Argentina, disfatta Kirchner: colpa di corruzione e sperperi

di Redazione Blitz
Pubblicato il 3 Novembre 2015 13:12 | Ultimo aggiornamento: 3 Novembre 2015 13:12
Argentina, disfatta Kirchner: colpa di corruzione e sperperi

Argentina, disfatta Kirchner: colpa di corruzione e sperperi

BUENOS AIRES – Non è questione di destra o sinistra. E’ questione di corruzione dilagante e di un paese, l’Argentina, sempre più lontana dall’essere un paese moderno. E’ lunga e documentata l’analisi di Domenico Cacopardo su Italia Oggi dei motivi che hanno portato alla scofitta elettorale del peronismo di Cristina Kirchner al primo turno delle recenti elezioni in Argentina.

È falso e fuorviante classificare di sinistra, il governo di Cristina Elisabet Fernández de Kirchner e prima di suo marito Néstor Carlos Kirchner che ha retto l’Argentina dal maggio 2003, sino a oggi. Certo, le ricette sono quelle del peronismo più intransigente e si sostanziano in una politica statalista che ha allontanato ulteriormente il Paese dalle nazioni in via di sviluppo, alla guida del Wto (autorità mondiale del commercio) e della sua politica di crescita globale.

Un mix di populismo demagogico e di affarismo sfrenato. Tanto per darvene un’idea: è stata reintrodotta la politica delle nazionalizzazioni, in particolare di Aerolíneas Argentinas, del sistema aeroportuale di Buenos Aires e dei fondi di pensione privati. Aerolíneas è stata affidata a un gruppo di esponenti di La Camposa, il movimento giovanile legato ai Kirchner: la cifra specifica di questa gestione è stato il clientelismo che ha portato nei posti chiave manager inesperti, scelti solo per il legame con il partito. Rapidamente, la compagnia ha accumulato perdite al ritmo di un miliardo di dollari l’anno ed è considerata una delle meno efficienti del mondo. Anche i fondi pensione privati (ampiamente attivi) sono stati nazionalizzati: le risorse così recuperate sono finite nel calderone del bilancio pubblico.

A parte questi epifenomeni di allargamento a fini politico-clientelari del perimetro pubblico, l’amministrazione dei due Kirchner s’è fondata sull’aumento indiscriminato della spesa pubblica e sull’introduzione di dazi doganali. Una sorta di autarchia in salsa sudamericana. In difficoltà per far fronte all’incremento delle uscite, la presidenta, vista la crescita del prezzo della soia (anche per effetto della vigorosa entrata in scena della Cina che acquistava imponenti partite del cereale), decise di aumentare le imposte sulle esportazioni di soia. Va ricordato che l’Argentina è uno dei pochi paesi al mondo che tassa le esportazioni e ha iniziato a farlo con la carne, da sempre il primo prodotto del Paese nel mercato internazionale. La tassazione della soia innescò una dura battaglia politica, conclusasi in Senato: qui avversari e favorevoli erano in pareggio finché il vicepresidente, Julio Cobos «tradì», votando contro la tassazione.

Vittima di questo scontro, il primo ministro (in Argentina capo di gabinetto), che fu sostituito da Sergio Massa (uno dei contendenti delle elezioni di domenica).

Tra le singolarità della storia recente del Paese, c’è uno scandalo «statistico». Nel 2007, durante la presidenza di Néstor Kirchner, l’Istituto nazionale di statistiche (Indec), stimò l’inflazione al 9%, quando tutti gli istituti internazionali la davano al di sopra del 30%. Una manipolazione che è continuata con sua moglie, la «successora», tanto che il Paese, nel 2013, ha subito la censura del Fondo Monetario Internazionale per manipolazione delle statistiche ufficiali. Naturalmente, la crisi del 2008 e anni seguenti, aggravò la crisi argentina. Le iniziative scelte per contrastarla, tutte nell’ottica statalista, hanno accentuato i caratteri protezionisti del sistema e aggravato la perdita di ricchezza. Gli acquisti massicci di prodotti agricoli da parte della Cina, il sostegno di Chavez e l’inflazione hanno tenuto in piedi un certo sostegno sociale, impedendo al regime peronista di implodere.

