Obama sconfitto, Zucconi e Monda, due italiani spiegano perché

di Redazione Blitz
Pubblicato il 6 novembre 2014 8:37 | Ultimo aggiornamento: 6 novembre 2014 12:23
Barack Obama in conferenza stampa sulle elezioni midterm

Barack Obama in conferenza stampa sulle elezioni midterm

ROMA – “Il crepuscolo dell’uomo che prometteva troppo era già scritto nello splendore di una promessa che nessuno avrebbe potuto mantenere: quella di cambiare in meglio l’America, e magari il mondo, in qualche anno – scrive Vittorio Zucconi di RepubblicaIl declino di Barack “Yes We Can” Obama verso l’umiliazione del suo partito certificata dalla perdita della maggioranza anche in Senato è il prodotto del suo successo, è figlio dell’enormità delle aspettative che i suoi elettori, e il resto del mondo con essi, gli avevano caricato sulle spalle, prima ancora di conoscerlo”.

L’articolo completo:

Dopo averlo immaginato troppo grande sei anni or sono, gli avversari sono riusciti a farlo apparire troppo piccolo, nelle opposte caricature della retorica politica. Insieme abbagliati, o terrorizzati, dalla sua diversità. La felice anomalia di un uomo di colore arrivato a spezzare 226 anni di monopolio degli euroamericani non scalfito davvero neppure dal cattolico Kennedy, aveva annunciato in lui, nella moglie, in quelle bambine insieme normalissime e tanto fuori dalla norma entrate nella grande casa degli ex padroni di schiavi come Washington e Jefferson, un traguardo finalmente tagliato. Ed era invece soltanto l’inizio di una scalata.
Poiché le delusioni sono sempre proporzionali alle illusioni, specialmente per la “sinistra” e i “progressisti” facili all’ubriacarsi delle proprie parole, la parabola discendente di colui che aveva promesso di “Change”, cambiare, ed è invece stato cambiato dalla realtà, era inevitabile. Testimoniò questa irrazionale aspettativa quello stravagante Nobel per la Pace, assegnato prima ancora che il suo trasloco dalla campagna elettorale alla Casa Bianca fosse completo e che lui stesso accettò con esitazione. Accese altre speranze il discorso del Cairo al mondo arabo e all’universo islamico, spalmato come balsamo sulle ustioni lasciate dal tragico predecessore Bush jr, soltanto per scoprire quanto profonda fosse l’infezione di odio che era cresciuta sotto le cicatrici dopo la “esportazione della democrazia” in Iraq. E quanto ambigua sia un’America perennemente in oscillazione fra interventismo e isolazionismo che ripudia gli interventi militari dopo le lezioni, ma non accetta volentieri che il proprio leader dichiari, come fece lui nell’impresa libica, di voler “guidare da dietro”.
Un presidente più grande del proprio tempo fu così ridimensionato dalla realtà. Giorno dopo giorno, Obama è sembrato rimpicciolirsi fino a lasciare un nocciolo apparentemente spento, ma ancora radioattivo al punto da spingere i candidati del suo partito a distanziarsi da lui. Non lo ha puntellato neppure la resurrezione di un’economia che lui aveva trovato agonizzante nell’estate del 2008, devastata dagli otto anni di complice laissezfaire bushista di fronte alla più colossale tempesta speculativa, e all’inevitabile naufragio, che l’America avesse visto dal 1929. Sulla sua pelle, sempre troppo scura per i milioni di elettori sconvolti da quell’“usupartore”, critiche e insulti durante la campagna elettorale erano scivolati via senza mai bagnarlo, ma allo stesso modo su di lui sono scorsi via senza vantaggi i successi di una ripresa attribuiti alla Banca centrale. Secondo la logica del tifo sportivo: se la squadra vince, il merito è dei giocatori. Se perde, la colpa è dell’allenatore.
