Angela Merkel: “Sbagliato confondere l’Islam con la minaccia jihadista”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 Gennaio 2015 8:52 | Ultimo aggiornamento: 19 Gennaio 2015 8:52
Angela Merkel (foto Lapresse)

Angela Merkel (foto Lapresse)

ROMA – “Gli attentatori di Parigi non hanno fatto bene i loro conti la solidarietà ha portato milioni in piazza: allo stesso tempo non accettiamo pregiudizi verso le comunità musulmane” dice la cancelliera tedesca Angela Merkel, in un’intervista al Frankfurter Allgemeine Zeitung riportata da Repubblica, parlando della strage nella redazione di Charlie Hebdo e nel supermercato kosher di Parigi.

Signora Cancelliera, dal corteo funebre di Parigi per le vittime dell’attacco terroristico, e dalla manifestazione di protesta alla Branderburger Tor è arrivato un segnale forte di unità nazionale e internazionale. I terroristi hanno fatto male i loro conti?
«Sì perché da entrambe le manifestazioni è pervenuto un segnale forte di solidarietà e unità che supera i confini nazionali, di partito e religiosi. Mi è anche parso importante che molti Capi di Stato siano venuti a Parigi. È stato meraviglioso sentirsi uniti alle numerose persone nelle strade e nelle piazze. Se ne parla spesso, ma in questi giorni si percepisce la libertà, che per la maggior parte della gente è un bisogno vitale. Siamo consapevoli che le libertà di stampa, opinione e religione, conquistate dalle generazioni precedenti, non sono garantite per sempre, ma che ogni generazione deve intervenire nuovamente a difesa di questi valori».
Anche in Germania ci sono centinaia di cosiddetti “osservati speciali”. Potrebbe succedere anche da noi un attacco come quello di Parigi? Come possiamo evitarlo? Quali conseguenze dobbiamo trarre dall’attacco?
«La minaccia terroristica delle forze jihadiste e islamiste incombe in tutto il mondo. Preoccupa i governi australiano, canadese, americano così come quello francese, tedesco e molti altri. Facciamo tutto il possibile contro l’evenienza di tali attacchi in Germania. Lavoriamo tutti insieme a livello internazionale, perché da soli non potremmo combattere tali minacce. Non potremmo tuttavia escludere completamente un attacco simile anche in Germania ».
Gli attentatori erano cittadini francesi. Come possiamo evitare che i giovani tedeschi partecipino alla jihad? E come evitare che ritornino come terroristi pieni d’odio?
«Nessuno ha la risposta definitiva alla domanda su come i giovani diventino terroristi cinici e pervasi dall’odio. Occorrono forze dell’ordine ben attrezzate con armi adeguate, oltre a opportuni provvedimenti giudiziari. Intendiamo introdurre carte d’identità sostitutive per i potenziali terroristi, per ostacolarne l’espatrio. In questo senso sarebbe di aiuto una nuova risoluzione delle Nazioni Unite che chiede agli Stati membri di punire appunto anche gli espatri verso i luoghi di addestramento terroristico, per esempio dello Stato Islamico. La cooperazione europea deve intensificarsi maggiormente, in quanto, grazie agli accordi di Schengen, i nostri confini esterni sono protetti da altri Paesi. Occorre uno scambio di informazioni completo. L’Europa arranca per quanto riguarda l’utilizzo dei dati dei passeggeri aerei. Serve una cooperazione internazionale efficiente per i servizi informativi. Ma oltre alle forze dell’ordine c’è anche un altro terreno: quello dei cittadini attenti, che per esempio notano se ci sono anomalie nelle moschee».
Un numero crescente di tedeschi teme l’Islam. Lei ha comprensione per questo fenomeno?
«So che molta gente percepisce un disagio, forse anche perché sappiamo poco dell’Islam. A questo riguardo dobbiamo intervenire noi politici, le Chiese, la società in generale. La gente chiede anche come si possa credere alla frequente argomentazione secondo cui gli assassini, che uccidono in nome dell’Islam, non avrebbero niente a che fare con quest’ultimo. Ritengo importante e urgente un chiarimento di questa lecita domanda da parte delle autorità religiose islamiche. La maggioranza dei musulmani che vivono da noi prende le distanze dalla violenza. Loro stessi ne tracciano i limiti. Nei giorni scorsi è successo anche in Francia e Germania ».
