“Berlusconi tradito Irap e Irpef. Spesa e debito da sinistra”: Ricolfi negativo

Pubblicato il 10 Febbraio 2013 12:02 | Ultimo aggiornamento: 10 Febbraio 2013 12:02
ricolfi luca

Luca Ricolfi

Luca Ricolfi colpisce a fondo Silvio Berlusconi e critica anche la sinistra nel suo editoriale sulla Stampa di Torino di domenica 10 febbraio intitolato “La rivoluzione tradita del cavaliere”.  La grave conseguenza di questo tradimento è che l’Italia, è ormai un “Paese che non spera più”.

Scrive Ricolfi:

“Forse Berlusconi e le sue bugie ce le meritiamo. Non come cittadini, magari, visto che il cittadino è largamente impotente. Ma come mass media, e soprattutto come servizio pubblico televisivo, direi proprio di sì.

“Da almeno tre settimane, ogni volta che accendo il televisore e mi becco Berlusconi, immancabilmente gli sento dire che lui, in realtà, le promesse le ha sempre mantenute. Le ha mantenute tutte. Legge le clausole del «Contratto con gli italiani» del 2001, e sciorina una raffica di «fatto». Legge il programma elettorale del 2008, e di nuovo si auto-loda per averli rispettati, gli impegni che ha preso.

“La cosa non mi stupisce, perché siamo abituati all’uomo. Ma i conduttori delle trasmissioni televisive, dove stanno con la testa quando gli sentono fare affermazioni del genere? Davvero sono convinti che siamo di fronte alla libera espressione di opinioni e valutazioni?”.

Ricolfi elenca gli impegni mancati di Berlusconi:

“abolire l’ Irap, far scendere al 33% la aliquota Irpef massima. Era ed è fondamentale per ridare ossigeno alle imprese e alle famiglie, è stato promesso decine di volte, non è stato fatto”.

E si chiede sconcertato:

“Possibile che nessuno di quelli che lo intervista, quando gli sente dire che ha mantenuto tutte le promesse, non scoppi in una fragorosa risata? Possibile che non senta il dovere di ricordargli (almeno) questi due dati di fatto, assolutamente incontrovertibili? Come si fa ad andare avanti con le domande se l’intervistato può negare l’evidenza?”.

Ricolfi poi distingue tra le fanfaronate di Berlusconi e la sostanza e

“il merito delle proposte del centro-destra, alcune delle quali anzi io trovo sensate ed apprezzabili (ad esempio l’idea di azzerare per 3-5 anni tutte le tasse sui giovani neoassunti). [Anzi]  la «rivoluzione liberale» più volte promessa e mai realizzata dal centro-destra [è] tuttora una delle poche idee buone in circolazione ma [non c’è] oggi alcuna grande forza politica che la incarni credibilmente. Insomma […] la vera critica che si deve fare a Berlusconi non è quella di avere determinate idee, ma di averle tradite, o meglio ancora di avere tradito il nucleo migliore del proprio programma.

Ricolfi si mette tra

“quanti pensano sia giunto il momento di archiviare Berlusconi e il berlusconiano, se non altro perché la sensazione di essere presi continuamente in giro è estremamente sgradevole, e poi perché la mera presenza di Berlusconi sulla scena politica basta ad avvelenare il clima, rendendo la sinistra stessa più irragionevole di quel che sarebbe altrimenti.

“Nel medesimo momento, tuttavia, […] l’uscita di scena di Berlusconi, ammesso che si realizzi, [sta] avvenendo sulla base di una serie di false credenze. La credenza, ad esempio, che rimosso il «tappo» del Cavaliere, l’Italia rimuova con ciò stesso molti dei suoi problemi, una credenza che un anno di governo dei tecnici avrebbe già dovuto spazzar via da un pezzo”.

E qui Ricolfi mette in guardia contro

“la credenza che i mali dell’Italia vengano tutti dalla medesima parte politica, e che l’enorme espansione della spesa pubblica e del debito non siano anche il prodotto delle politiche progressiste. Una credenza cui se ne lega un’altra, e cioè che il ritorno della sinistra al potere potrà risolvere i nostri problemi”.

Qui il giudizio è amaramente negativo: non

“andrà così, e non andrà così proprio perché – con Berlusconi – esce di scena anche l’idea migliore che, sia pure timidamente, la cultura di destra aveva fatto propria in questi anni, quella di una rivoluzione liberale che riducesse l’invadenza dello Stato e trasformasse gli italiani, finalmente, da sudditi a cittadini”.

Conclusione: è tramontata la speranza, o meglio, la “qualche chance”,

“che la crisi dei partiti potesse preludere alla nascita, se non di un partito liberaldemocratico, almeno di una cultura politica con quella ispirazione. Le forze e le persone c’erano, ma è mancato il cemento [e ora] la cultura liberale sopravvive minoritaria come i cristiani nelle catacombe e, a parte la generosa scommessa della lista Giannino, non ha alcuna chance di rappresentanza in Parlamento”.