Caselli racconta: l’arresto di Curcio e Franceschini, Frate Mitra, Moretti, le Br

di Redazione Blitz
Pubblicato il 9 settembre 2014 11:18 | Ultimo aggiornamento: 9 settembre 2014 11:18
Caselli racconta: l'arresto di Curcio e Franceschini, Frate Mitra, Moretti, le Br

L’arresto di Curcio e Franceschini l’8 settembre 1974 (wikimedia)

ROMA – Gian Carlo Caselli era il giudice istruttore che coordinava le indagini. Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa guidava il nucleo speciale di carabinieri che eseguì l’arresto di Renato Curcio ed Alberto Franceschini, capi delle Brigate Rosse. Silvano Girotto alias “frate Mitra” era l’infiltrato grazie al quale fu pianificato il blitz dell’8 settembre 1974 a Pinerolo. Quello in cui qualcuno avvertì Mario Moretti (ma non avvertì Curcio e Franceschini) che stava per scattare una trappola.

Sono passati 40 anni da quella data spartiacque nella storia delle Brigate Rosse. Che fino ad allora erano state quelle di Curcio e Franceschini e dopo diventarono quelle di Moretti: omicidi, “attacco al cuore dello Stato”, sequestro Moro e tanti misteri non chiariti.

Gian Carlo Caselli ripercorre quei giorni firmando un articolo sul Fatto Quotidiano:

L’arresto era stato di poco successivo al sequestro del magistrato genovese Mario Sossi, il primo “attacco al cuore dello Stato” sferrato dai brigatisti. Ed era avvenuto grazie a Silvano Girotto, un personaggio noto come “Frate Mitra”: prima rapinatore, poi legionario, poi frate, infine guerrigliero in Bolivia e in Cile; rientrato in Italia e avvicinato dai carabinieri, aveva accettato di collaborare cercando di infiltrarsi nelle Br. Cosa che gli era riuscita sfruttando i contatti via via procuratigli da un medico di Borgomanero, militante Br “irregolare” (cioè non clandestino). Alla fine aveva incontrato vari brigatisti “regolari”, aveva superato l’esame di “ammissione” e li aveva convinti a reclutarlo fissando con loro un appuntamento, a Pinerolo – appunto – per l’8 settembre.

PER GLI APPASSIONATI di “misteri” italiani, grandi o piccoli, ce n’è uno non da poco anche in questo caso. “Curcio sarà arrestato domenica a Pinerolo”: è la telefonata che il medico ricevette nel cuore della notte da un ignoto “amico”. Invano il medico cercò di rintracciare Curcio per avvertirlo e così la trappola predisposta dai Carabinieri riuscì a scattare, sia per lui che per Franceschini che l’aveva accompagnato a Pinerolo. Brutta storia, mai chiarita, quella della telefonata, posto che la soffiata poteva averla fatta soltanto qualcuno assai ben informato (persino degli incontri di Girotto con il medico), qualcuno che evidentemente non gradiva che il nucleo di Dalla Chiesa portasse a segno un colpo così importante. Comincia così anche la storia infinita di che cosa fossero in realtà le Br, se un gruppo davvero “rivoluzionario” oppure un gruppo per certi profili collegato con soggetti o strutture esterne. La mia opinione è che sostanzialmente le Br non siano mai state nulla di diverso da quello che conosciamo, anche se il terrorismo è un piatto sporco in cui possono infilarsi le mani più diverse, sicché spazi per dubbi e sospetti non mancano di certo.

[…] TORNANDO ALL’ARRESTO di Curcio e Franceschini, nel primo interrogatorio si dichiararono ambedue prigionieri politici, pur manifestando personalità piuttosto distanti. Curcio cercava di “catechizzare” parlando delle sue letture (Heinrich Böll), mentre Franceschini, autodefinitosi “rivoluzionario di professione”, recitava la sua parte anche provocando con domande sull’appartenenza a “magistratura democratica”, dando a intendere che secondo lui i magistrati che erano di questa corrente avrebbero dovuto essere dalla sua parte… tipica manifestazione dell’incapacità dei brigatisti di capire la realtà italiana, evidentemente troppo complessa per loro.

