Bernardo Valli, il coraggio della verità del momento. Cesare Martinetti, La Stampa

di Redazione Blitz
Pubblicato il 3 novembre 2014 8:49 | Ultimo aggiornamento: 3 novembre 2014 8:49
Bernardo Valli, il coraggio della verità del momento. Cesare Martinetti, La Stampa

Bernardo Valli, il coraggio della verità del momento. Cesare Martinetti, La Stampa

ROMA – “Racconta Bernardo Valli che ad Algeri nel 1958, al loro primo incontro, Jean Daniel gli chiese a bruciapelo: tu fai information ou opinion? Cronaca o commento? – scrive Cesare Martinetti de La Stampa – Domanda più che maliziosa, perché il vero senso era: sei un giornalista o un chiacchierone? Bernardo confessa che non aveva ben compreso allora la trappola (aveva 28 anni, dieci meno di Daniel) e di aver risposto: l’una e l’altra”.

L’articolo completo:

«Inconsapevolmente» sincero, dice ora: «Ero per l’indipendenza dell’Algeria e per l’emancipazione di tutti i popoli colonizzati. Senza riserve. Ero dunque partigiano, ma credo onesto. È possibile?».
«La verità del momento» (Mondadori, mille pagine, 35 euro) è il titolo di questa raccolta di articoli di uno dei grandi giornalisti italiani, Bernardo Valli, parmigiano, 84 anni, una biografia professionale scandita dal filo – tuttora non concluso – della decolonizzazione, un percorso personale che ha coinciso con le grandi stagioni dei grandi quotidiani italiani: dal Giorno di Baldacci e Pietra, al Corriere della Sera di Ottone, a La Stampa di Fattori e ora, da molti anni a Repubblica.
È un libro diverso perché scevro del narcisismo che accompagna la quasi totalità dei libri dei giornalisti. Infatti l’editore ci informa che fino ad oggi Valli si era pervicacemente rifiutato di raccogliere in volume i suoi articoli. Ed è evidente anche in questo libro una sua ritenuta: nessuna introduzione autocompiaciuta, ma una breve e leggera nota biografica di quando ragazzo sentiva la voglia di scrivere accompagnarsi a quella di viaggiare: l’una necessaria all’altra e viceversa. Ma non crediamo affatto che si tratti di «umiltà», come si legge nel risvolto di copertina, bensì di un metodo giornalistico integrato al punto di essere diventato misura della vita. Anche per questo stona leggere nelle note critiche espressioni come «il più geniale tra i giornalisti che hanno raccontato le guerre del Novecento». Intanto non è vero e poi i superlativi non si addicono al metodo Valli.
Partiamo dal titolo di questo libro: verità del momento. Dal punto di vista logico è un ossimoro, una contraddizione: la «verità» per sua natura è assoluta e non può essere limitata al «momento». E al tempo stesso un understatement, siamo abituati a giornalisti che spacciano per «verità» rivelate discutibilissime opinioni. Ma dentro questo ossimoro c’è il senso e il limite del lavoro giornalistico che Valli accetta e quasi rivela al lettore come preziosa istruzione per l’uso.

«Information ou opinion?». Torniamo alla domanda di Jean Daniel e alla guerra d’Algeria, il «punto di partenza» paradigmatico in rapporto alle altre guerre di cui sarebbe poi stato testimone, soprattutto Vietnam e Cambogia. Dubbi e autocritiche si leggono in quello che se non sbagliamo è l’unico brano non pubblicato su un quotidiano, ma – nel 1989 – in un volume curato da Sergio Romano e dedicato a giornalismo e vita internazionale. Un testo dove in modo esemplare si trovano sviluppati quei due-tre interrogativi fondamentali intorno al mestiere di reporter.
È possibile essere partigiani e insieme onesti giornalisti? La grande storia dell’indipendenza dell’Algeria non poteva certo lasciare indifferenti: «Non avevo dubbi su chi avesse ragione, ma cercavo di elencare le notizie con scrupolo…», scrive Valli. Eppure il nostro cronista non nasconde gli errori: inseguire i fatti eccezionali e trascurare il quotidiano come i meccanismi fondamentali della convivenza familiare, la sudditanza delle donne rispetto agli uomini, le liturgie religiose. Valli – e in generale i cronisti occidentali – guardavano ai fatti d’Algeria con gli occhi di chi aveva dentro il proprio dna culturale Rousseau: «E quella mia logica avrebbe dovuto farmi capire quel che sarebbe stato il futuro Stato Algerino, proprio per quella assenza di Rousseau tra gli antenati degli algerini».
Molti altri errori – spesso «più gravi» – sono stati poi compiuti dagli inviati dei grandi giornali in Vietnam, Cambogia, Cuba, Iran. «Più volte – confessa Valli – ho raccolto immagini e testimonianze che mi avrebbero dovuto aprire gli occhi sul futuro imminente di Vietnam e Cambogia… il khmer rosso ci appariva un guerriero puro e invincibile… il mito del vietcong capace di umiliare una superpotenza ci ha abbagliato». Errori comuni, perché un reporter, spiegava il direttore del New York Times A. M. Rosenthal «è naturalmente portato a schierarsi con i deboli contro i forti…». Prigionieri, dice Valli, della «verità del momento».
È dunque inservibile allo storico il lavoro del giornalista? Certamente no, le mille preziose pagine scelte per questo volume tra le altre migliaia scritte da Bernardo Valli in quasi sessant’anni di giornalismo stanno a dimostrarlo. Ma la sua riflessione severa e ormai pacata ora che gli anni sono passati e le parole «scottano sempre di più», va presa come una bussola per chi fa questo mestiere e per chi se ne serve come lettore. Ingenuità e ambiguità – spesso inconscie – sono le fedeli compagne della vita di un giornalista, l’equilibrio tra fatti e commenti è la chiave del mestiere, un cocktail contraddittorio che richiede partecipazione e, talvolta, cinismo. La differenza la fa l’onestà nel rispettare le verità altrui e la passione perché tutto ciò non può essere né freddo né calcolato. Senza passione non c’è giornalismo perché il giornalismo «è come la vita».