Ercole Incalza, Antonio Di Pietro: “Un mondo di ricatti e omissioni”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 18 Marzo 2015 11:19 | Ultimo aggiornamento: 18 Marzo 2015 11:21
Antonio Di Pietro (foto Lapresse)

Antonio Di Pietro (foto Lapresse)

ROMA – “Il sistema è diventato postmoderno – dice, intervistato da Repubblica, Antonio Di Pietro parlando del caso Lupi-Incalza – Una volta si ritagliavano le percentuali del 3, 5, 7 per cento che dalle imprese andavano al partito di riferimento. E, a fronte del denaro, c’era un atto specifico. Adesso il bello è che puoi fingere di essere onesto perché non serve più alcun atto specifico. Oggi ci si protegge a vicenda. La gelatina lega imprenditori e politici. Tra i loro mondi girano favori, interessi colossali, affari, tanto a pagare sono i cittadini, su cui gravano i rialzi del costo delle opere”.

Qualcuno ci ha provato a mettere anche lei nella «gelatina »?
«Macché, comunque ho prevenuto ogni tentazione da parte di chicchessia con la rotazione degli incarichi direttivi. Se stai troppo nello stesso posto di potere rischi di creare i rapporti gelatinosi. Prevenire è meglio».
Però non tutti possono essere a conoscenza di patti nascosti sugli appalti… «Ma non faccia l’avvocato del diavolo! Se girano quattrini, tutti sanno quello che serve sapere. Anzi, se posso dare un suggerimento, adesso che esiste l’Autorità Anticorruzione bisognerebbe far arrivare là tutte le carte giudiziarie, anche quelle vecchie di Tangentopoli. Ci sono fatti non penalmente rilevanti che però, portati nella stanza dei bottoni, possono far dichiarare un concorrente all’appalto “non gradito”».
Nell’inchiesta fiorentina si fa il nome di Antonio Bargone, suo sottosegretario.
«Nel 1996, per sei mesi. Poi io me ne andai perché sotto inchiesta a La Spezia, lui rimase».
Il ricco dipartimento delle Infrastrutture oggi ha due gambe, la struttura tecnica di missione e il consiglio superiore dei lavori pubblici.
«Nella stessa settimana in cui misi fuori Incalza, nel 2006, trovai Angelo Balducci. Gli detti un ruolo secondario e se ne andò lui. Sul piano politico in vita mia ho preso tante cantonate, ma sul piano del lavoro mi sono scontrato con vari centri di potere. Sapevo, per le indagini sullo Ior, sulla maxitangente Enimont, che Balducci aveva una “consuetudine oltre Tevere”. Magari uno non ci va solo per pregare, ma anche per peccare, e io gli tolgo la tentazione. Anche lui, come si sa, è finito in grossi guai».
Ma come un amministratore senza “naso” o esperienza può capire che sotto un appalto c’è un trucco?
«Personalmente penso che, se sei onesto, te ne puoi fregare. La cosa migliore per un amministratore è rendere trasparente passo dopo passo l’evoluzione dell’appalto. Tutto qui. E poi bisogna operare una netta distinzione tra il controllore e il controllato. È semplice ma non lo si fa. Anche quest’ultima inchiesta mostra come il controllato, e cioè le aziende, nominava il controllore, cioè Incalza, con il beneplacito del ministro Maurizio Lupi».
Qui però sembra che l’appoggio politico sia vasto, da destra a sinistra.
«Anche decenni fa esisteva la “temporanea d’impresa”, sistema che metteva tutti d’accordo, e che oggi prospera più che mai. Incalza è così importante perché ha messo insieme il mondo delle Coop rosse e il mondo di Cl».
Le istituzioni sanno e si girano dall’altra parte?
«Sanno e “non” si girano. Attuano una complicità omissiva. Molti sono o complici o ricattabili, e si vede dal fatto che solo chi è fuori del sistema viene delegittimato ».
Prima di morire Gerardo D’Ambrosio, coordinatore del pool Mani pulite, si lamentava che nessuna sua legge anticorruzione fosse stata presa in considerazione… «Non le sue, né di Casson, io ne ho depositate 110, Pietro Grasso ci sta mettendo una vita… Inoltre, bisogna sapere dove e come colpire. Per esempio, si dice che per far emergere il falso in bilancio sarà possibile intercettare solo le aziende quotate in borsa. Il mafioso Angelo Siino, sub-appaltatore e non quotato in Borsa che cosa faceva? Tu, impresa del Nord, dimmi quanto vuoi spendere, e io in quella cifra ti faccio il lavoro, ti pago il politico, ti tolgo i problemi con la mafia. A volte a comandare non è chi siede in Piazza Affari, ma chi sta in strada. Lo sanno, quando fanno le leggi?».