Capitale umano in Italia, ricerca Istat: “Una donna vale la metà di uomo”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 24 febbraio 2014 10:35 | Ultimo aggiornamento: 24 febbraio 2014 10:35
Capitale umano in Italia, l'Istat: "Una donna vale la metà di uomo"

Capitale umano in Italia, l’Istat: “Una donna vale la metà di uomo”

ROMA – II “capitale umano” in Italia vale meno che altrove, ha rivelato uno studio dell’Istat: nell’arco di una vita, la media fa 342 mila euro, fra 453 mila euro per gli uomini e 231 mila per le donne. Nel presentarlo, i giornali dimenticano un dato essenziale che pesa sulla differenza: le tasse.

Lo studio è pura statistica e in più l’Istat si è distinto ormai da tempo per un uso molto politicamente orientato dei numeri che diffonde,  e i giornali hanno dedicato ad esso spazio e attenzione. Per capire però i termini essenziali, meglio andare direttamente alla fonte, dove si chiarisce, fin dalle prime pagine, che i termini presi a confronto sono quelli della  “full labor compensation”  che è la somma dei redditi  “al netto delle tasse”.
Maria Novella De Luca ne scrive su Repubblica, una cronaca onesta nei fatti, a parte l’omissione fiscale, un po’ meno nel taglio pauperista e femminista. Il titolo è fastidioso: “Ricerca shok sul capitale umano in Italia. Una donna vale la metà di un uomo”.
La spiegazione la dà la stessa Maria Novella De Luca:  “Le donne si autoescludono dal mercato sapendo di dover fare una scelta inconciliabile tra famiglia e occupazione”.
Ancora il titolo:  “Pesano disoccupazione e salari”. Criticare le tasse non è di sinistra e Repubblica non ne parla.
Il particolare sfugge a un cronista attento come Dario Di Vico sul Corriere della Sera, che cita il metodo adottato, detto di Jorgenson – Fraumeni, ma trascura il peso del fisco.

 L’articolo di Maria Novella De Luca:

Dunque nel computo del capitale umano il suo “peso” sarà di 231mila euro contro i 453mila del partner. Se invece a questo si sommasse il lavoro invisibile delle e cioè quello di cura, la famiglia, i figli, la casa, ecco che ai 231mila euro si dovrebbero aggiungere altri ben 431mila euro di attività domestiche. Il famoso e mai riconosciuto né monetizzato welfare familiare. «Sono dati che mi indignano ma da studiosa non mi stupiscono», dice Daniela Del Boca, docente di Economia politica all’università di Torino. «Nel conteggio del capitale umano l’occupazionefemminile viene ulteriormente penalizzata dalla sottrazione dei periodi di maternità, dai congedi… Le donne subiscono poi una doppia discriminazione: non soltanto negli stipendi, ma anche in quella che si chiama discriminazione preventiva. Sapendo cioè di dover fare una scelta inconciliabile tra famiglia e occupazione, si autoescludono dal mercato. E tutto questo viene naturalmente calcolato nella podonne,tenzialità o meno di produrre reddito».
Per arrivare a quantificare in euro il capitale umano, l’Istat si è basato sulla capacità degli individui di generare reddito nell’arco della vita e il valore complessivo che ne viene fuori, riferito al 2008 (non esistono altri aggiornamenti), è di 13.475 miliardi di euro, pari a oltre otto volte e mezzo il Pil dello stesso anno. Una cifra che porta a 340 mila euro a testa il “prezzo” di un italiano medio. Interessante osservare come un giovane tra i 15 e i 34 anni, valga 556mila euro, visto il tempo e le energie che potrà mettere nel fabbricare ricchezza, contro i 139mila euro di una donna over sessanta. La quale comunque in questa età della vita produce assai più di un suo coetaneo maschio, che per le statistiche vale non più di 46mila euro. Tutto abbastanza gelido e terribile se ci si ferma riflettere. E infatti l’economista Del Boca invita a fare delle distinzioni. «Un conto è applicare modelli, e ipotizzare cifre. Altro è intendere il capitale umano come l’insieme anche non monetizzabile di ciò che si è, e di ciò che si è fatto nella vita». Perché infatti questa è un’altra storia.