Gli autosospesi Pd firmano l’armistizio. De Marchis, Repubblica

di Redazione Blitz
Pubblicato il 17 Giugno 2014 8:56 | Ultimo aggiornamento: 17 Giugno 2014 9:32
Luigi Zanda

Luigi Zanda

ROMA – “Non sono più autosospesi i 14 senatori del Pd – scrive Goffredo De Marchis di Repubblica – Almeno non tutti. Lo comunicheranno stamattina dopo una nuova riunione tra di loro. Il capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda considera chiuso il caso. Ha annullato infatti l’assemblea del gruppo prevista per oggi. Corradino Mineo non rientrerà nella commissione Affari costituzionali”.

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La sua esclusione aveva scatenato il gruppo dei 14, ma ieri, durante l’incontro con Zanda, nessuno di loro ha chiesto il reintegro. Hanno invece domandato l’onore delle armi, il riconoscimento di un’autonomia prevista dalla Costituzione all’articolo 67 e l’hanno ottenuto. Questo è bastato a Chiti, a Paolo Corsini e ad altri pontieri. Non è detto sia sufficiente per altri, magari pochissimi. Walter Tocci, per dire, è ancora molto amareggiato per la vicenda e per l’atto di imperio di Matteo Renzi.
Zanda è convinto che il suo appello sia andato a buon fine. Ovvero di aver messo in sicurezza la maggioranza che senza i 14 non sarebbe più stata tale a Palazzo Madama dove il governo si regge su sei voti di vantaggio. Tanto più dopo l’apertura di Grillo sulle riforme, i dissidenti sono apparsi senza sbocchi politici concreti, come aveva detto fin dall’inizio il vicesegretario Lorenzo Guerini. In questo senso fanno fede le parole di Chiti: «Nessuno di noi ha mai pensato di cercare casa fuori. Noi siamo nel Pd e le nostre battaglie le vogliamo portare avanti nel Pd». Affermazioni definitive sulla collocazione dei dissidenti, che non lasciano il partito e rientrano nel gruppo.
Resta in sospeso la posizione di alcuni. Tocci e Ricchiuti, vicini a Civati. Lo stesso Massimo Mucchetti si è preso una notte di riflessione, prima della riunione di stamattina. «Non siamo una corrente, non siamo un’area. Siccome in 14 abbiamo preso la decisione di sospenderci per sollecitare un chiarimento sull’articolo 67 della Costituzione, ci vedremo per dare una risposta», spiega Chiti. L’obiettivo è una risposta comune. Non è detto che sia a portata di mano.
Chiti tuttavia si fa portavoce di tutti. «Ci sentiamo rassicurati dall’appello di Zanda». Il caso Mineo è stato tolto dal tavolo della discussione, questo ha aiutato il confronto. «Noi non abbiamo chiesto il reintegro di Corradino Mineo in Commissione — ha detto Chiti — ma abnali biamo chiesto se per il gruppo del Pd il principio della libertà di mandato, stabilito dall’articolo 67 della Costituzione, vale solo in Aula o anche in Commissione. Perchè altrimenti la Commissione diventerebbe un organo di partito e non un organismo parlamentare». Durante l’incontro con Zanda molti hanno insistito sulle offese perso- ricevute in questi giorni. Sugli attacchi ricevuti da Renzi, dai renziani e dallo stesso capogruppo. Le accuse di una caccia alla visibilità, di volere la testa del capo. Qualcuno ha ricordato a Zanda le sue critiche alla sostituzione del senatore Amato (Pdl) nella Vigilanza Rai, due anni fa. Una vicenda molto diversa, ha spiegato Zanda, perché quell’atto fu deciso addirittura dal presidente del Senato di allora, Schifani.
L’impressione è che la frattura sarà ricomposta formalmente, ma avrà ancora degli effetti. I tre senatori degli italiani all’estero(Turano, Micheloni e Giacobbe) vengono da Paesi (Usa, Svizzera, Australia) che hanno un Senato elettivo. Gli altri considerano una forzatura la riforma Boschi e continueranno a contrastarla. Chiti però rinvia la battaglia all’aula ormai. Giudica sufficiente l’incontro con Zanda, non c’è bisogno di un vertice con Matteo Renzi. la pace si può siglare anche così. Con un appello e con il riconoscimento dell’autonomia di ogni singolo senatore secondo la Costituzione: «Direi che va bene il capogruppo. A meno che domani Renzi non smentisca Zanda ».