Resta il fatto che il complesso dei sussidi di Stato ha collocato il Paese al secondo posto (dietro l’Uruguay) rispetto al tema della povertà, ridottasi all’11% circa. La crescita del numero dei sussidiati ha inciso negativamente sulla propensione al lavoro e sulla produttività generale del sistema. Un ultimo riferimento critico va fatto: è stata nazionalizzata l’industria petrolifera. L’Argentina è passata da esportatrice netta a importatrice di greggio.

La più recente crisi politica riguarda il caso dell’attacco iraniano a un centro culturale ebraico a di Buenos Aires (1994): quattro giorni dopo la sua richiesta di incriminazione della Kirchner per ostacolo alla giustizia (per avere impedito di divulgare le responsabilità iraniane, insabbiando il procedimento penale), il procuratore generale Alberto Nisman è stato assassinato nella sua abitazione. Il giudice federale Daniel Rafecas, legato al peronismo, ha però respinto l’incriminazione della Kirchner (26 febbraio 2015) e dichiarato infondate tutte le accuse formulate nei suoi confronti.

L’aspetto peggiore del dodici anni dei Kirchner è l’affermarsi di un sistema di governo fondato sulla corruzione. Dei presidenti della Repubblica, dei quadri di partito, degli ufficiali di governo. La politica spinta di soccorso ai ceti poveri è stata la foglia di fico stesa sulla vergogna della corruzione, l’antidoto al rifiuto popolare.

Questo l’antefatto. Questa la cosiddetta sinistra argentina, beneficiaria di un consenso ottenuto ai danni del presente e del futuro della nazione. Domenica 25 si sono celebrate le elezioni presidenziali. Bocciata la riforma costituzionale che avrebbe consentito alla «presidenta» di continuare il proprio mandato, si sono scontrati tre candidati principali: Daniel Scioli, governatore della provincia di Buenos Aires, appoggiato dalla Kirchner; Sergio Massa, già capo di gabinetto (primo ministro), anch’egli peronista; Mauricio Macri, governatore della città di Buenos Aires e leader del partito Cambiemos (qualificato di centro destra).

Il problema che si ponevano i commentatori, anche i più distratti come gli italiani, era se Scioli fosse stato eletto al primo turno (40%) o dopo un ballottaggio con l’altro peronista Massa. Invece, domenica la sorpresa: Scioli è al 36,12%, Macri al 34,97. Massa, terzo, ha avuto il 21,24%. Si registra, quindi, il primo sconfitto: è il kirchnerismo, con la sua «presidenta». Il risultato finale (ballottaggio il 22 novembre) è, naturalmente, incerto: prevarrà la diffusa voglia di cambiamento o i voti di Massa confluiranno su Scioli? Oggi, il «sentiment» generale e quello specifico di Massa dicono di no. Tuttavia, la capacità di ricatto e di corruzione della «presidenta» sono tali dal lasciare immaginare che l’armamentario di pressioni e minacce sarà tale da indurre Massa a qualche incertezza o, addirittura, a un ripensamento. Dal canto suo, il vincitore di domenica, Macri, ha dichiarato: «Ayer hubo millones de argentinos que creyeron que se puede vivir mejor. Ayer se rompió el mito que los únicos que pueden gobernar son ellos.» Il crollo del mito, adeguatamente fertilizzato, che i peronisti erano gli unici a poter governare la nazione.

Il 22 novembre gli argentini avranno l’occasione per scrollarsi di dosso il peso insopportabile del regime peronista e della sua corruzione. Non è detto che la colgano. Un’ultima informazione: i tre candidati sono figli di italiani. Macri appartiene alla famiglia che gestì la Fiat argentina e che definì con l’Eni una fortunata joint-venture (Saipem-Bridas) per la ricerca petrolifera nella Terra del fuoco. Gli uruguayani, vicini di casa ma non indulgenti, sostengono che gli argentini parlano spagnolo, sognano da inglesi, ma, nella realtà, sono irrimediabilmente italiani.