Banda della Magliana? Era Fassoni Accetti: Corriere della Sera contro Pignatone

di Redazione Blitz
Pubblicato il 11 Maggio 2015 10:44 | Ultimo aggiornamento: 11 Maggio 2015 10:44
Banda della Magliana? Era Fassoni Accetti: Corriere della Sera contro Pignatone

Banda della Magliana? Era Fassoni Accetti: Corriere della Sera contro Pignatone

ROMA – Marco Fassoni Accetti, fotografo e attore finito sotto inchiesta per autocalunnia per essersi accusato del rapimento di Emanuela Orlandi, promette nuove “rivelazioni”, probabilmente della serie che lo sta per portare sul banco degli imputati. L’ultima, lanciata dal Corriere della Sera: “L’auto del sequestro era la mia. Nel 1983 avevo una Citroen Gs, verde. Non somiglia alla Bmw vista dai testimoni?”.

Gli dà credito Fabrizio Peronaci, il giornalista del Corriere della Sera che ha scritto anche un libro sulla traccia del memoriale di Marco Fassoni Accetti. Fabrizio Peronaci sembra in aperta polemica con il Procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone, che invece ha liquidato le dichiarazioni di Marco Fassoni Accetti come inattendibili e lo ha anzi incriminato per autocalunnia.

Secondo Fabrizio Peronaci, dietro le porte blindate della Procura, c’è stato un vero e proprio scontro “tra il procuratore Giuseppe Pignatone e il suo aggiunto Giancarlo Capaldo, che si è dissociato dalla richiesta di archiviazione imposta dal capo”. Sul Corriere della Sera di lunedì 11 maggio 2015, Fabrizio Peronaci dà voce a Marco Fassoni Accetti che gli dice: “Inizio gradualmente ad aprire il mio archivio, pubblicando fatti che mi ero riservato di render noti esclusivamente nel corso del processo…”.

Scrive Fabrizio Peronaci: “Caso Orlandi-Gregori, colpo di scena: il fotografo Marco Fassoni Accetti annuncia di voler rivelare fatti inediti, finora tenuti segreti. Sul suo blog, l’indagato e reo confesso (che ha messo a verbale di aver partecipato al doppio rapimento per conto di una delle fazioni ecclesiastiche in lotta negli anni Ottanta all’ombra del Vaticano) ha inserito un lungo post nel quale affronta tre aspetti: la vettura che egli usava all’epoca, la sua presunta partecipazione alla scena clou del sequestro di Emanuela Orlandi il 22 giugno 1983 in corso Rinascimento e la presenza nei mesi successivi a Boston, città dalla quale partirono 4 lettere di rivendicazione, di «una persona a me intima». Il primo argomento tocca un tema a lungo dibattuto. Grazie alle testimonianza di un vigile urbano (Alfredo Sambuco) e di un poliziotto in servizio davanti al Senato (Bruno Bosco), gli inquirenti hanno sempre ritenuto che l’auto utilizzata dai rapitori 32 anni fa fosse stata una Bmw verde tundra, modello Touring. Al punto che, all’epoca, la polizia verificò una per una le decine di auto di quel genere immatricolate nel Lazio.
Ora, Fassoni Accetti lascia intendere che la vettura fosse un’altra, la sua: «Essendo presente un’automobile sulla scena del crimine, mi avrebbero dovuto chiedere, logicamente e prevedibilmente, quale macchina usassi nell’83, e al tempo stesso indagare al riguardo. Ciò non è avvenuto. Nessuno è a conoscenza di quale autovettura usassi in quell’anno…» E dunque? Quale era? Mistero svelato: «Io ero solito usare una Citroen Gs, di colore verde metallizzato. Lo stesso colore indicato dai testimoni. Certo, uno dei due ritenne che la macchina avvistata fosse una Bmw, ma un testimone potrebbe errare. Ambedue, comunque, indicarono lo stesso colore». Per dare vigore alla sua rivelazione, il fotografo ha pubblicato sul suo blog un’auto di identico modello, di quegli anni. «La acquistò mio padre attorno al 1976 – ricorda – e io la usavo spesso». Altra recriminazione: «Visto che mi sono presentato in Procura, qualificandomi come uno dei responsabili, sarei dovuto essere sottoposto a un confronto con uno dei due testimoni, il poliziotto, l’altro è deceduto. Invece non è accaduto». Il secondo aspetto affrontato riguarda l’identikit del giovane visto nell’auto verde (che si è ipotizzato potesse essere Enrico De Pedis, il boss della banda della Magliana). Anche in questo caso, Fassoni Accetti lascia intendere uno scenario diverso e sorprendente, che fosse lui quel personaggio sospetto: «Oltre ad assomigliare alla descrizione fatta dai testimoni: leggermente stempiato, magro e con il viso allungato – elenca – ho recato un flauto compatibile (si riferisce allo strumento fatto trovare due anni fa, che disse essere appartenuto a Emanuela Orlandi, ndr) e una voce compatibile a quella del telefonista (il cosiddetto Amerikano, la Procura ha disposto una perizia fonica giudicata non risolutiva, ndr)”.