Casale San Nicola, la rabbia della periferia: “Mancano i servizi, no ai profughi”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 luglio 2015 14:17 | Ultimo aggiornamento: 20 luglio 2015 14:17
L'articolo della Stampa

L’articolo della Stampa

ROMA – Dopo la rivolta di venerdì 17 luglio a Casale San Nicola cresce il malumore dei residenti. “È già un quartiere multietnico e onestamente non lo stravolgeranno alcune decine di profughi – spiega Alessandro Lambrilli -. Dietro al McDonald’s c’è un isolato di filippini che lavorano come domestici nelle ville dell’Olgiata. Isolamento e microcriminalità non sono colpa dei richiedenti asilo. Servono investimenti, non rivolte”.

Di fronte a una guerra tra poveri – scrive Giacomo Galeazzi della Stampa – come trent’anni fa all’epoca dei baraccati raccontati nel film «Brutti, sporchi e cattivi», la millenaria saggezza romana sa che la vita è una ruota. «Da qualche parte devono metterli, non li possono ributtare a amare», allarga le braccia un pensionato in canottiera relativizzando la paura che l’arrivo di una piccola comunità di migranti in questa «isola senza servizi» aumenti i furti e l’insicurezza. «C’è razzismo, ne accoglieremo altri», reagisce agli scontri di venerdì il prefetto di Roma, Franco Gabrielli. «Non ci fermiano – assicura il portavoce del comitato spontaneo di zona, Alberto Meoni -. Siamo sulle nostre terre. Il prefetto ci attacca invece di chiamarci a una trattativa. Non stiamo dicendo che non vogliamo i profughi, ma questo tipo di accoglienza non va bene. Vanno ospitati con tutti i criteri necessari». Rabbia e senso di tradimento da parte delle istituzioni. Per cui il centro per i migranti «non è sostenibile». E il sindaco Ignazio Marino «ci venga a trovare». Livia Morini, 44 anni e due figli, ripete una domanda cui nessuno sa rispondere. «Qui mancano fognature, illuminazione e strade: la scuola Socrate è stata chiusa per mancanza di requisiti e ora al posto dell’asilo mettono la cooperativa per i profughi?». Per Ilaria Morichelli, 40 anni, «la mancanza di infrastrutture produrrà un ghetto, manca pure la farmacia». Secondo Bianca Tempestini, 55 anni, «è questione di rispetto umano, non di colore della pelle». A Casale San Nicola «abitano tanti extracomunitari perfettamente integrati». Gianni Gregori, 62 anni, operaio in pensione, snocciola rischi e controindicazioni descrivendo i sacrifici per comprare casa.
Chiusi nell’ex scuola
«Vogliamo uscire», dicono i giovani immigrati. «20 famiglie del quartiere sono disponibili a fare volontariato e saranno avviate attività agricole, non ci sono i mezzi per farli uscire, ma da lunedì attiveremo la navetta che li porterà alla stazione della Storta: alcuni vanno a scuola o hanno dei lavori», racconta Simonetta Lanciani della cooperativa Isolaverde. «Il più grande ha 21 anni, il più giovane 17 – aggiunge -. Tutti sono da dieci mesi in Italia, identificati con le impronte, in attesa dello status di rifugiato e iscritti al servizio sanitario, parlano o studiano italiano». Nei tre casali hanno stanze da 4 a 10 posti, scheda telefonica da 15 euro e buono quotidiano da 2,5, Internet per informarsi, campi di calcio e basket per svagarsi. Regole, 4 mediatori culturali e supporto psicologico. La vita ricomincia.