Berlusconi, Monti, primarie, Ddl stabilità: la rassegna stampa

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 Dicembre 2012 9:18 | Ultimo aggiornamento: 19 Dicembre 2012 9:18

ROMA – Berlusconi: rinviare le elezioni. Il Corriere della Sera: “Berlusconi chiede il rinvio delle elezioni «di una o due settimane»: troppa fretta. E annuncia: Monti federatore dei moderati? Decade l’offerta. Tensione con il Ppe. Scontro tra Pdl e Pd sui tempi di approvazione della legge di Stabilità.”

Data del voto, strappo del Pdl. Assalto alla legge di Stabilità. L’articolo a firma di M.Antonietta Calabrò:

“Il principale problema evidenziato dal Pdl è quello della circoscrizione estero: cioè il voto di quattro milioni di italiani che risiedono e votano fuori dei nostri confini e che sono spesso decisivi, in particolare al Senato. «Poniamo con forza una questione che non riguarda l’una o l’altra forza politica, ma i diritti di tutti i cittadini italiani, in particolare di quelli residenti all’estero, e, conseguentemente, la regolarità dell’intera procedura elettorale, per evitare caos e contestazioni», afferma un comunicato del partito di via dell’Umiltà. «Se infatti la data del voto fosse quella ipotizzata del 17 febbraio, più di 4 milioni di cittadini italiani residenti all’estero potrebbero non vedersi recapitare in tempo utile i plichi contenenti le schede elettorali». «Di fronte a questo rischio di democrazia elettorale, il rinvio di una o due settimane», costituirebbe «una opportunità di assoluto buon senso: votare il 24 febbraio o il 3 marzo consentirebbe di realizzare l’intero procedimento elettorale senza alcun rischio». La richiesta di Berlusconi è arrivata dopo un pomeriggio in cui si è capito chiaramente che la macchina parlamentare stava cominciando a rallentare. Innanzitutto al Senato, sulla legge di Stabilità alla cui approvazione Monti ha legato le proprie dimissioni. Anche perché quella che prima era la legge finanziaria, essendo l’ultimo provvedimento rimasto da votare prima dello scioglimento, è diventato una legge-monstre perché il Governo vi ha inserito in Senato i contenuti di quello che sarebbe dovuto essere il decreto Milleproroghe, che da solo ha provocato una valanga di emendamenti dei senatori. I tempi in commissione Bilancio si sono allungati, nonostante le aperture come quelle del ministro Vittorio Grilli che per due volte ha allargato i cordoni della borsa per accontentare le richieste dei sindaci. Nonostante ciò il testo, che doveva approdare in Aula lunedì mattina, vi arriverà con 48 ore di ritardo, cioè oggi alle 10 e ne uscirà non prima di giovedì alle 13. A questo punto il termine inizialmente indicato, di venerdì 21, per il varo definitivo della legge di Stabilità da parte della Camera, potrebbe slittare. Anche perché in Aula il capogruppo a Montecitorio, Fabrizio Cicchitto, ha annunciato che il Pdl «sulla Stabilità ha intenzione di prendersi tutto il tempo necessario per esaminare bene il provvedimento», aggiungendo che anche il decreto sulle liste «non può essere esaminato a Camere sciolte». È allora che è scoppiata la bagarre. Il capogruppo del Pd Dario Franceschini ha accusato il Pdl di avere un atteggiamento dilatorio, coinvolgendo anche il presidente del Senato Renato Schifani in questa accusa. Schifani, a margine di un convegno a Palazzo Giustiniani, ha spiegato al Primo presidente della Cassazione Lupo e al Presidente della Corte dei Conti Giampaolino che in una legge così importante bisogna evitare errori, visto che poi passeranno mesi prima di rimediare. Toni che sono stati stemperati dal capogruppo Pd al Senato Anna Finocchiaro. Il segretario Pier Luigi Bersani, durante l’assemblea dei deputati democratici, ha ammonito: «Nessun rinvio per i loro problemi, non possono usare il Parlamento, la legge di Stabilità per i loro problemi».”

