Berlusconi e Pdl, Napolitano, Cancellieri e Travaglio: prime pagine e rassegna stampa

di Redazione Blitz
Pubblicato il 15 Novembre 2013 8:34 | Ultimo aggiornamento: 15 Novembre 2013 8:34

ROMA – Il Corriere della Sera: “Un appello alla concordia”. Ognuno per sé, senza vergogna. Editoriale di Antonio Polito:

“Domani morirà il Pdl. Certo, per rinascere sotto le sembianze di Forza Italia. Ma la nuovavecchia sigla rischia una scissione prima ancora di nascere. Dobbiamo dunque in ogni caso dare l’addio a un partito venuto alla luce esattamente sei anni fa, il 18 novembre del 2007, su un predellino a piazza San Babila, per diventare il grande partito conservatore che l’Italia non aveva mai avuto. L’idea di riunificare in un unico contenitore tutte le culture (e gli apparati) del centrodestra è miseramente fallita.
Del resto anche il Pd ha così tante volte fallito in questi sei anni di vita la sua missione fondatrice, portare al governo il riformismo italiano, che già è in cerca di un salvatore che lo rifondi, il prossimo 8 dicembre.
L’unico partito non ad personam della Seconda Repubblica, ha scritto Mauro Calise nel suo libro Fuorigioco, è morto soffocato dal personalismo di decine di piccoli leader, capaci di dilaniarsi dall’elezione del presidente della Repubblica fino a quella del segretario di Asti, spesso facendo carte false. La rifondazione consiste in questo: diventare un partito personale, sperando che un vero Capo distrugga tutti i capetti. Bisognerebbe a questo punto parlare di Scelta civica, il partito più giovane; ma lì non si parlano neanche più tra di loro, di che vogliamo parlare? Della Lega, certo, il partito più antico, che si avvia a un congresso fratricida? Oppure dei resti di Alleanza nazionale, il cui conto in banca è sopravvissuto al partito, al punto che forse rifanno il partito per recuperare il bottino? Ovunque la lotta politica è aspra”.

I toni allarmati mostrano un Paese incapace di dialogo. La nota politica di Massimo Franco:

“L’aspetto più inedito dell’incontro di ieri al Quirinale con papa Francesco è stato il tono drammatico delle parole di Giorgio Napolitano. Politicamente, il riferimento del presidente della Repubblica a un’Italia «stravolta da esasperazioni di parte in un clima avvelenato e destabilizzante» ha colpito più del protocollo ridotto all’osso; del cerimoniale stravolto dall’affabilità informale del Pontefice nell’abbraccio ai figli dei dipendenti; e del contenuto dei colloqui ufficiali. D’altronde, mai forse come in questa fase sono diminuiti i condizionamenti reciproci fra le due sponde del Tevere.
Non c’è solo un papa argentino, ma un modello sudamericano di Chiesa cattolica, che tende a ridisegnare dalle fondamenta i rapporti con le istituzioni e i poteri del nostro Paese dopo venti anni di intrecci e ingerenze controverse.
Il Vaticano, scolpiva ormai oltre mezzo secolo fa un diplomatico statunitense, «è il fattore permanente della politica italiana». Ma ieri, nei discorsi di Napolitano e Francesco ha finito per riflettersi la distanza oggettiva fra una nazione oppressa dalla gravità della crisi economica e dalla «piaga della corruzione e di meschini particolarismi», e una Santa Sede che sembra avere ritrovato, oltre che una guida forte, un equilibrio e un’identità a livello globale. Su questo, l’analisi del capo dello Stato e del papa convergono nel segno di una preoccupazione condivisa. E le reazioni liquidatorie e critiche nei confronti di Napolitano, provenienti da alcuni esponenti berlusconiani, hanno confermato implicitamente la difficoltà di ricostruire una parvenza di dialogo. venza di dialogo”.

