Rassegna Stampa

Brunetta: “L’Europa può uscire dalla crisi solo se applica il modello Tokyo”

Brunetta: "L’Europa può uscire dalla crisi solo se applica il modello Tokyo"

Brunetta: “L’Europa può uscire dalla crisi solo se applica il modello Tokyo”

ROMA, 27 GEN – “L’Europa può uscire dalla crisi solo se applica il modello Tokyo” è il titolo dell’articolo di Renato Brunetta sul Giornale: “Altro che austerity come vuole la Germania: il piano del premier giapponese Abe da 116 miliardi di dollari varato in pochi giorni ha creato investimenti, crescita e posti di lavoro”.

Si è presentato con una car­tellina piena di slide per i giornalisti, orgoglioso di annunciare che il suo cognome «è diventato una formula:l’ Abe­nomics ». Così il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, ha aperto i lavori del World Econo­mic Forum a Davos mercoledì 22 gennaio. E ha rappresentato con grande chiarezza, schema­tizzandolo in «tre frecce», il mo­dello di politica economica, monetaria e fiscale con cui il Giappone è uscito da venti anni di stagnazione. Quella stagna­zione cui si sta «pericolosamen­te avvicinando l’Europa» in conseguenza delle politiche economiche sbagliate adottate negli anni della crisi, ha scritto Paul Krugman sul New York Ti­mes . Eccole, le tre frecce: «politi­ca fiscale flessibile », «una corag­giosa politica monetaria» e «promozione degli investimen­ti ». Sarà una banale coinciden­za, ma questi erano gli stessi identici punti su cui si basava il programma di Forza Italia, ai tempi Pdl, presentato alle Politi­che dello scorso febbraio. E so­no queste 3 le linee direttrici che l’Italia e l’Europa devono seguire se vogliono uscire dalla recessione. Proprio come ha fatto il Giappone.
Politica fiscale flessibile
 La pri­ma delle tre frecce ad essere lan­ciata è stata quella della politi­ca fiscale: l’11 gennaio 2013,po­co più di 2 settimane dopo l’in­sediamento, il premier Abe ha varato un piano da 10.300 mi­liardi di yen ( 116 miliardi di dol­lari), finalizzato a un aumento del Pil di almeno 2 punti percen­tuali e alla creazione di 600.000 posti di lavoro. I 10.300 miliardi di yen sono così composti: 3.900 miliardi sono destinati al­la ricostruzione dell’area di Tohoku, devastata dal terremo­to e dallo tsunami dell’11 mar­zo 2011; 3.200 miliardi riguarda­no misure per la competitività e l’innovazione delle imprese in­dustriali; 3.200 miliardi sono impegnati per la sicurezza so­ciale, la sanità e l’istruzione.
Obiettivo primario del nuovo premier: risollevare l’econo­mia nazionale. L’esatto contra­rio delle ricette sangue, sudore e lacrime imposte ai paesi del­l’Eu­rozona sotto attacco specu­lativo dall’Europa a trazione te­desca.

Coraggiosa politica monetaria

La seconda freccia, quella della politica monetaria. Con la stes­sa tempestività di azione del pri­mo ministro, anche il nuovo presidente della banca centra­le giapponese, Haruhiko Kuro­da, il 3 aprile 2013, a solo due set­timane dalla nomina, ha stra­volto la politica monetaria e ha lanciato un piano di stimolo che in 2 anni porterà al raddop­pio della base monetaria del Giappone da 138.000 miliardi di yen a 270.000 miliardi di yen (tra 60.000 e 70.000 miliardi di yen in più all’anno); al raddop­pio degli acquisti di titoli a lun­go termine (fino a 40 anni) del debito sovrano giapponese; al­l’allungamento della vita me­dia residua di quelli già in circo­lazione, da meno di 3 anni a cir­ca 7 anni; alla sospensione del­la­regola per cui la banca centra­le non può detenere in portafo­glio un ammontare di titoli di Stato superiore alla quantità to­tale delle banconote in circola­zione. Quest’ultima previsione porterà a un totale di titoli di Sta­to in possesso della banca cen­trale giapponese pari a 290.000 miliardi di yen nel 2014, vale a dire 3 volte la quantità totale di banconote in circolazione nel­lo stesso anno, pari a 90.000 mi­liardi di yen. Nonostante tutto ciò, l’inflazione in Giappone non supererà il 2%.
Promozione degli investimenti