Caselli precisa ulteriormente alcuni aspetti del blitz di Pinerolo e della lotta al terrorismo brigatista in un’intervista firmata da Paolo Griseri per Repubblica:

Dottor Caselli, era il 1974. Avrebbe potuto essere la fine delle Br e invece fu l’inizio della fase più drammatica della loro attività sarebbe culminata con il delitto Moro. Come mai?
«Non avevamo pensato nemmeno per un attimo che l’arresto di un paio di capi storici avrebbe potuto segnare la fine delle Br. Eravamo certi che avevamo a che fare con una organizzazione articolata. Il nucleo speciale coordinato da Dalla Chiesa era stato istituito solo per indagare sul sequestro del giudice Mario Sossi. Dalla Chiesa per i carabinieri e Santillo per la polizia “disubbidirono” al mandato e fecero bene perché così indagarono sull’organizzazione disarticolandola. Nel giro di due anni, dal 1974 al 1976, tutti i capi storici delle Br erano stati arrestati».
Tutti tranne Mario Moretti, che sarebbe poi diventato il capo della colonna romana. Perché Moretti sfuggì all’arresto?
«È provato che Moretti a Pinerolo non c’era, e mi pare che lui stesso lo abbia confermato in una autobiografia».
[…] Girotto era un infiltrato?
«Per sue convinzioni aveva deciso di collaborare con i carabinieri per smantellare le Br. Diceva: “Questi sono criminali, non possono servire a nessuna causa rivoluzionaria”. Riuscì ad entrare in contatto con l’organizzazione e fece arrestare Curcio e Franceschini».
Lei è convinto della sincerità di Girotto?
«Io ho sempre verificato che le sue testimonianze coincidevano al millimetro con le risultanze di fatto. Dimostrò un notevole coraggio»
Quanti incontri fece con i brigatisti prima del loro arresto?
«Diversi. Quelli clandestini li vedeva a coppie. Si incontravano in montagna. A torso nudo perché loro temevano di essere registrati».
Sono passati quarant’anni. Dottor Caselli, chi ha sconfitto le Br?
«L’attività di repressione e di indagine è stata molto importante. Ma non è stata l’unica. Furono decisive le decine e decine di assemblee che si tennero nelle parrocchie, nei luoghi di lavoro, nelle sedi di partito. Per spiegare che non ci trovavamo di fronte a Robin Hood ma a un gruppo di assassini. Bisognava rompere il muro di ambiguità dei “compagni che sbagliano”, i complici silenzi di certi intellettuali».
E funzionò?
«Non fu facile ma alla fine i terroristi furono politicamente isolati ed entrarono in crisi. Fu la fine delle contiguità e degli appoggi che avevano portato molti a non vedere la tempesta che stava addensandosi. Pensiamo, per fare esempi anche molto diversi, all’intellighenzia che partecipò alla vergognosa campagna contro il commissario Calabresi che pagò con la vita quelle menzogne. Per quanto riguarda Torino ricordo che un giorno venne assaltato a bastonate un bar ritenuto un covo di fascisti. Mi capitò di interrogare i testimoni, anche esponenti del mondo intellettuale della città. Incontrai l’omertà».
La nascita del terrorismo in Italia avviene nel contesto delle lotte sociali degli anni Sessanta e Settanta. Lei crede che oggi sarebbe possibile una rinascita del partito armato?
«Non mi preoccupa l’eventuale rinascita di un partito catacombale e clandestino come furono le Br. Mi sembra fuori dalla realtà e spero di non sbagliarmi. Mi preoccupa il ripetersi in certi ambienti intellettuali di oggi delle stesse ambiguità di allora di fronte alla violenza delle frange estreme. Mi preoccupa il ritorno, in sedicesimo, della stagione dei compagni che sbagliano. Mi preoccupano le predicazioni di intellettuali miopi e nostalgici che possono far credere a chi ha già pochi filtri critici che stia riproducendosi il clima di allora».
Parla della val di Susa?
«Sono in pensione».