Carlo De Benedetti e Ignazio Marino. Nicola Porro: “Capitalisti all’amatriciana”

Pubblicato il 8 Aprile 2014 7:57 | Ultimo aggiornamento: 8 Aprile 2014 17:44
Carlo De Benedetti e Ignazio Marino. Nicola Porro: "Capitalisti all'amariciana"

Nicola Porro: Carlo De Benedetti e Ignazio Marino sono due forme di capitalismo all’amatriciana

Carlo De Benedetti e Ignazio Marino abbinati da Nicola Porro, vice direttore del Giornale, in una escoriante invettiva: De Benedetti per Nicola Porro non avrebbe più diritto di parola dopo il disastro di Sorgenia. Ignazio Marino, che dopo il disastro cui ha portato Roma in meno di un anno non dovrebbe parlare mai, è attaccato per gli attacchi alla Acea e il suo desiderio di mettere le mani sull’azienda di cui il Comune di Roma è importante azionista.

Sprezzante, Nicola Porro li accomuna sotto l’etichetta di “capitalismo alla amatriciana”.

“È da un paio di anni che l’ingegner Carlo De Benedetti ha avuto modo di «gioire» nel «donare» le sue aziende ai figli. Più o meno negli stessi anni anche i lettori del Sole 24 Ore possono gioire della lettura delle ricette anti crisi del medesimo ingegnere sulla prima pagina del prezioso foglio salmonato.

In questo donarsi collettivo abbiamo raggiunto il massimo con questa prosa: «Chiunque abbia sofferto di coliche sa bene che conviene prendere una massiccia dose di analgesico ai primi segnali di dolore se si vuole evitare una sofferenza acuta e duratura. La stessa cosa accade con la deflazione…».

E avanti con consigli, anche allo spirito santo, ma soprattutto ai «policy makers europei e non solo» su come stroncare la bestia deflazionistica.

Cari amici della Confindustria, ma davvero dobbiamo ascoltare le ricette dell’ingegnere? Ma solo ieri ci avete spiegato che le aziende donate dal medesimo ai figlioli non sanno come restituire alle banche qualcosa come due miliardi di euro. Ma cari amici del Sole 24 Ore, sul vostro giornale ci spiegate che le piccole e medie imprese non prendono una lira dalle banche, che c’è il credit crunch, e poi fate spiegare al campione del cattivo utilizzo del credito bancario (quei fidi furono dati anche all’Ing) come uscire dalla crisi? Eddai. Magari qualche vostro associato potrebbe iniziare a fare due più due”.

A onore della cronaca, Carlo De Benedetti ha da tempo preso le distanze da Sorgenia, al punto da minacciare azioni legali proprio contro il Giornale, mentre il figlio Rodolfo firmava una lettera al Corriere della Sera in cui era scritto:

“Mio padre non è in alcun modo coinvolto nella situazione di Sorgenia né nelle trattative di recente intraprese per la ristrutturazione del suo debito”.

Sorgenia è totalmente creatura del figlio Rodolfo De Benedetti. Rodolfo sognava di obliterare il padre con i grandi trionfi di Sorgenia, invece lo schema della tragedia greca si è capovolto e il padre svolazza felice e il povero Rodolfo appare sempre più sprofondato nella sua cupezza.

Nel pezzo che riguarda Ignazio Marino, Nicola Porro scrive:

“Il Fatto, scopre che a Roma ci sono 210mila lampioni e che costano 280 euro l’uno, contro i 188 euro proposti dalla Consip, la centrale di acquisti pubblici. Scopriamo che nel 2013 l’Acea chiude un ottimo bilancio anche grazie ai costi spropositati dell’illuminazione. E che grazie a questi prezzi fuori mercato, Francesco Gaetano Caltagirone e soci francesi di Suez si staccano dividendi alle spalle dei cittadini romani. Ecco perché il sindaco di Roma, Ignazio Marino, fa bene a chiedere le dimissioni del vertice della società, nominati dal suo predecessore Gianni Alemanno”.

Nicola Porro riferisce che, a questo punto,

“invece di andare dall’ufficio stampa del Comune e dal potente democratico Goffredo Bettini, uomo ombra del sindaco, chiama l’ufficio stampa dell’Acea. Ragazzi, coi lampioni di Roma non si scherza. In effetti sono tanti: la bellezza di 214mila. E l’Acea nel 2013 ci fattura sopra 62 milioni. Dunque addirittura più dei 280 euretti del Fatto. In realtà si devono aggiungere anche 600 monumenti. Insomma sui 280 euro l’anno per lampione ci siamo. Ma a differenza della gara Consip, che prevede energia e manutenzione, l’Acea sulle luci di Roma e su suoi monumenti fornisce un servizio completo: dalla sostituzione, alla riparazione alle manutenzioni, che non sono previste nel contratto Consip. Questo dicono all’Acea.

Ma quel che conta di più è che tutta questa roba produce un margine per l’azienda di 5,8 milioni di euro, su utile lordo complessivo di 766 milioni. Insomma mettetela come volete, pensate pure che i giornalisti dalla schiena dritta abbiano ragione sui costi per lampione (e non ce l’hanno), ma l’idea che grazie all’illuminazione pubblica si facciano i bilanci d’oro è una palla grossa come una casa. In più, tanto per mettere una ciliegina sulla torta, il Comune è in arretrato sui suoi pagamenti per 83 milioni di euro, solo per i servizi di illuminazione pubblica. Ci siamo fissati sul caso dei lampioni di Roma, per raccontare un piccolo spaccato del rapporto tra politica, media, società pubbliche. Acea è una delle settemila partecipazioni controllate dagli enti locali. La sua maggioranza è in mano al Comune.

E Marino ha intenzione di usare il bastone del comando nonostante gli ottimi risultati ottenuti dal management. Anzi quei manager li vuole licenziare. E con i tempi della politica: stano litigando sulla data dell’assemblea che il sindaco vuole prima delle Europee. Chissà come mai? Acea, nel panorama asfittico, di un Comune come Roma, è una gallina dalle uova d’oro. Non solo stacca un assegno da 40 milioni come dividendi da porgere al sindaco, ma può rappresentare sponsorizzazioni, assunzioni, interventi, piccole clientele. Cari commensali: prima di pensare alle grandi privatizzazioni, partiamo dalle storie locali. Forza, togliamo alla politica la possibilità di mettere le mani sui lampioni di Roma”.