Prudenze e cautele nel dispiegare dissennatamente la potenza militare americana — «Cerchiamo di non fare niente di stupido», ordinava — sono state viste, nell’inversione ottica delle illusioni divenute delusioni, come segnali d’impreparazione, dilettantismo, spesso accidia, come se a lui, soddisfatto per l’epocale vittoria del 2008 ripetuta nel 2012, il giocattolo noioso del compromesso politico, motore di ogni governo, non interessasse più.
A Washington si infittivano le voci di una First Lady disgustata dalla melma della “politica politicante”, di una donna ansiosa di lasciare quella enorme villona bianca che si stava stringendo su di lei e sulla sua famiglia, come una camicia di forza. «Torniamo nella nostra vera casa, Barack», si diceva lei sussurrasse all’orecchio del marito nel pillow talk, il dialogo sul cuscino del letto matrimoniale privilegio delle First Lady, torniamo a Chicago, lontano dalla boccia dei pesci rossi nei quali vivono le prime famiglie sbranate dal rancore quotidiano degli avversari. Una leadership senza leader era l’immagine proiettata. Tanto più disastrosa, quanto più ormai ogni partito, nel XXI secolo, dipende per i propri successi dalla figura guida.
L’Obama demolito e schiaffeggiato era naturalmente una macchietta elettorale, come lo era l’uomo gigantesco apparso nel parco di Chicago nel discorso della vittoria del novembre 2008, “greater than life”, più grande della vita. Obama era, ed è, un uomo normale proiettato in un ruolo forse troppo grande per lui. Ma molto meno catastrofico di come ora appaia dopo la rivincita — o la vendetta — di un elettorato che lo ha voluto frustare per la sua sfacciataggine e per i suoi tentativi, falliti, di rimettere in azione il motore dell’American Dream per la classe media.
In questo furioso e fruttuoso lavoro di ridimensionamento dell’immagine che ha fruttato al partito opposto la maggioranza al Congresso sta però il paradosso del suo declino. Da martedì a mezzanotte, quando la (tradizionale) batosta del partito al governo per mano del partito “fuori” alla fin dei due mandati si è definita, Obama è tornato a essere quello che lo aveva ingigantito sei anni or sono: l’outsider. Il ragazzo, molto ingrigito secondo il feroce invecchiamento del potere che logora, che non ha più niente da vincere e quindi non ha niente da perdere.
Ora tocca ai suoi nemici dimostrare quello che sanno fare. Obama potrà permettersi di puntare al sogno di ogni presidente a fine carriera, l’eredità storica. Potrà lanciare quella riforma dell’immigrazione, con inevitabile amnistia, capace non soltanto di compiere un atto di giustizia e di umanità, ma d’incassare quel voto dei “Latinos” che sempre più stringono le chiavi della Casa Bianca fra le dita. Per i repubblicani, acconsentire vorrà dire alienarsi proprio quegli elettori bianchi, anziani, spaventati, che hanno punito l’uomo nero e non vogliono certo arrendersi all’uomo “bruno”. Opporsi, significherà alienarsi il blocco elettorale oggi più rilevante e in crescita.
Il volo dell’anatra zoppa, del mini-Obama rimpicciolito dopo il Super Barack, potrebbe rivelarsi più nobile, più alto di quello starnazzare che abbiamo visto, di fronte al terrorismo dell’Is, al neo-imperialismo russo del colonnello Putin, a un virus, l’Ebola, che gli è stato inconsciamente, e mai esplicitamente addebitato, per associazione etnica, visto che si è diffuso proprio nel continente del padre. A volte, e senza creare nuove illusioni, è nel momento del tramonto che la luce si fa più vivida.