Dove va segnata la linea di confine tra Islam e islamismo?
«Si tratta di islamismo quando si usa la violenza in nome della religione o si invoca l’uso della violenza per opprimere gli altri. L’uso della violenza in nome della religione non è mai giustificato».
C’è chi dice che la violenza sia congenita all’Islam.
«Come cancelliera federale sono l’interlocutrice sbagliata per domande teologiche. Spetta alle autorità religiose islamiche. Il mio compito è di proteggere la grande maggioranza di musulmani in Germania dalla diffidenza generale e di combattere la violenza in nome dell’Islam ».
Lei ha condiviso l’affermazione che a suo tempo fece l’allora presidente federale Wulff, secondo cui l’Islam appartiene alla Germania. Cosa intende concretamente?
«Che qui in Germania risiedono molti musulmani, complessivamente circa quattro milioni, che hanno la cittadinanza o comunque vivono qui stabilmente, e che nella stragrande maggioranza sono cittadini onesti e rispettosi della legge. Sono parte della Germania, come lo è anche diventata la fede che per loro è importante. Sono cittadine e cittadini di questo Paese, si sentono in dovere verso la Germania e si impegnano con tutte le loro forze. Ci aspettiamo che parlino tedesco, che si conformino al nostro ordinamento giuridico e a loro volta hanno il diritto di aspettarsi di essere accettati anche come parte di noi». Però la dichiarazione di Wulff è controversa persino nel suo stesso partito, in quanto molti la interpretano come l’equiparazione dell’Islam al cristianesimo e all’ebraismo che sono in diversa misura più significativi per la storia e l’autoconsapevolezza di questo Paese.
«Naturalmente poggiamo sulle fondamenta delle tradizioni giudaico-cristiane dei secoli scorsi. Siamo passati attraverso una storia comune in Europa. Avevamo l’Illuminismo. Da lì si è sviluppato il nostro attuale sistema di valori e il rapporto tra Stato e Chiesa. Se oggi diciamo che nel frattempo anche l’Islam appartiene alla Germania, ci riferiamo alla realtà della nostra società attuale. Per me tutte le persone che condividono il nostro sistema di valori appartengono anche al nostro Paese, insieme alla loro religione».
Ritiene fondata la paura dell’islamizzazione della Germania?
«No. I musulmani e la loro religione, l’Islam, sono parte del nostro Paese. Non vedo alcuna islamizzazione. Piuttosto vedo la necessità dei cristiani di parlare di più e in modo consapevole dei loro valori, e di approfondire le loro conoscenze sulla loro religione. Con il progressivo processo di secolarizzazione, la conoscenza del cristianesimo lascia sempre più a desiderare. Ognuno dovrebbe chiedersi cosa può fare per consolidare la propria identità, a cui appartiene in gran parte anche la religione cristiana. Ma questo non è il compito tradizionale della politica. Sostanzialmente questo compito spetta alle Chiese e soprattutto ai credenti. La politica può solo creare le condizioni di fondo come la lezione di religione, che io appoggio».
Che cos’è per lei il movimento Pegida (il movimento nazionalista e anti-islamico tedesco, ndr)?
«Posso solo ribadire quello che ho detto nel discorso di inizio anno: che nei cuori di coloro che partecipano a queste manifestazioni c’è troppo spesso opportunismo, indifferenza e persino odio. Posso solo raccomandare alla gente di non seguirlo. Nella nostra società ci sono molte domande serie. Come cancelliera di tutti i tedeschi è mio compito, quand’è possibile, di lavorare per la soluzione dei problemi che affliggono la gente. Lo faccio con tutte le mie forze. Devo comprendere le preoccupazioni, ma non devo avere comprensione per ogni forma di manifestazione».
