Berlusconi da Al Capone a Travicello, film di Scalfari: Quel maledetto mercoledì

Pubblicato il 7 ottobre 2013 3:50 | Ultimo aggiornamento: 6 ottobre 2013 22:40
Berlusconi da Al Capone a Travicello, film di Scalfari: Quel maledetto mercoledì

Berlusconi al Senato, quel maledetto mercoledì 2 ottobre

Berlusconi protagonista di un film, sceneggiatore Scalfari, un

“film dal vero che si è svolto mercoledì scorso sotto i nostri occhi”.

È pezzo di giornalismo magistrale. Ecco alcuni passi di quanto ha scritto Eugenio Scalfari nel suo editoriale su Repubblica di domenica 6 ottobre. Il ritmo è drammatico, incalzante:

“Alle dieci del mattino esce da Palazzo Grazioli di fronte al compatto muro di telecamere e fotografi che lo aspettano al varco e va a Montecitorio dove è riunito il grosso dei dirigenti del partito e dei gruppi parlamentari. Li arringa, ribadisce la necessità di votare contro il governo Letta, non apre contraddittori e se ne va.

“Palazzo Grazioli però è una porta aperta e i suoi consiglieri lo seguono e salgono fino al suo appartamento. “Falchi e colombe fanno ressa, litigano tra loro, alcuni vengono chiamati nello studio dove sta il Capo, con l’ansia e l’angoscia che gli rodono il fegato e gli pesano sulle palpebre.

“Alfano, Lorenzin, Gelmini, Cicchitto, Sacconi, sostengono la fiducia al governo.

“Bondi, Santanchè, Verdini, Brunetta, Carfagna, il contrario.

“Lui ascolta, si tormenta le dita, si passa le mani sul volto, si dimena sulla poltrona.

“Poi quasi li caccia coadiuvato dalla fidanzata. Soffre ed è evidente a tutti. Fa pena o almeno questo è il racconto che alcuni di loro fanno a chi li attende fuori. Un nuovo confronto è indetto a Montecitorio per il primo pomeriggio. Intorno alle ore 14 la votazione sulla fiducia sta per cominciare. Letta ha già parlato ed è stato chiaro e deciso, ha esposto le linee del programma economico e di riforma della Costituzione.

“Intanto la discussione ferve sempre più accesa nella sala dove il gruppo dirigente del Pdl è riunito attorno al suo «boss». Ma il boss sempre più aggrondato, cupo, tormentato, sudato, che ha perso il piglio dell’Al Capone dei tempi d’oro che gli è stato abituale per trent’anni, ed ora sembra un Re Travicello, sbattuto tra le onde e gli alterchi che s’incrociano intorno a lui.

“Lui spesso chiude gli occhi che ormai sono diventati due fessure a causa dell’ennesimo lifting mal riuscito e della rabbiosa emozione che lo tormenta.

“Ogni tanto un commesso bussa alla porta e avvisa che la «chiama» sta per cominciare. A quel punto lui si scuote, si alza e con voce decisa annuncia che si voterà la sfiducia. Chi non se la sente resti fuori dall’aula o non voti, che al Senato equivale al voto contrario.

“Quasi tutti sciamano, escono e infine entrano in aula. Bondi annuncia pubblicamente con piglio tracotante che il Pdl voterà «no» e così, nell’aula della Camera, fa Brunetta.

“Ma Alfano e Lupi sono rimasti dentro e Gasparri con loro. Per l’ennesima volta gli espongono le ragioni che militano a favore del voto di fiducia. Lui continua a negarle e rifiutarle anche se il sudore riappare sulla sua fronte e le mani sono strette e quasi aggrovigliate l’una nell’altra.

“A un certo punto – la «chiama» è già cominciata – arriva affannato il vice di Schifani, presidente del gruppo parlamentare in Senato, e gli consegna un foglio di carta dove sono incollate le foto scattate da un fotografo in aula alle spalle di Quagliariello con sopra scritti i nomi dei senatori pidiellini pronti a varcare il Rubicone e a schierarsi a favore del governo Letta. Sono 23 ma si sa già che stanno per arrivare altre due adesioni ed altre ancora arriveranno.

“In quelle condizioni, scrive Schifani nel suo biglietto, lui non si sente di fare una dichiarazione di voto a nome di un gruppo ormai spaccato e chiede a Berlusconi di farla lui.

“Risultato: il boss si avvia con passo alquanto incerto verso l’aula, va al suo seggio, gli viene data la parola e dice a bassa voce quello che abbiamo sentito in tivù e che tutti i giornali di giovedì hanno pubblicato: il Pdl voterà la fiducia ma insulta per l’ennesima volta la magistratura e il Pd.

“Lo spettacolo, perché di questo si tratta, continua con le telecamere che dal loggione riservato alla stampa inquadrano ininterrottamente Berlusconi che si copre gli occhi con le mani e Letta che dopo quella dichiarazione rivolgendosi ad Alfano seduto accanto a lui gli dice «grande» alludendo ironicamente all’ex boss del centrodestra che ormai ha sancito la propria irrilevanza tentando però di coprire la spaccatura del suo partito”.

 

Sarà proprio così. Scalfari non sembra convinto al cento per cento:

“La fine di Berlusconi è anche quella del berlusconismo? Il rafforzamento del governo e la sua stabilità? La crescente forza attrattiva del Pd che sembrava perduta da un pezzo?”

Così sembrerebbe e così è sembrato”,  ma poi “sono sorti alcuni dubbi non infondati”

e il film, sembra di capire dalle parole di Scalfari, potrebbe avere un sequel.