Rassegna Stampa

Da Bindi a Civati, cresce l’imbarazzo tra i democratici

Francesca Barracciu

Francesca Barracciu

ROMA – Cresce l’imbarazzo nel Pd per la presenza nel Governo di Matteo Renzi, tra i sottosegretari, di quattro persone nei guai con la magistratura: Francesca Barracciu, Umberto Del Basso de Caro, Vito De Filippo e Filippo Bubbico. Non ci sono solo gli attacchi di Beppe Grillo, ma anche il mal di pancia di un partito che da quarant’anni ha fatto della questione morale una bandiera e che il precedente segretario, Pier Luigi Bersani, si è spinto a dire, prima di fare retromarcia, dotati di diversità genetica.

Monica Guerzoni sul Corriere della Sera traccia un quadro angosciante:

«Mi sono rotto le scatole di questa storia! È una non notizia, una cosa di diciotto maledetti mesi fa. Un avviso è un avviso, punto. Se invece per voi un avviso di garanzia è una anticipata sentenza di condanna… Ma chi lo decide, i Cinquestelle? I giornali? È una situazione aberrante». Il tono è pacato, ma l’umore di Umberto Del Basso De Caro è nero come la pece. Il senatore del Pd non ne può più di ripetere che non lascerà la poltrona di sottosegretario alle Infrastrutture per l’inchiesta sui fondi regionali campani. Perché mai dovrebbe mollare, visto che nessuno glielo ha chiesto? «Renzi non mi ha chiamato e dal partito non si è fatto sentire nessuno…».
Il caso degli esponenti del Pd approdati al governo a dispetto di qualche grana con la giustizia agita l’albero dei democratici, ma all’apparenza è solo un stormir di foglie. E il motivo sta tutto nel ragionamento di un deputato della minoranza: «Con tutti i casini che abbiamo ci mettiamo a spararci addosso? Non possiamo fare la caccia alle streghe in casa nostra». No, la caccia alle streghe non c’è. E però le dimissioni di Antonio Gentile — il senatore del Nuovo centrodestra che ha lasciato la seggiola alle Infrastrutture, pur essendo l’unico non indagato tra i cosiddetti impresentabili — hanno aperto una breccia in Parlamento.
Nel Pd si parla sottovoce di «doppia morale». Molti si chiedono perché Francesca Barracciu, accusata di peculato nell’inchiesta sui rimborsi spese ai consiglieri regionali, abbia dovuto lasciare la corsa alla presidenza della Sardegna e però possa sedere al governo. E che dire di Filippo Bubbico e Vito De Filippo? Tra legge elettorale ed emergenze economiche Matteo Renzi ritiene di avere altre priorità e nel suo staff c’è la sensazione diffusa che il problema dei fondi ai gruppi consiliari sia «una questione minima».
Gianni Cuperlo difende i quattro indagati e sfida Grillo: «È paragonabile ciò che ha fatto Bubbico con quello che ha fatto Gentile?». Ma intanto il malessere cresce. Rosy Bindi chiede di aprire «una riflessione» e rimprovera al premier-segretario di aver usato «due pesi e due misure». Per la ex presidente del Pd il caso «meno limpido» è quello dell’eurodeputata sarda, che dovrà spiegare come ha usato 33 mila euro di soldi pubblici. «Non mi piace l’idea che possa esserci una vetrina e un retrobottega» attacca la presidente dell’Antimafia e spiega che, nella sua metafora, la vetrina è la campagna elettorale per la Sardegna e il retrobottega è il governo del Paese. Ma Barracciu ha detto al Corriere che il Pd «è un partito garantista, il codice etico non esclude che ci si possa candidare in caso di avviso di garanzia»… E due, pure Barracciu quindi non molla. La Bindi però non ha finito e critica anche il sottosegretario Del Basso De Caro, il quale secondo Repubblica non intende lasciare il governo per 500 euro al mese. «Per quasi cinque milioni di italiani quella cifra equivale all’assegno di pensione» lo sferza Bindi e consiglia agli indagati «un po’ più di attenzione alle giustificazioni che accampano». E qui bisogna ascoltare la replica di Del Basso De Caro, l’avvocato che a suo tempo difese Bettino Craxi: «Forse non mi sono spiegato bene, non sono così stupido. I consiglieri regionali indagati sono 53 su 60 e se ci avessero detto che dovevamo rendicontare quei soldi lo avremmo fatto. Che problema c’era a rendicontare 500 euro al mese per le spese del collegio elettorale?».
Eppure, persino i garantisti tradiscono un certo imbarazzo. Ecco Gero Grassi, area ex popolare: «In linea generale è sempre preferibile che l’indagato faccia un passo indietro, ma la decisione è frutto della sensibilità personale». E Pippo Civati: «Renzi ci deve una spiegazione, sta a lui metterci la faccia».
Filippo Bubbico non farà alcun passo indietro. E tre. Il senatore che fece parte della squadra dei «saggi» del Quirinale spiega serafico di essere stato rinviato a giudizio a Potenza per concorso in abuso di atti d’ufficio: da presidente della Basilicata spese 23.869 euro per una consulenza esterna. Un decennio dopo, lo rifarebbe? «Si, era la persona giusta per quell’incarico — risponde orgoglioso — Se decideranno che è un reato mi prenderò la pena, ma dovranno spiegarmi il motivo. C’è sempre un giudice a Berlino». Non lascia, dunque? Bubbico ride: «E per quale motivo? Sono assolutamente tranquillo». Tranquillo come mai prima è anche Vito De Filippo, sottosegretario alla Salute. Deve rispondere di peculato per aver acquistato 2300 euro di francobolli, parte dei quali non risultano rendicontati, quando era «governatore» della Basilicata. «È una vicenda che si commenta da sé, nelle sue dimensioni e nella sua dinamica — sorride amaro l’unico lettiano del governo Renzi — Ma davvero pensate che un presidente della Regione si vada a comprare i francobolli da solo?».