L’articolo di Antonio Monda

Martin Amis appartiene alla numerosa schiera dei delusi da Barack Obama, e oggi afferma che si è trattata di una sconfitta prevedibile e meritata. Anzi per usare un suo termine, di una terribile disfatta. «È andata al di là delle peggiori aspettative — racconta nella sua casa di Brooklyn — ed è un risultato sul quale il mondo liberal dovrebbe riflettere, cosa che mi sembra non stia avvenendo». Lo scrittore britannico, da sempre un attento e appassionato osservatore della vita e della politica americana, è molto spesso negli Stati Uniti.
Cosa intende?
«Che la prima reazione è stata quella di demonizzare l’avversario, parlare del risorgere delle forze reazionarie o di prendersela con l’elettorato, colpevole di non aver compreso quanto di buono è stato fatto in questi anni, come se si trattasse di un problema di comunicazione. L’analisi che invece mi aspetto è quella sui tanti errori commessi, specie in Medio Oriente, e sull’incertezza manifestata in tante occasioni che è finita per diventare debolezza. Anche gli osservatori stranieri non sono da meno: risorge l’anti-americanismo più greve e superficiale, che condanna come irrecuperabili le stesse persone che pochi anni fa hanno votato in maniera opposta o parla di un’America che si barrica dietro le proprie convinzioni. Insomma, la necessità di comprendere è sostituita dalla volontà di accusare e trovare un capro espiatorio».
Qual è la sua lettura su questa disfatta?
«Con l’eccezione della riforma sanitaria, azzoppata nella realizzazione e certamente migliorabile, Obama ha fatto molto meno di quanto ci si aspettava.
E in politica estera ha consegnato al mondo l’idea di una leadership debole o addirittura assente: ed è una cosa semplicemente inaccettabile per un cittadino americano.
Questa delusione è da mettere in parallelo con le aspettative enormi che lui stesso aveva creato, grazie anche alla sua magnifica oratoria. Il titolo di un suo libro era l’”Audacia della speranza”: abbiamo visto poca audacia e le speranze sono state disattese».
Anche i giornali liberal come il “New York Times” in questi ultimi tempi sono stati feroci: in alcuni editoriali si è parlato perfino di incompetenza.
«Non arriverei a questo, ma l’impressione costante è che Obama sia più un teorico che un leader. Non dimentichiamo che ha un background accademico: questo non è necessariamente un bene per chi deve comandare. Alla fine del primo mandato circolava la voce che fosse depresso, e non potesse prendere medicinali. Dava l’impressione che avesse compreso che il potere, in apparenza enorme, fosse in realtà molto limitato e soggetto ad una sequenza infinita di compromessi. E, soprattutto, di non avere il talento di gestirlo per ottenere il meglio. In questi ultimi tempi si e avuta l’impressione che avesse la consapevolezza che la navigazione della corazzata che guidava potesse essere spostata solo di qualche grado. E che reagisse a questa consapevolezza con sconforto e perfino con noia».
L’accusa ricorrente è quella di non essere un “comandante in capo”.
«Se si eccettua l’uccisione di Osama Bin Laden, l’impressione è proprio questa, aggravata dalla crisi mediorientale degli ultimi anni. La risposta alla minaccia rappresentata dallo Stato Islamico è debole e oscillante».
Dove ha fallito il presidente?
tativo di sanare la ferita del razzismo ha sortito risultati molto modesti, così come quello delle incarcerazioni di massa di gente di colore. Anche sull’immigrazione i risultati sono scarsi. C’è tuttavia un dato generale, che prescinde la sua presidenza: Obama sta vivendo sulla sua pelle il declino dell’America: un fenomeno ancora nella fase iniziale, e che riguarderà soprattutto le prossime generazioni, ma tuttavia sembra senza via di ritorno. Il mio paese, l’Inghilterra, ha vissuto questo trauma con dignità, salvo momenti in cui ha creduto di essere ancora una grande potenza come nella crisi di Suez nel 1956: in America sarà tutto più traumatico, considerata la promessa di un paese che esprime energia e potenza».
Si può parlare anche di declino del progressismo americano?
«Io parlerei del declino della sinistra planetaria: le prove offerte dai leader progressisti sono deludenti ovunque, e viviamo in società sempre più plutocratiche. È il denaro che comanda, come mai in precedenza, «Oltre alla debolezza in politica estera, il ten- e le sinistre hanno accettato di stare al gioco, con esiti modestissimi, e, soprattutto, perdendo la propria anima. I leader tentano di differenziarsi con riforme su questioni etiche, ma questo non può essere un discrimine tra la destra e la sinistra».
Cosa salva di questi primi sei anni della presidenza Obama?
«L’Obamacare, ossia la riforma sanitaria, nonostante i compromessi che ha dovuto accettare e le troppe complicazioni burocratiche. Milioni di persone oggi godono di una copertura un tempo inimmaginabile, e la riforma ha avuto anche il merito di far penetrare nella coscienza del popolo americana un principio lontanissimo dalla sua mentalità: il fatto che il paese ti chieda di spendere una parte dei propri guadagni per la salute altrui».