Beppe Grillo, Scajola, Farage e i partiti no-euro: prime pagine e rassegna stampa

di Redazione Blitz
Pubblicato il 22 Maggio 2014 8:26 | Ultimo aggiornamento: 22 Maggio 2014 8:26

Il Corriere della Sera: “Biagi, omicidio per omissione”. Come farsi male (e tanto) da soli. Editoriale di Antonio Polito:

Sarà forse una nuova macchinazione internazionale, questo ritorno dello spread tra i guai dell’Italia? Un altro «grande imbroglio», un nuovo «complotto» con il quale, complice al solito il capo dello Stato, entità straniere tentano di buttar giù anche Renzi, dopo averlo fatto con Berlusconi? In attesa di scoprirlo tra qualche anno dalle tardive memorie di un ex ministro o di un ex premier, per ora non si può dare che una spiegazione più prosaica: ci stiamo facendo male da soli, l’organismo debilitato e fiacco del nostro sistema politico sta avendo una ricaduta.
I fondamentali del Paese non sono del resto tanto cambiati. Il debito pubblico è immane come tre anni fa, anzi di più. Il segno davanti alla cifra del Pil è sempre negativo. Governo e Parlamento faticano a tenere sotto controllo la spesa più o meno come al solito. Ma a questa costante economica del caso italiano si sta di nuovo aggiungendo un rischio squisitamente politico. Gli inglesi lo chiamano «slippage », letteralmente scivolata, metaforicamente una situazione in cui un sistema non sembra più in grado di realizzare un obiettivo o di mantenere una scadenza, e quello che può accadere tra il momento in cui gli investitori comprano Italia e il momento in cui vendono diventa di nuovo incerto, imprevedibile, insicuro.
Nell’estate del 2011 esportammo, nel pieno della crisi dell’euro, ingovernabilità. L’esecutivo non aveva più maggioranza, era squassato al suo interno, il ministro del Tesoro non firmava i provvedimenti di Palazzo Chigi, le raccomandazioni della Bce restavano disattese, le promesse fatte a Bruxelles non venivano mantenute. Nessun governo dei Paesi travolti dalla crisi, dalla Spagna alla Grecia, resse alla tempesta. Perché mai avrebbe dovuto sopravvivere il nostro, che già non c’era più?

Al di là dei proclami tutti i partiti temono il non voto. La nota politica di Massimo Franco:

Si comincia a capire meglio la ragione per la quale Silvio Berlusconi è arrivato a paragonare Beppe Grillo al dittatore nazista Adolf Hitler. «Di fronte al pericolo di un regime autoritario», ha detto ieri l’ex premier, «qualsiasi ipotesi alternativa va perseguita». Traduzione verosimile: non esclude un governo di larghe intese col Pd di Matteo Renzi dopo le elezioni europee. Dette alla vigilia di un voto che potrebbe far scivolare la sua Forza Italia al terzo posto, sono parole che segnalano un certo grado di preoccupazione, se non di disperazione. E potrebbero offrire al Movimento 5 Stelle un ulteriore pretesto per accreditarsi come unica opposizione rispetto a quello che Grillo dipinge come un patto tra Pd e Forza Italia.
È il segno che mentre i partiti si combattono negli ultimi giorni di campagna elettorale, in realtà già guardano al dopo. Ha colpito la disponibilità dei vertici grillini, a cominciare da Gianroberto Casaleggio, a diventare ministro in caso di vittoria: un’ammissione sfuggita in un’intervista al Fatto , e poi ridimensionata. E ieri Berlusconi ha ventilato un ritorno al governo: prospettiva, in realtà, poco verosimile. Pensare che Renzi possa allearsi con FI contraddirebbe quanto è stato detto finora dal presidente del Consiglio. L’unica possibilità è che avvenga dopo elezioni politiche anticipate; e in una situazione parlamentare bloccata.
Ma prima bisognerebbe trovare un compromesso sulla riforma del sistema elettorale, in alto mare nonostante le assicurazioni del governo; e subordinato ai rapporti di forza che emergeranno dalle Europee. L’incertezza sul voto del 25 maggio è vistosa: tanto che lo spread , la differenza tra il rendimento dei titoli di Stato italiani e tedeschi, ieri era risalito fino a 200 punti. Ed ha fatto dire al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che «c’è un elemento di nervosismo sui mercati legato alle attese dei risultati elettorali»: non solo in Italia ma nell’intera Europa. A fine giornata, lo spread è tornato a 178.