Il Cavaliere: se avessi il passaporto me ne andrei ad Antigua. Articolo di Francesco Verderami:

“«Avessi il passaporto me ne andrei ad Antigua», ma non è per sfuggire alla condanna giudiziaria che ieri Berlusconi diceva di voler cambiare aria, bensì per evitare la tortura politica di queste ultime ore, la vera pena aggiuntiva alla quale si è sottoposto per sua responsabilità, per quell’errore del 2 ottobre, che per i lealisti risiede nell’«improvvida retromarcia sulla fiducia al Senato» e per gli innovatori sta nel «maldestro tentativo di buttar giù il governo». Comunque la si interpreti, è quella la colpa del Cavaliere, che con la sua mossa ha provocato il successivo pandemonio nel partito, senza poi essere in grado di gestirlo.
Pur di riprendersi ciò che era suo, sta già scontando un anticipo dei servizi sociali, tra le cene con i falchetti della Santanchè, i pranzi con Fitto, le nottate con Alfano, e quella montagna di comunicati degli uni contro gli altri che sta soffocando nella culla Forza Italia prima del battesimo. Perché l’attesa del Consiglio nazionale non è certo di letizia, ma sa di truculento tramestio, a un passo da una scissione che appare sempre più vicina eppure non ancora certa, siccome «il capo sono io» ripeteva per darsi vigore ieri sera Berlusconi, intenzionato ad evitare — non si sa come — quella rottura che lo presenterebbe indebolito al drammatico appuntamento con la decadenza”.

La prima pagina di Repubblica: “Le bugie della Cancellieri”.

La Stampa: “Prima casa, niente tassa per l’80%”

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Tutti (nemici) sul carro di Matteo. La carica degli “anti-renziani devoti”. Il retroscena di Jacopo Iacoboni:

“Dice: tutti salgono sul carro di Renzi; e in apparenza è vero. Lui non li ha chiamati, anzi («sul carro non si sale, il carro si spinge»), è spettatore di questa comédie humaine. Nel miglior discorso della Leopolda Alessandro Baricco lo avvisò: «Matteo stia attento, sono tutti abbastanza renziani perché hanno capito che questo un po’ li terrà vivi, ma nella testa la distanza dal cambiamento è sempre quella. Le pile sono scariche».

Davanti allo scrittore torinese passeggiavano Dario Franceschini assediato (ancora?) dalle telecamere, si scorgeva l’antico teorico del proporzionale Stefano Passigli, il dalemiano Latorre dava suggerimenti in sala (curiosamente, s’era collocato davanti a una porta con su la scritta: «Apparati»). Il giorno prima avevano fatto capolino Piero Fassino e anche – cosa mai vista alla Leopolda – il segretario del Pd, Guglielmo Epifani, che aveva voluto dare un cenno di ascolto. I fenomeni minori ma rivelatori sono tanti, da Milano, dove l’ex capo bersaniano del Pd milanese, Francesco Laforgia, si era presentato in prima fila a sentire Renzi a Sesto, al caso Bonaccini, ex bersaniano passato alla macchina del sindaco. Per citarne solo due”.

Il Fatto Quotidiano: “Sfiducia Cancellieri, i contorcimenti del Pd”.

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Il Giornale: “A rischio le pensioni”. Questo governo non serve. Editoriale di Alessandro Sallusti:

Che cosa ci troveranno di così decisivo e salvifico in questo governo i sostenitori della stabilità, lo sanno solo loro. Gli alle­ati sono incompatibili, il Paese va indie­tro invece che avanti (lo ha certificato ieri l’Istat), sul pagamento delle pensioni l’Inps ha fatto scat­tare un pre allarme, la legge di stabilità è un cola­brodo, il ministro della Giustizia (dici poco) è sot­to schiaffo per il caso Ligresti (la sua posizione si aggrava di giorno in giorno) e forse ha pure omes­so qualche dettaglio della vicenda a magistrati e Parlamento.Quello dell’Economia,Saccomanni, è un buffo signore sbertucciato da tutti che rispon­de con sorrisi ebeti a chi gli ricorda che ogni volta che apre bocca fa danni e non ne azzecca una che sia una. La casta continua il suo banchetto come se nulla fosse sotto la regia della comunista Boldri­ni, i partiti, nessuno escluso (neppure quello di Grillo), sono campi di battaglia sui quali si consu­mano tradimenti umani e politici. Ce ne sarebbe abbastanza per fischiare la fine di una partita che in realtà non avrebbe dovuto neppure iniziare. E invece no”.