Rassegna Stampa

Beppe Grillo e M5s, Renzi, Amanda Knox e Raffaele Sollecito: prime pagine e rassegna stampa

Il Corriere della Sera: “Cortei e insulti, Camera nel caos”. Nuovi squadristi. L’editoriale di Paolo Franchi:

Può darsi che alla fine il combinato disposto tra una (indecente) guerriglia parlamentare e la (tragicomica) richiesta di impeachment del presidente della Repubblica si trasformi in una trappola micidiale proprio per il Movimento Cinque Stelle che lo ha apparecchiato. Può darsi. Magari è pure probabile. Ma, anche in questo caso, quello che sta accadendo a Montecitorio e dintorni resterebbe gravissimo.
Le speranze, se ancora ce n’erano, di una qualche parlamentarizzazione del Movimento Cinque Stelle sembrano definitivamente dissolte. La realtà è tutt’altra. Un partito antipartito (votato, sarà il caso di ricordarlo, da quasi uno su quattro degli italiani che nel 2013 sono andati alle urne) ha deciso a freddo di cercare di far fronte alle proprie crescenti difficoltà utilizzando il Parlamento della Repubblica a mo’ di cassa di risonanza di un’agitazione politica che non morde più come un anno fa. A Grillo, Casaleggio e compagni, compresi quei parlamentari che vestono i panni dei bravi scolaretti intenti a imparare a destreggiarsi tra norme e regolamenti, la cosa riesce abbastanza facile: in fondo (nemmeno troppo in fondo) hanno sempre considerato le Aule parlamentari come la sentina di tutti i vizi, e i loro abitatori non grillini come inesausti tessitori di sordidi intrighi contro il Movimento. Se hanno deciso di partire lancia in resta adesso, chiudendosi da soli ogni possibilità di ritirata, è per un motivo molto semplice. Non il decreto Imu–Banca d’Italia, che è stata solo la prova generale. Ma la riforma elettorale.

L’asse dello scontento rischia di favorire l’offensiva di Grillo. La nota politica di Massimo Franco:
Se riesce, l’accordo sulla riforma elettorale e su quelle istituzionali può ricreare un simulacro di unità nazionale; e dunque permettere una stabilizzazione del sistema, che si intravede appena ma potrebbe garantire la stabilità. L’offensiva di Beppe Grillo contro il Quirinale nasce da questa consapevolezza. Più che sicuro della propria forza, il leader del Movimento 5 Stelle appare disperato dalla prospettiva di ritrovarsi ai margini di giochi che per gli altri partiti forse significano rilegittimazione; per lui la sconfitta e la certificazione dell’isolamento politico. Arriva a proporre la messa in stato d’accusa di Giorgio Napolitano e si precipita nella capitale dai suoi parlamentari perché fiuta la diaspora interna.
Il vicepresidente grillino della Camera, Luigi Di Maio, ha spiegato che decisioni come quella presa sono «a maggioranza»: a conferma che non c’è unanimità nel M5S. Anche perché l’attacco al presidente della Repubblica parte dalla tesi secondo la quale «fa il premier»; e soprattutto «spalleggia questa legge elettorale incostituzionale». Ma c’è da chiedersi se l’iniziativa non finisca per rafforzare Napolitano; e per imprimere, paradossalmente, una spinta alle riforme. Grillo si inserisce con il suo impeachment da ultima spiaggia in una situazione ancora ingarbugliata. Sembra difficile che il patto tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi possa saltare: anche se la minoranza del Pd e il nuovo centrodestra di Angelino Alfano, oltre ad altri partiti minori, chiedono modifiche alla bozza.

L’intervista a Laura Boldrini:

Abbiamo assistito ad atti non tollerabili nel Parlamento di un Paese democratico. Violenze. Insulti. Turpiloquio. Minacce. Aggressioni. I deputati del Movimento Cinque Stelle si sono scagliati contro di me. Gridavano minacciosi, allungavano le braccia, urlavano i peggio improperi. Sono stati malmenati i commessi, gente che lavora. È stato impedito fisicamente ai deputati di entrare in commissione. Al capogruppo del Pd si è tentato di impedire di parlare alla stampa. Un gran numero di deputati si è riversato da una commissione all’altra per bloccare i lavori.

La prima pagina di Repubblica: “Parlamento, la guerra di Grillo”.

La Stampa: “Renzi: grillini squadristi”.

