Aung San Suu Kyi, l’icona sbiadita della libertà

di Redazione Blitz
Pubblicato il 14 novembre 2014 16:08 | Ultimo aggiornamento: 14 novembre 2014 16:08
L'articolo del New York Times

L’articolo del New York Times

ROMA – “Tornata libera nel 2010, dopo vent’anni di arresti, Aung San Suu Kyi – scrive Guido Santavecchi del Corriere della Sera riprendendo questo articolo del New York Times – dal 2012 è in parlamento come leader dell’opposizione. La Signora, come la chiamano con rispetto per il suo passato eroico, è stata la grande speranza democratica di Myanmar (la Birmania). Nel suo Paese è sbarcato ieri Barack Obama, altro premio Nobel per la Pace, ma ci sono dubbi, sia sulla politica del presidente accusato in patria di aver dato troppo credito alle aperture democratiche del regime, sia sulla Signora”.

 

L’articolo completo:

In Birmania è stato instaurato un governo civile «sostenuto» dai militari, «democrazia disciplinata», la definiscono. Nel 2012 Obama fu il primo presidente degli Stati Uniti a metterci piede. Da allora i progressi concessi dai generali sono quasi nulli. «Ci sono stati passi indietro, violazioni dei diritti umani», ha dovuto constatare Obama. L’anno prossimo sono in programma le elezioni, ma Suu Kyi non potrà candidarsi alla presidenza: la costituzione esclude chi abbia figli con passaporto straniero e la Signora ne ha due avuti dal marito britannico, morto mentre lei era una detenuta politica. Una norma evidentemente scritta per tagliarla fuori. La Casa Bianca continua a puntare su di lei, il presidente l’ha incontrata ieri sera e l’avrà di nuovo al suo fianco oggi per una conferenza stampa. Suu Kyi è adorata nel suo collegio elettorale, dove ha fatto molto contro la povertà estrema. Però in Parlamento si è limitata finora a invocare il rispetto della legge, senza scontrarsi apertamente con il governo. E non ha difeso la minoranza musulmana Rohingya, perseguitata dalla maggioranza buddista: ci sono stati centinaia di morti, più di centoquarantamila Rohingya sono chiusi in campi profughi e il premio Nobel Suu Kyi non ha speso una parola per loro, perché in Birmania sono disprezzati, considerati stranieri. In questi due anni Suu Kyi ha cercato il compromesso con il potere anche se l’altro giorno finalmente ha ammonito che il processo democratico «è bloccato». L’anno scorso la Signora è stata contestata aspramente per un progetto minerario cinese in Birmania che cancella villaggi di povera gente. Suu Kyi è andata sul posto e ha detto che il governo birmano e la società cinese fanno bene a lavorare per il progresso dell’economia. Centinaia di persone le hanno gridato contro. È stato in quell’occasione che Suu Kyi ha risposto che i politici devono dire anche le cose che non piacciono alla gente.
Se gli americani hanno allentato l’embargo, per lo sfruttamento delle risorse naturali in Myanmar si sta muovendo la Cina e l’influenza della seconda economia del pianeta è forte. Un grande gioco con la signora premio Nobel nel mezzo, tanto che sta muovendosi per essere ricevuta a Pechino il mese prossimo. Insomma, Suu Kyi e Obama, due eroi ostaggio delle circostanze.