Quell’odio di cui lei parla si riscontra spesso anche in Internet, dove si urla contro i “traditori del popolo” nella politica e contro “la stampa bugiarda”. Da dove viene questo odio?
«Quel tipo di linguaggio è aberrante. Fortunatamente non è davvero rappresentativo per il nostro Paese. Per noi politici c’è solo un obiettivo: quello di fare una buona politica, con fatti concreti. Per questo il ministro degli Interni de Maizière ha varato insieme ad alcuni dei Paesi a noi più vicini degli accordi specifici volti una lotta comune della criminalità che vada oltre le frontiere. E per questo in Europa ci concentriamo ogni volta di più sulla gestione dei flussi di profughi e per questo lavoriamo, qui in Germania, per un più rapido accesso al diritto d’asilo. A questo serve l’aver definito per legge alcuni Stati come Paesi d’origine sicuri. Il che ci dà la possibilità di aiutare meglio coloro che davvero hanno bisogno di aiuto, quelli per esempio che sono sfuggiti con la loro nuda vita alle persecuzioni in Siria e in Iraq. Il mondo è pieno di conflitti: ma vediamo in questi anni come la globalizzazione, della quale profittiamo sotto così tanti aspetti, ci avvicini sempre di più questi conflitti. È più importante che mai portare avanti gli aiuti allo sviluppo, e di combattere le cause dei flussi di profughi all’origine, per esempio anche in Africa».
Anche nella sua coalizione ci sono voci che dicono che a causa della crisi economica in Russia si debba riflettere sull’ipotesi di una sospensione delle sanzioni, a prescindere dal fatto che il Cremlino segua o meno le condizioni politiche poste dalla comunità internazionale. Lei è d’accordo?
«No. Le sanzioni non sono un fine in sé, ma i motivi che le hanno determinate non sono ancora venuti me- no. Solo quando questo accadrà, potremo fare a meno delle sanzioni. Quelle dell’Ue valgono un anno. In primavera dunque ci occuperemo della questione di come continuare con le sanzioni, che abbiamo messo in atto dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia».
Gli obiettivi preferiti dell’odio in Internet comprendono anche l’Ue. Come mai l’unione politica dell’Europa è diventata così impopolare proprio in Germania, dove è stata seguita per decenni con grandissimo entusiasmo?
«Anche per quello le voci che si traggono dalla rete fortunatamente non sono rappresentative. La stragrande maggioranza dei tedeschi sa che molti problemi non si possono risolvere da soli, che una comunità, come quella che è rappresentata dalla Ue, ci aiuta a proteggere i nostri valori e di portare avanti i nostri interessi, nel commercio come nelle trattative sul cambiamento climatico o nella lotta al terrorismo. L’Unione europea in pochi anni è stata giustamente allargata in maniera notevole. Deve ogni volta ritrovare un equilibrio tra quello che si può regolare a livello europeo e quello per cui continuano ad essere competenti gli Stati nazionali. Senza dubbio sono state prese anche delle iniziative che non dovrebbero essere regolate a Bruxelles, e che le persone hanno percepito come una ingiustificata intromissione nella loro vita quotidiana. Ma se ci concentriamo su come regolare a livello comunitario quelle cose che in altro modo non sono regolabili in maniera soddisfacente, allora il progetto europeo verrà di nuovo accettato con maggiore forza».
E quali concessione vuole o può fare al prossimo governo greco per evitare il “grexit” (l’uscita della Grecia dall’euro, ndr)?
«Tutto il mio lavoro nell’ambito della crisi dell’euro è volto a rafforzare l’eurozona nel suo insieme, e questo deve avvenire insieme agli altri partner, compresa la Grecia. Abbiamo fatto moltissimi progressi su questa via. La Grecia ha fatto sforzi molto grossi, sforzi che per molti greci hanno rappresentato sacrifici e tagli immensi. La base dell’impegno europeo intorno alla Grecia è sempre stato il principio della solidarietà. Questo principio per noi vale ancora e vale in collaborazione con ogni governo greco. Per dirlo ancora una volta in modo chiaro: io voglio che la Grecia rimanga nell’eurozona »