Cannes. “Illusi di essere nel Grande Gioco”, Fabio Ferzetti sul Messaggero

di Redazione blitz
Pubblicato il 25 Maggio 2015 13:01 | Ultimo aggiornamento: 25 Maggio 2015 13:01
Cannes. "Illusi di essere nel Grande Gioco", Fabio Ferzetti sul Messaggero

Jacques Audiard (ansa)

CANNES – Il film “Dheepan”, di Jacques Audiard, ha vinto la Palma d’Oro della 68ma edizione del Festival di Cannes. Delusione per le tre opere italiane in gara (di Nanni Moretti, Paolo Sorrentino e Matteo Garrone) rimaste a bocca asciutta. Il premio per la miglior attrice è andato ex aequo a Rooney Mara e Emmanuel Bercot, Vincent Lindon è il migliore attore. Premio della giuria a “The Lobster” del regista greco Yorgos Lanthimos.

Come riporta Fabio Ferzetti sul Messaggero di Roma,

mai come quest’anno possiamo capire la delusione di chi era convinto che ce l’avremmo fatta. Perché i tre film erano molto diversi e tutti diversamente ambiziosi e riusciti, al di là dei gusti personali. Perché con due film su tre girati direttamente in inglese, per il mercato internazionale, l’illusione di essere entrati nel Grande Gioco era davvero insidiosa. E se Il Racconto dei racconti non ha convinto tutti, Youth e Mia madre godevano di ampi consensi. Eppure la giuria guidata dai fratelli Coen ha fatto altre scelte.In buona parte condivisibili se mettiamo da parte – come è giusto – l’orgoglio nazionale.

A cominciare dalla palma d’oro, che consacra il talento inquieto di un regista non più giovanissimo ma capace di rimettersi totalmente in gioco facendo un film senza attori di richiamo che illumina in un colpo solo le due facce di quella che chiamiamo l’emergenza banlieue (ma il discorso vale per tutte le periferie europee). Senza cedere di un millimetro né sul rigore del racconto, ispirato in buona parte alle vere esperienze del protagonista, ex-bambino soldato nello Sri Lanka e ora scrittore, Antonythasan Jesuthasan. Né sulla capacità di catturare lo spettatore dalla prima all’ultima scena intrecciando i punti di vista dei protagonisti e alternando con sapienza azione e intimismo. Fino a rivelare uno dei tanti microcosmi accanto a cui passiamo con indifferenza ogni giorno. Mostrandoci al tempo stesso il nostro Occidente attraverso lo sguardo innocente e rivelatore degli ultimi arrivati.

Qualcuno giudicherà eccessivo il Gran Premio all’unico esordiente in gara, l’ungherese Laszlo Nemes. Ma Il figlio di Saul, che speriamo di non veder uscire in Italia solo per il Giorno della Memoria, come si vocifera, è un concentrato di coraggio, rigore e accuratezza storica che affronta e risolve problemi di rappresentazione giganteschi. Oltre a essere, curiosamente, l’unico titolo a carattere storico del Concorso, con la parziale eccezione di Carol (…)