Far saltare (tutti) i tavoli. La strategia del Cavaliere per tentare una risalita. L’articolo a firma di Paola Di Caro:

“Nell’attesa che Monti pronunci parole definitive, Berlusconi torna — dichiarazione dopo dichiarazione — a occupare la scena con una campagna dura sull’Europa a trazione tedesca, con una sfida al Ppe che ha quasi i contorni della presa in giro, con una serie di paletti che rendono pressoché impossibile l’incontro con il Professore, al di là della sfuriata finale contro Casini che gli fa addirittura ritirare l’appoggio a Monti: dal suo ruolo personale di «trainatore» del Pdl alla necessità che la Lega «faccia parte della federazione dei moderati». Condizioni che sembrano orientate a far saltare, prima ancora che possa anche solo delinearsi, il patto federativo del centrodestra. E questo anche perché Berlusconi ha ben chiaro che, nei colloqui indiretti di questi giorni, Monti ai suoi sostenitori del Pdl ha detto che con un partito dominato da Berlusconi lui non può in ogni caso allearsi, mentre sarebbe gradito l’arrivo, in ordine sparso o in gruppo organizzato, di fuoriusciti dal partito del Cavaliere. Avvertimenti che non sembrano spaventare l’ex premier: «Io vado avanti, chi ci vuole stare ci sta, gli altri facciano quello che vogliono. Io guadagno 3 punti a settimana, Monti con una sua lista centrista non ha appeal sugli italiani», dice in queste ore sondaggi alla mano.”

Il premier studia la strategia elettorale. L’articolo a firma di Marco Galluzzo:

“A questo punto appaiono come sfumature le forme di un coinvolgimento che non sembra più oggetto di riflessione. Una lista unica al Senato, di tutti coloro che sostengono un Monti bis; più liste a Montecitorio, essendo diverso alla Camera il meccanismo elettorale e la soglia di sbarramento necessaria per eleggere dei rappresentanti. Sono scelte importanti, ancora in discussione. Ma non appare più in discussione la voglia del presidente del Consiglio di misurare il suo consenso personale di fronte agli elettori, anche restando lontano dalle liste elettorali. «È chiaro che farà campagna elettorale, che dovrà difendere la sua agenda, che parlerà agli italiani con più libertà», aggiungevano ieri nel suo staff, lasciando come negli ultimi giorni uno spiraglio di incertezza legato ad una riserva che deve ancora essere sciolta in modo ufficiale.”

«L’offerta al Professore decade. Casini orrido, non starò con lui». L’articolo a firma di Lorenzo Fuccaro:

” Terza sera di fila con Silvio Berlusconi protagonista nei talk show. E nel salotto tv di Bruno Vespa prende atto che Mario Monti non può essere più la guida del fronte antisinistra, dopo averne invece caldeggiato l’investitura. «Ho offerto a Monti quando è venuto da noi al Ppe di ritirarmi e di vedere la possibilità di essere federatore dei moderati. Quello che scrive Casini mette fine a questa possibilità, non credo che a Monti convenga mettersi in un partito con Casini e Montezemolo, passerebbe da deus ex machina a piccolo protagonista della Repubblica. Casini e Fini sono orridi, anzi orridissimi», dice nel corso della trasmissione Porta a Porta. E così ritira la proposta che fino poco prima era stata una sorta di vanto personale al punto di ingaggiare al riguardo una polemica sulla primazìa con il presidente del Ppe Wilfried Martens. Ma che cosa ha detto Casini di tanto duro da provocare questo repentino cambio di registro? «Sono così persuaso — ha detto — che Berlusconi sia un leader populista che nulla ha a che fare con i moderati europei, che se non facessi il tifo per Monti riterrei moralmente doveroso presentare una mia candidatura per evitare all’Italia nuove disavventure».”