Il colloquio con Matteo Renzi:

Non servono giri di parole per dire quel che il Movimento Cinque Stelle sta mettendo in scena alla Camera: roba da squadristi, al limite – se non oltre – del codice penale. E quanto all’atto d’accusa contro Napolitano, spero che nessuno si lasci ingannare: non c’entrano niente la voglia di cambiamento, la Costituzione e quelle balle lì.  Siamo di fronte ad una strategia lucida ma disperata: tutta studiata a tavolino

Addio all’Oxfam. La bella Scarlett sceglie i coloni ebrei. L’articolo di Maurizio Molinari:

Paladina di un nuovo simbolo di coesistenza fra israeliani e palestinesi o simbolo dell’apartheid in Cisgiordania? L’attrice Scarlett Johannsson precipita nel vortice del conflitto mediorientale per la scelta di essere la testimonial di «SodaStream», la bevanda gassata fai-da-te «made in Israel» realizzata anche in una fabbrica di Maalei Adumim, un insediamento ebraico a Est di Gerusalemme oltre la linea verde del 1967 e dunque nella Cisgiordania rivendicata dai palestinesi.
Per i portavoce della campagna araba Bds – Boicotta, disinvesti e sanziona contro i prodotti che vengono dai Territori occupati – l’attrice di Hollywood che Woody Allen ha voluto per «Match Point», «Scoop» e «Barcelona», è diventata il «volto dell’apartheid contemporaneo» e la tv al-Jazeera da giorni mette in risalto le proteste contro di lei nel mondo arabo. In Israele la reazione è opposta: i circa 500 mila abitanti degli insediamenti ebraici in Cisgiordania considerano l’attrice una paladina e il quotidiano liberal «Haaretz» le riconosce il merito di «saper difendere Israele meglio del nostro ministero degli Esteri».
L’aspra battaglia di opinioni è arrivata fin dentro il team dell’attrice perché Oxfam, la campagna internazionale che riunisce 17 organizzazioni anti-povertà in 90 Paesi, le ha chiesto di fare marcia indietro o rinunciare alla carica di «ambasciatrice globale» da lei ricoperta. «La scelta di promuovere SodaStream è incompatibile con il suo ruolo per Oxfam – recita il comunicato di condanna – perché riteniamo che operando negli insediamenti questa azienda contribuisca ad accrescere povertà e negazione dei diritti umani nella comunità palestinesi che sosteniamo». Da qui la richiesta a Johannson, che nel 2012 fu la Vedova Nera in «The Avengers», di troncare ogni accordo con l’azienda israeliana, a cominciare dallo spot che verrà trasmesso durante la finale del SuperBowl ovvero l’evento sportivo più seguito in tv dal pubblico negli Stati Uniti.

Il Fatto Quotidiano: “Le mazzette e i due marò. Lo scambio italo-indiano”.

Leggi anche: Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Cossighitano”

Il Giornale: “Napolitano che botta”. L’editoriale di Alessandro Sallusti:

Può stare tranquillo Giorgio Napolita­no. Il Parlamento non avallerà la ri­chiesta di messa sotto stato di accu­sa per alto tradimento avanzata ieri dal Movimento Cinque Stelle, ultimo atto di una guerriglia grillina che ha trasformato la Camera in un campo di battaglia più comico che tragico. È la seconda volta nella storia della Repub­blica che si innesca la cosiddetta procedura di impeachment. La prima, nel 1991, fu promos­sa dall’allora Pci nei confronti del presidente Cossiga, ma abortì prima ancora di vedere la luce. Non mi sembra, a occhio, che nei sei capi di accusa depositati ieri dai grillini ci sia mate­ria seria ( per intenderci, in uno viene contesta­ta anche la grazia, non richiesta, concessa a me). Acqua fresca, ma il solo fatto che si incar­dini la procedura è uno smacco per il presi­dente che voleva passare alla storia come il più amato dagli italiani. Napolitano supererà la prova, ma si avvia a una uscita di scena triste e senza neppure l’onore delle armi. Sbagliò a ironizzare sul movimento di Grillo. Chiuso nel suo costoso palazzo non aveva capito cosa stava accadendo tra gli italiani e rispose in ma­niera arrogante e poco trasparente. Da buon comunista, pensò che il problema fosse Berlu­sconi e si mise a capo di una manovra- in com­butta con Stati esteri, e questo sì che è grave ­tesa a fare fuori il Cavaliere prima per via politi­ca ( governo Monti con tutto quello che ne con­seguì) poi assecondando l’odiosa macchina giudiziaria che ha portato alla condanna defi­nitiva. Sbagliò analisi, visione e quindi ricetta, tanto che ora è proprio Berlusconi a togliergli, insieme con Renzi, le castagne dal fuoco.

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