La prima pagina de La Repubblica: “Ecco il piano Renzi per il semestre Ue. Tasse, oggi via Befera”.

La Stampa: “Via al voto, allarme populismo”.

Londra apre le danze. Farage guida la carica degli anti-Bruxelles. Scrive Alessandra Rizzo:

«Ma tu, chi sei?» chiedeva Nigel Farage, sprezzante e sarcastico, al presidente del Consiglio europeo. «Hai il carisma di uno straccio bagnato e l’aspetto di un impiegato di banca di basso livello… Chi sei?». Oggi molti si domandano la stessa cosa di lui: Chi è Farage? L’esuberante euroscettico inglese, birra in mano e sorriso stampato in volto, potrebbe risultare il vincitore delle elezioni europee in Gran Bretagna.
Secondo i sostenitori, Farage è l’erede del conservatorismo britannico, il difensore degli interessi del paese contro gli odiosi burocrati di Bruxelles, il paladino dei lavoratori inglesi contro gli immigrati. Per i detrattori, è un fomentatore di pregiudizi, un pericoloso razzista, un ipocrita che alimenta l’odio contro gli stranieri ma impiega la moglie tedesca come assistente. Qualunque cosa si pensi del leader di Ukip, il partito che vuole la Gran Bretagna fuori dalla Ue, Farage è emerso come la forza nuova della politica britannica. Ha dominato la campagna per il voto di oggi, che accorpa elezioni europee e locali, con il suo stile di uomo del popolo e doti di formidabile comunicatore che anche gli avversari gli riconoscono. Farage parla a braccio, ha la battuta pronta; nemico del politically correct, è un provocatore nato che sguazza nelle polemiche ed è capace di uscirne indenne. Cinquant’anni, quattro figli e un passato di trader nella City, Farage ama dire di sè che non è un politico di professione. Eppure la politica lo ha quasi ucciso. Nel 2010, scampò per miracolo allo schianto del piccolo aereo in cui viaggiava: lo striscione elettorale («Vota per il Paese. Vota Ukip») si impigliò nella coda, facendo precipitare il monomotore. Deluso dai conservatori, ha fondato Ukip ed è stato eletto tre volte nel parlamento europeo, l’istituzione dove nel 2010 pronunciò il discorso dello «straccio bagnato» di fronte ad un esterrefatto Van Rompuy.

Il Fatto Quotidiano: “Renzi: Riforme, non faccio miracoli, non è il mio parlamento”.

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Il Giornale: “Pronto il tribunale del popolo”. Come Mao Tse-Tung. Editoriale di Vittorio Feltri:

La parola d’ordine ormai è questa:la po­litica fa schifo. Esprime un concetto, però, vecchio come il mondo. O alme­no quanto la nostra Repubblica. Da quando faccio il giornalista, infatti, lo sento ripe­tere da migliaia di bocche. Un mantra, secondo il linguaggio di moda. In realtà l’Italia, pur con i suoi drammi quotidiani, è sempre riuscita a ca­varsela e sarebbe una bugia dire che ieri si stava meglio di oggi. La vita, persino quella democrati­ca, non è mai stata facile. Attualmente, tuttavia, fra i tanti ingredienti che insaporiscono (o ren­dono amara) la nostra esistenza, c’è un umori­smo nero inedito. Per la prima volta la politica patria si avvale del contributo di un comico di ta­lento, Beppe Grillo, il quale, stanco di esibirsi sul palcoscenico dei teatri, si è trasferito sulla tri­buna e (scusate la cacofonia) fa furore più che pria. A giudicare dagli effetti che produce sul popo­lazzo, egli è un genio. C’è gente che ha dedicato decenni alla politica, per esempio Pier Ferdinan­do Casini, e non riesce ad andare oltre il 2o3per cento dei consensi: immagino la sua frustrazio­ne.