Primarie, parte la gara per le «quote». L’articolo a pagina 11:

“Nella sala del gruppo del Pd alla Camera Pier Luigi Bersani fa il suo discorso di commiato ai deputati: «Vi ringrazio per quello che avete fatto». Dal fondo si leva una voce: «Te ne sei ricordato tardi!». Un po’ di brusio, poi scende nuovamente il silenzio. I parlamentari del Pd hanno l’aria sperduta di chi si sente congedato e vede allontanarsi il seggio: il 60 per cento dei presenti non tornerà a Montecitorio. Nel Transatlantico c’è chi trema e chi spera. Corre voce che Renzi non riuscirà a ottenere più di dieci persone nella quota dei «garantiti», dopo un lungo incontro riservato con Vasco Errani, nei panni dell’ambasciatore di Bersani e del mediatore. Tra di loro dovrebbero esserci Realacci e Gentiloni. A Veltroni invece andrebbero 4 deputati (ma solo quelli che hanno appoggiato Bersani) e un senatore, Giorgio Tonini, che invece ha votato per il sindaco di Firenze. Intanto, mentre il presidente dell’associazione delle vittime del 2 agosto, Paolo Bolognesi, annuncia che si presenterà alle primarie, Chiara Geloni, direttore di Youdem, gela le speranze di Paola Concia e Roberto Giachetti, annunciando su Facebook che non sono nella quota dei nominati. Eppure per la deputata omosessuale del Pd si sono mossi in molti. Sulla Rete i gay hanno chiesto al partito di candidarla. E il presidente di Equality, Aurelio Mancuso, anche lui iscritto al Pd, lancia un appello perché venga riconfermata in nome delle sue battaglie che con la nascita del governo di centrosinistra potrebbero finalmente essere portate a compimento. Persino il presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, l’ha chiamata per esprimerle il suo rammarico e il suo stupore. Ma non tutto è perduto, perché la questione della rappresentanza degli omosessuali nelle file del Pd è questione importante.”

Monti, pronto l’appello al Centro. La Stampa: “Mario Monti nel fine settimana farà l’endorsement per il Centro. E oggi Montezemolo annuncia la lista «Italia futura». Intanto è scontro sulla data del voto, con il Pdl che vorrebbe un rinvio. Da qui la frenata in Senato del centrodestra sulla legge di stabilità. Berlusconi punta al 24 febbraio o al 3 marzo ma c’è il no del Pd. Ieri sera il Cavaliere da Vespa ha detto: scaduta la mia offerta al premier.”

Monti ormai ha deciso, nel fine settimana farà l’endorsement al Centro. L’articolo a firma di Fabio Martini:

“Obiettivo, non dichiarato e non dichiarabile, della coalizione moderata, raggiungere una quota elettorale tra il 15 e il 20%, considerata sufficiente per essere determinanti nella prossima legislatura e soprattutto – ecco il punto che sta più a cuore a Monti – garantire la «continuità» con le politiche risanatrici avviate dal governo tecnico, In altre parole la coalizione moderata – ecco un altro obiettivo non dichiarabile punta per il dopo-elezioni ad una coalizione con chi (Pd e alleati) avrà ottenuto la maggioranza alla Camera, ma forse non al Senato. Uno schema di gioco che è il risultato dell’incontro di due giorni fa con il leader del Pd Pier Luigi Bersani, che in realtà è andato meno male di quanto non fosse apparso in un primo momento. Certo, l’affiorare, da parte del Pdl, di una tattica «ostruzionistica» che potrebbe far slittare la approvazione della legge di stabilità oltre il già previsto 21 dicembre, potrebbe rinviare non soltanto le dimissioni del governo, ma anche l’annuncio tanto atteso da parte del Professore. Ma nel frattempo il primo pilastro della coalizione moderata si mette in movimento. Luca Cordero di Montezemolo dovrebbe annunciare oggi la decisione del movimento “Verso la Terza Repubblica” di presentare proprie liste e dunque di avviare le procedure per la raccolta delle firme. Non è soltanto una scelta organizzativa. Con la decisione di presentare una lista, che dovrebbe chiamarsi “Italia Futura”, Montezemolo e Riccardi marcano la distanza dall’Udc di Casini e dal Fli di Fini. L’ambizione è quella di presentare liste più «fresche», molto innovative rispetto a quelle dei due partiti e di due leader, Casini e Fini, che fra qualche mese «festeggeranno» il trentesimo anniversario della loro presenza in Parlamento: entrambi sono stati eletti alla Camera nel 1983.”