Enrico Paoli su Libero:

 Come i quattro amici al bar della celebre canzonedi GinoPaoli ancheloro, magari, vorrebbero«cambiare ilmondo». Nel frattempo i quattro sottosegretari dell’apocalisse del governo guidato da Matteo Renzi, ovvero Francesca Barrac- ciu, Vito De Filippo, Umberto Del Basso De Caroe FilippoBubbico, sipreoccupa- no dinon dovermodificare ilproprio sta- tus. Perché quando ti ricapita di finire al governo, puressendo indagati orinviati a giudizio? Altro che «questione morale» o il nuovo che avanza. Quisiamo al Cencelli degli impresentabili, uno per ogni corren- te del Pd, contro i quali va montando la protesta. «Faccio appello al senso di re- sponsabilità sia dei partiti, sia delle forze politiche che delle persone interessate», sostieneil presidentedellaCommissione nazionale antimafia, Rosy Bindi, rilan- ciando l’opzione delle dimissioni da parte dei sottosegretari indagati. Insomma il «caso» è tutt’altro che chiuso. Perché dopo la «caduta» di Antonio Gentile, il sottosegretario travolto dal caso delle pressioni al quotidiano L’Ora della Calabriache si èdimesso senza essere in- dagato, AngelinoAlfano ha presola palla albalzo perpareggiare iconti.«Io nonlo chiederò nulla, sarà il Pd a fare le sue valu- tazioni. Ha un po’ di indagati al governo valuti lui se devono dimettersi», sostiene il ministro dell’Interno. Modesto dettaglio: Gentile è un esponente del Nuovo Cen- trodestra.Menodiplomatica lamossadel Movimento 5 Stelle che ha annunciato la presentazione di quattro mozioni di sfi- ducia per i membri del governo Renzi: Barracciu, DeFilippo, Del BassoDe Caro e il vice ministro dell’interno Bubbico, in- dagatoperabuso d’ufficio.Nelmirinodei grillini c’èil ministrodelle infrastrutturee dei trasporti Maurizio Lupi, «inquisito per concorso in abuso di atti d’ufficio». In- somma, attacca Santangelo, «questo è quello che Renzi spaccia come il nuovo che avanza e a questo diciamo no». E dove non arrivano i grillini, approda- no gli amministratori locali, che innesca- no la prima grana politica del governo Renzi. Il sindaco di Matera e presidente del comitato Matera 2019, Salvatore Ad- duce,èrimasto spiazzatodalledichiara- zioni fattedalla Barracciu alCorriere della Sera secondocui ilsottosegretariosareb- beimpegnata perfarvincere Cagliarialla competizione a capitale europea della cultura peril 2019. «Non hovoluto com- mentare subito la dichiarazione dell’esponente delgoverno», affermaAd- duce, «per verificare se il suo sostegno a Cagliarifosseilfrutto diunasemplicein- genuità. Mi auguro che il ministro Fran- ceschini nel fare chiarezza sulla imparzia- lità delsuo Ministero,rilanci ilprogetto di Italia 2019 così come si era impegnato a fare Enrico Letta». Insomma, un esordio peggiore non poteva esserci. E sulla rete le dimissioni dei «quattro amici» sono ri- chieste all’unanimità. Da tutti.

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