Banca Etruria, ex dipendente: “Ci obbligavano a mentire”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 Dicembre 2015 17:11 | Ultimo aggiornamento: 12 Dicembre 2015 17:11
Banca Etruria, ex dipendente: "Ci obbligavano a mentire"

Banca Etruria

ROMA – “Io Luigino me lo sento sulla coscienza perché mi sono comportato da impiegato di banca e se fossi stato una persona che rispettava le regole non gli avrei fatto fare quel tipo di investimento”. Marcello Benedetti è un ex impiegato della banca Etruria di Civitavecchia.

Il contratto delle obbligazioni acquistate da Luigino D’Angelo, il pensionato che si è tolto la vita per aver perso 110mila euro, porta la sua firma.

Ecco uno stralcio dell’intervista a Marcello Benedetti di Repubblica.

Fu lei a “convincere” Luigino ad investire i suoi risparmi in obbligazioni subordinate?

“Sì, Luigino fu uno dei primi clienti della banca a cui proposi questo investimento”.

Lo mise al corrente dei reali rischi che correva in questo tipo di operazione?

“Firmò il questionario che sottoponevamo a tutti, nel quale c’era scritto che il rischio era minimo per questo tipo di operazione”.

Una bugia scritta in un contratto?

“In realtà nelle successive carte che il cliente firmava, era presente la dicitura “alto rischio”, ma quasi nessuno ci faceva caso. Era scritto in un carteggio di 60 fogli”.

E voi impiegati non mettevate al corrente i clienti?

“Avevamo l’ordine di convincere più clienti possibili ad acquistare i prodotti della banca, settimanalmente eravamo obbligati a presentare dei report con dei budget che ogni filiale doveva raggiungere. L’ultimo della lista veniva richiamato pesantemente dal direttore “.

Eravate però perfettamente al corrente di cosa significasse vendere ai vostri clienti delle obbligazioni subordinate, giusto?

“Sì. Ogni anno c’era un aumento del capitale e per farlo dovevamo chiamare tutti i clienti e fargli rivedere azioni, obbligazioni, etc”.

 

Pare di capire che la linea fosse quella di mentire al cliente, o meglio, di omettere verità. È così?

“È così. Quando i clienti venivano a chiederci la liquidità la banca ci diceva di rispondere che non ne aveva e che non sapevamo quando sarebbe stata disponibile. Quando si facevano insistenti, dovevamo dirgli che quelle obbligazioni erano finite nel mercato secondario e che non si vendevano”.

Ha parlato di pressioni psicologiche.

“All’interno della banca ci dicevano che la banca era sull’orlo del fallimento, e che l’aumento di capitale serviva a salvarci e che se non ci fossimo dati da fare la banca avrebbe chiuso e noi saremmo stati licenziati. Ecco perché ognuno di noi convinceva più clienti possibili”.