Leader e capetti evaporano come la Seconda Repubblica. L’articolo a firma di Mattia Feltri:

“Quell’asfissiante sentimento di dejà vu alla vista di Silvio Berlusconi che muove guerra al fisco draculesco e ai comunisti italocinesi, all’imposizione dei monologhi congelati di Roberto Benigni, alla prospettiva del milionesimo derby sputazzante fra destra e sinistra, ha nascosto soltanto un poco il magico scorcio dentro cui si consuma la fine di un’epoca. Non basta qualche tignoso resistente, di cui Rosy Bindi è la campionessa, a mascherare la decimazione di quel gruppo di capi e capetti che hanno agitato vent’anni (e qualcuno oltre) di Repubblica. Il primo ad abbandonare il ring è stato Walter Veltroni, con suprema eleganza oltretutto, e nonostante la perfidia umana avesse intravisto nel gesto l’opportunismo del fuoriclasse, che farà della scelta di oggi il punto di forza di domani. E che sa di trascinare con sé, e l’ha trascinato, il duellante di sempre: Massimo D’Alema. Già questo basterebbe per dire – nella piccolezza quotidiana del nostro lavoro – che nel Parlamento nulla più sarà come prima. Ma questa strana rivoluzione soltanto all’apparenza discosta, quasi dolce e silenziosa, si sta portando via alleanze, amicizie, soprattutto teste. Fa impressione la ruvidezza con cui tutti scansano Gianfranco Fini, aizzato contro Berlusconi, blandito, illuso e ora fatto da parte. I centristi dicono che la sua storia con la loro non c’entra niente; a sinistra non c’è nemmeno da dettagliare; a destra lo considerano Badoglio; lunedì sera persino lo sfiancato Marco Pannella ha risposto con repulsione all’invito a mangiare e bere del presidente della Camera: «Mi fai pena».”

Cara famiglia, l’Italia non ti riconosce più. Il dossier a firma di Raffaello Masci:

“Un matrimonio su tre non dura. Questo almeno dice il Rapporto Istat, numeri alla mano. E l’istituto del matrimonio, in generale, ha sempre meno successo. Infine, quei pochi che si sposano (meno della metà di quanti lo facevano negli Anni Settanta) lo fanno sempre di più in comune e sempre meno in chiesa. Su 1.000 matrimoni – dice l’Istat – 307 evolvono in separazione, e di queste 182 diventano divorzio dopo il tempo che la legge stabilisce debba trascorrere. Quindi si fanno più separazioni che non divorzi, e mentre le prime aumentano (+2,6% rispetto all’anno precedente), i secondi diminuiscono sia pur di poco (-0,5%). Un po’ si deve al fatto che divorziare costa più che separarsi e molto al fatto che non è necessario divorziare se non ci si vuole risposare. D’altronde al matrimonio si ricorre sempre meno, ogni anno l’Istat rileva una decrescita moderata ma costante. Nel 2011 – per esempio – sono stati 218 mila, e cioè 13 mila in meno del 2010 e meno della metà di quanti non fossero 40 anni fa. Di questi matrimoni, il 60% si celebra ancora in chiesa, anche se questa scelta è decrescente di anno in anno. Inoltre, se si osserva la geografia della Penisola, si scopre che i matrimoni civili sono la maggioranza già da tempo al Nord (51,7%) e fifty-fifty al Centro. La chiesa addobbata e la marcia nuziale resistono al Sud (76,3%), ma anche lì sono in ribasso.”