A giugno 2013, infine, è stata lanciata la terza freccia, quella della promozione degli investi­menti. Altri 5.500 miliardi di yen, che si aggiungono ai 10.300 miliardi di gennaio 2013, per un totale di oltre 170 miliardi di dollari.
Ecco il piano: sviluppo del commercio estero; riduzione della pressione fiscale, specie per le imprese che investono e che spendono in ricerca e svi­luppo; zone a burocrazia zero; incentivi alle fusioni aziendali, specie nei settori altamente frammentati; riforma del setto­re agricolo; liberalizzazione delle utilities ; sviluppo del­l’energia nucleare, al fine di ri­durre i costi dell’energia elettri­ca per famiglie e imprese; incen­tivazione del lavoro femminile; allentamento dei regolamenti edilizi nei centri urbani.
E in Italia?
 Politica fiscale flessi­bile. Cosa c’èdi più incisivo per la ripresa economica, di una ri­duzione della pressione fiscale di 5 punti percentuali in 5 anni (dal 45% al 40%) attraverso il ta­glio della spesa pubblica cor­rente (attualmente pari a 800 miliardi) di 80 miliardi in 5 anni (16 miliardi all’anno)?
Una coraggiosa politica mo­netaria. Traslato nella realtà eu­ropea: attribuzione alla Bce del ruolo di prestatore di ultima istanza, sul modello, appunto, della Bank of Japan e della Fede­ral reserve americana (ma an­che della banca centrale ingle­se e di quella svizzera).
Promozione degli investi­menti: quello che nel nostro pic­colo, per l’Italia,abbiamo chia­mato nuovo corso, vale a dire grandi opere, infrastrutture, modernizzazione del paese, messa in sicurezza del territo­rio, economia della manuten­zione.
Dal quadro delineato emer­gono politiche economiche e monetarie molto differenti, quasi opposte, in Giappone, co­sì come negli Stati Uniti, rispet­to al vecchio continente. Dai ri­sultati ottenuti, facile capire chi ha ragione e chi torto: al di là delle percentuali, in Usa e Giap­pone la ripresa è solida e l’eco­nomia reale è più in salute ri­spetto all’Europa, che, invece, è ridotta allo stremo.
Nel report trimestrale sull’Eu­rozona redatto dalla Commis­sione europea a dicembre 2013 sono contenute le prospettive di crescita del vecchio conti­nente nei prossimi 10 anni e, da un confronto con gli Stati Uniti, emerge che nel 2023 gli stan­dard di vita dei cittadini euro­pei torneranno ai livelli degli an­ni 60 e saranno più bassi del 40% rispetto agli standard dei cittadini americani. Il gap sarà dovuto per 2/3 alla bassa pro­duttività del lavoro e per 1/3 al­l’alto tasso di disoccupazione.
Allo stesso modo, la crescita del Pil dell’Eurozona nei prossi­mi 10 anni è prevista, sempre dalla Commissione europea, più bassa rispetto agli Stati Uni­ti di almeno 1,5 punti percen­tuali ogni anno. Se a ciò aggiun­giamo che dai dossier delle Na­zioni unite emerge che l’Euro­pa è destinata a diventare l’area economicamente meno rile­vante del mondo nei prossimi 20 anni, il cerchio si chiude. La profezia di Paul Krugman sul New York Times è destinata ad avverarsi.
Ma la lezione giapponese ci insegna anche altro: che in po­chi mesi si possono cambiare le sorti di un paese. Cosa che un’Europa miope,masochista, calvinista, ipocrita e balbettan­te non è riuscita a fare in quasi 6 anni di crisi, nonostante i nume­rosi, periodici (e inutili) vertici dei capi di Stato e di governo a Bruxelles. Il rischio per l’Euro­pa oggi è, invece, di fare la fine del Giappone prima di Shinzo Abe. Cioè di vivere 20 anni di sta­gnazione. Grazie Merkel per averci ridotto così.

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