Antonio Padellaro sul Fatto: “Quando Giampaolo Pansa diventò di destra?”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 Marzo 2015 10:10 | Ultimo aggiornamento: 23 Marzo 2015 10:10
Antonio Padellaro sul Fatto: "Quando Giampaolo Pansa diventò di destra?"

L’ultimo libro di Giampaolo Pansa

ROMA – “Avete presente la Coca Cola?” scrive Antonio Padellaro sul Fatto Quotidiano. “Gli ingredienti sono noti, non la chimica da cui scaturisce il sapore inimitabile. Ecco, Giampaolo Pansa è sempre stato la Coca Cola del giornalismo. Chissà quando ha smesso di essere di sinistra”.

Quando fu che Giampaolo Pansa divenne di destra? La domanda, probabilmente, non sarà molto gradita all’autore del libro La Destra siamo noi. Meglio la frase successiva che leggiamo nella quarta di copertina: “Tutti siamo un po’ di destra e su alcune questioni in modo deciso”. Forse però il mistero è un altro: quando e perché Giampaolo Pansa smise di essere di sinistra?

Forse neppure lo sospetta ma con lui ho un conto in sospeso. All’inizio degli Anni 80, Pansa era l’inviato di punta di Repubblica che Eugenio Scalfari spediva a raccontare l’Italia della politica allora molto in voga, ma soprattutto i grandi processi di mafia e le celebrities del momento. Inutile ricordare che Giampaolo si era costruito un suo stile pop nel senso del miglior giornalismo popolare: descrizioni accurate, dialoghi sfolgoranti ma soprattutto metafore passate alla storia come la Balena Bianca con cui immortalò la Dc. Per un novellino della carta stampata (io mi consideravo tale anche se lavoravo al Corriere della Sera) quelle paginate erano materia di studio da scomporre e ricomporre per cercare di carpirne il segreto. Inutilmente. Quegli articoli erano come la formula della Coca Cola di cui sono noti gli ingredienti ma non la chimica da cui scaturisce il sapore inimitabile. Finché un giorno nel chiedere al mio direttore del tempo più spazio sul giornale pronunciai la sciagurata frase: “Vorrei essere il Pansa del Corriere”. Al che, Alberto Cavallari, che pure mi voleva bene, replicò duro: “Cerca di essere Padellaro se ci riesci”.

Con Giampaolo ci trovammo all’inizio degli Anni 90 all’Espresso dove aveva seguito il grande Claudio Rinaldi come condirettore. Me lo ricordo come il paladino di una sinistra dura e pura preceduto da una leggenda: la tesi di laurea sulla guerra partigiana tra Genova e il Po, un testo non certo revisionista che ebbe l’onore della pubblicazione con Laterza. Quando e perché la sinistra cominciò a stargli sulle palle non posso dirlo di preciso, ma nel marzo del ’99 fui testimone, insieme a Bruno Manfellotto di una memorabile intervista con Walter Veltroni, all’epoca segretario dei Ds.

Di quel corpo a corpo conservo da qualche parte la registrazione, ma le parti salienti le ho trascritte fedelmente. Successe che a un certo punto il discorso cadde sui riciclati che affollavano le liste Ds (antico problema), fenomeno che Veltroni tentava con qualche impaccio di ridimensionare. Al che Pansa tuonò: “Allora posso dirti: meglio votare per un riciclato che afferma di esserlo che per dei vecchi stalinisti che vengono qui a farci la lezione di democrazia. Posso dirtelo che è pieno il vostro partito di questi signori burbanzosi che ci spiegano la rava e la fava…”. Veltroni invano cercava di controbattere, ma ormai Giampaolo era un fiume in piena: “Ognuno di noi viene da lontano, capito? Io sono del ’35, voi siete un po’ più giovani ma posso dirti una cosa: voi siete al governo perché siete appoggiati dai riciclati e anzi voi siete peggio dei veri riciclati”. Calò un silenzio di tomba e l’intervista finì lì.

Il Pansa successivo è quello del Sangue dei vinti, documentata controstoria sui crimini ignorati della Resistenza che mandò in bestia la sinistra e in sollucchero la destra che si sentì dopo mezzo secolo riabilitata e per giunta da uno scrittore considerato “compagno” (anche se in realtà Pansa comunista non lo è mai stato più vicino piuttosto alla tradizione azionista dei Galante Garrone).

Erano gli anni del berlusconismo trionfante e quel libro fu dai nostalgici Pci giudicato un omaggio all’idea padronale dominante. Lui si senti colpito ingiustamente e reagì come un bufalo ferito pubblicando La Grande bugia, una sorta di colonna infame di tutti quelli che gli avevano dichiarato guerra. Diventa un Pansa avvelenato, vendicativo, livoroso che da quel momento si dedicherà ai lettori di destra liberandoli dalle catacombe librarie: un modo per andare controcorrente, ma soprattutto la scoperta di un florido mercato editoriale.

Quando prende cappello Giampaolo è insopportabile, ma bisogna riconoscere che sulla sinistra elegante e di potere aveva visto lungo. Un mondo a parte dove si costruiscono carriere e patrimoni nel recinto protetto dell’opposizione. Ma che quando conquista il governo accentua i suoi vizi scimmiottando il peggio degli ex avversari berlusconiani: il pavoneggiarsi vanesio, i gusti da nouveaux riches, l’elicottero per tornare a casa, la fregola di pubblicare libri, di farseli presentare da giornalisti compiacenti, e di farseli lodare come se stessero sfogliando Proust. L’uso smodato della televisione ça va sans dire (…)