Basta catasto selvaggio, a rischio i rincari Imu, Claudio Antonelli su Libero

di Redazione Blitz
Pubblicato il 7 febbraio 2014 11:00 | Ultimo aggiornamento: 7 febbraio 2014 11:00
Basta catasto selvaggio, a rischio i rincari Imu, Claudio Antonelli su Libero

Basta catasto selvaggio, a rischio i rincari Imu, Claudio Antonelli su Libero

ROMA – La Cassazione boccia i Comuni che impongono incrementi ingiustificati delle rendite catastali, “Basta catasto selvaggio, a rischio i rincari Imu” titola Libero. L’articolo di Claudio Antonelli:

Sbagliati gli estimi catastali. È ormai un fiorire di sentenze della Cassazione contro la pessima abitudine di ritoccare le rendite del Catasto senza precise pezze giustificative. Comuni e Agenzia del Territorio sono stati bacchettati dalla Corte: ogni volta che lo Stato decide di alzare il valore catastale di un’abitazione in modo sommario, senza evidenziare i significativi e concreti interventi di miglioramento e senza provvedere a «verificare le effettive trasformazioni specifiche subìte dalle unità immobiliari in questione, l’atto va considerato nullo. Ieri vi abbiamo messo in guardia dagli avvisi di accertamento partiti a seguito degli interventi di ristrutturazione e della richiesta di detrazioni fiscali.

Vi abbiamo raccontato di una sentenza della Cassazione (2386 del 4 febbraio 2014) che metteva l’Agenzia con le spalle al muro. Oggi, riporta il Corriere, un’altra sentenza (2357 della Quinta sezione) rischia di avere gravi effetti sulle operazioni di cassa effettuate da Comuni che hanno sperato bastasse mandare ai cittadini una lettera per poter ascrivere a bilancio più tasse sugli immobili. Nel caso esaminato dalla Quinta sezione, l’ente locale ritiene di alzare di sua iniziativa il valore catastale in base a una stima approssimativa. Mentre secondo il cittadino che ha fatto ricorso «l’attribuzione della nuova rendita è astratta e fondata su mera ipotesi dell’Ufficio: troppo generici i parametri enunciati, comprese le infrastrutture, enfatizzate troppo ed anche impropriamente». Inoltre viene omessa «ogni indicazione concreta sulla qualità e sullo stato degli immobili e dei luoghi circostanti l’immobile accertato». In sostanza, un’operazione fatta sulla carta. Quasi sicuramente per fare cassa, anche se l’Agenzia del Territorio si giustifica dicendo di aver utilizzato un criterio comparativo statistico confrontato con la media della case dello stesso quartiere. Risposta dei giudici: quando «si procede all’attribuzione d’uffi – cio di un nuovo classamento ad un’unità immobiliare a destinazione ordinaria, l’Agenzia del Territorio deve specificare se tale mutato classamento è dovuto a trasformazioni specifiche subite dalla unità immobiliare in questione; oppure ad una risistemazione dei parametri relativi alla microzona, in cui si colloca l’unità immobiliare».

Insomma, perché l’atto sia valido deve indicare il dettaglio delle trasformazioni edilizie e riportare in allegato il certificato di «revisione dei parametri della microzona». Dunque, il Comune deve a sua volta dimostrare che il determinato quartiere ha subito interventi di arredo urbano tali da giustificare il salto di classe. Cosa che raramente avviene. Motivo per cui la Cassazione senza mezzi termini si schiera dalla parte del cittadino. E non è un secondo caso isolato. Già il 25 febbraio 2009 e il 13 giugno 2012 i giudici avevano sentenziato (rispettivamente numero 4507 e 9629) sullo stesso tema sostenendo che il classamento della casa deve essere motivato. Perché dall’esito del calcolo ne va degli importi futuri di tutte le imposte abitative. Dunque, se avete spostato pareti all’interno della casa, creato un open space, demolito una parte dell’immobile o ampliato un bagno e vi concentrate solo sulla grande opportunità delle detrazioni fiscali al 50%, da poco prorogate dal governo Letta, sappiate che invece è bene mettersi sul piede di guerra. Nel momento in cui arriverà l’avviso di accertamento che mette in discussione il valore catastale dell’immobile, tenete a mente la sfilza di sentenze della Cassazione. Se il testo è generico e non sono indicati gli esatti parametri valutativi, sentite il parere di un esperto e poi impugnate. Altrimenti rischiate di detrarre un po’ di Irpef per dieci anni e di pagare un 20 o 30% in più di Imu per tutta la vita. Resta un interrogativo di fondo. Se le bocciature della Cassazione cominciassero a essere troppo frequenti, i Comuni potrebbero rischiare un buco in bilancio per aver sopravvalutato la capacità di gettito. E quindi c’è da domandarsi che altra tassa s’inventeran – no.