Beppe Grillo: Fvg, Prodi: Quirinale. Cronache di trionfi svaniti

Pubblicato il 23 Aprile 2013 5:16 | Ultimo aggiornamento: 22 Aprile 2013 21:13
debora serracchiani

Debora Serracchiani: scacco matto a Beppe Grillo (Foto LaPresse)

Gli eventi degli ultimi giorni hanno strappato qualche piuma a Beppe Grillo: la rielezione di Giorgio Napolitano e il successo di Debora Serracchiani in Friuli Venezia Giulia ne sono responsabili.

Si sa. Piena di imprevisti e di sorprese è la vita, piena di ribaltoni e trappole è la politica che della vita è uno spicchio. I giornali ne registrano le evoluzioni e le loro note durano lo spazio di un mattino. Poi i giornali diventano carta straccia.

Se invece si fa tanto di conservarne qualche edizione e di rileggere qualche articolo, le sorprese sono molte.

Due articoli pre elezione di Giorgio Napolitano II scritti da due bravi e capaci giornalisti di Repubblica, Silvio Buzzanca e Claudio Tito, sono un esempio.

Il 20 aprile, Silvio Buzzanca raccontava il trip di onnipotenza di Beppe Grillo, ormai sicuro di avere  in pugno quella straordinaria, quanto composita e complessa terra, imprevedibile e profonda che è l’ibrido geografico Friuli Venezia Giulia:

“«Rodotà sarà il candidato giusto e saranno obbligati a votarlo». Beppe Grillo alla fine di un altro giorno disastroso per il Pd e fruttuoso, molto fruttuoso per il suo movimento, canta vittoria [e dice] «abbbiamo mandato a casa 5 partiti in due mesi: sono spariti, Udc, Fli e Di Pietro; fra poco si rompe anche il Pd e poi seguirà il Pdl». I partiti, insiste, «non hanno scelta, Saranno costretti a votare Stefano Rodotà e sarà una svolta epocale».

Beppe Grillo, racconta Buzzanca,

“si tiene stretto il suo “Professore”. Se lo coccola e lo considera una carta vincente. E gli altri sono inciucisti, Sempre e comunque. Annota soddisfatto le notizie che arrivano da Roma. Prende atto che «Prodi se ne va umiliato e la Bindi ha dato le dimissioni; siamo alla resa dei conti»”.

Quanto a Berlusconi, Beppe Grillo ricorda la contestazione del giovedì precedente e

“conclude: «Signori finisce qui; ho girato tutto il Friuli io sono convinto di non dover scappare da Udine». Allora avanti tutta con Rodotà”.

A leggere l’articolo di Buzzanca, viene anche da pensare quanto sia prova dell’inconsistenza e della poca coerenza di Beppe Grillo il fatto che Stefano Rodotà era stato oggetto di un “pesante attacco” dal blog di Beppe Grillo

“per via delle sue pensioni, frutto degli anni passati in Parlamento, dell’insegnamento universitario e della presidenza dell’Autorità sulla privacy. Un percorso molto simile a quello di Giuliano Amato. Ma adesso la possibile elezione di Rodotà al Colle fa intravedere a Grillo scenari rosei sul futuro del governo e del paese”.

Claudio Tito il giorno prima aveva fotografato la situazione della corsa al Quirinale dopo la caduta di Franco Marini e la candidatura durata lo spazio di un mattino di Romano Prodi. Fin dal titolo si ricava precisa l’idea di quanto tutto sia effimero, imponderabile:

“Larghe intese al tramonto”

si prevedeva quando il segretario del Pd Pierluigi Bersani aveva tirato fuori dal cilindro il coniglio Prodi: quattro giorni dopo e Prodi non c’è più, anzi mai stato e le larghe intese appaiono ineluttabili. Scriveva allora Claudio Tito che, nella giornata che ha visto bruciare la candidatura di Franco Marini a Presidente della Repubblica,

“la base del Pd, i militanti di Sel e soprattutto quasi metà dei loro parlamentari, si sono ribellati all’idea che la legislatura potesse prendere il via attraverso un patto con il centrodestra di Silvio Berlusconi. È stato archiviato il metodo che prevedeva un accordo con il Cavaliere. Quel sapore di “inciucio” che ha impastato ogni soluzione e che ha reso brutale la reazione degli anticorpi. Con quel metodo è stata dunque bocciata anche la linea sostenuta in questi giorni da Pierluigi Bersani.

” Il segretario democratico sa che a questo punto una soluzione in grado di tenere uniti i gruppi parlamentari costituisce l’unica strada per evitare la deflagrazione totale e la scomparsa del fronte progressista in chiave governativa.

“E allora ecco il nome di Romano Prodi, il capo dell’Ulivo e l’uomo che ha sconfitto due volte Berlusconi. Ma la confusione all’interno del Pd è tale che nessun candidato ha ormai la certezza non tanto di essere eletto, ma persino di raccogliere tutte le preferenze della sua coalizione.

“Il primo responsabile di una guerra tra nuove e vecchie generazioni [attualmente in corso nel Pd] è forse lo stesso segretario che, per liberarsi dalle camarille correntizie, a dicembre scorso ha inventato le primarie per i parlamentari. Risultato: si è trovato i gruppi della Camera e del Senato del tutto ingestibili, con una quota imponente di eletti che preferisce rispondere a esigenze esogene rispetto al partito che li ha portati in Parlamento. Guardano solo al web senza tenere presente le buone esigenze della politica.

“La prima conseguenza di ciò, se davvero salterà il patto con il Pdl [e qui Claudio Tito rivela una natura prudente e accorta], consisterà nell’addio di Bersani al proposito di guidare il governo. Cambiare lo schema per il Quirinale significa mutarlo pure per Palazzo Chigi. Anche perché l’alleanza Pd-Sel ha scricchiolato alla prima prova. Il partito di Vendola, nonostante i buoni propositi della campagna elettorale, ha subito dimostrato di non volersi adattare alle scelte di coalizione e al principio delle decisioni a maggioranza”.