorizzare per il prete madrileno (che da giovane laico fu ingegnere di ponti e strade) la gloria degli altari che sarà proclamata il 27 sulla piazza più grande di Spagna.