Caso Telecom, Letta negli Usa, Alitalia: rassegna stampa e prime pagine

di Redazione Blitz
Pubblicato il 25 settembre 2013 9:46 | Ultimo aggiornamento: 25 settembre 2013 9:46

ROMA – Telecom scuote la politica. Il Corriere della Sera: “Diventa un caso politico l’acquisizione di Telecom da parte della spagnola Telefonica. Il premier Letta: vigileremo, ma il gruppo è privato. Il presidente di Telecom Bernabè: non diventiamo spagnoli. Il rapporto: Italia meno competitiva.”

Un autunno da decifrare. L’editoriale a firma di Giuseppe De Rita:

Nei primi giorni di settembre, al rientro dalle vacanze, fui molto tentato di scrivere qualcosa sull’estate 2013 vista come «la migliore estate degli ultimi anni», tante erano le sensazioni positive che con colleghi e amici avevamo raccolto in vari angoli del Paese. Rimossi prudentemente quella tentazione: per il timore di apparire provocatorio rispetto al catastrofismo imperante negli ultimi mesi e anni; ma anche per il timore che quel tono leggero («la migliore estate…») avrebbe potuto cozzare con il dramma di lavoratori che, rientrando dalle ferie, magari non avrebbero più trovato la propria azienda. Restai allora in appartato silenzio, sperando che il tempo chiarisse almeno la direzione, in meglio o in peggio, delle nostre travagliate vicende. Comincio a rimpiangere quel silenzio, perché una pur imperfetta provocazione sarebbe stata utile per innescare da un lato una seria discussione di scenario e dall’altro un serio confronto con i potenziali soggetti della dinamica socioeconomica prossima ventura. Mi colpisce anzitutto che per la prima volta da anni l’autunno non abbia prodotto scenari di medio periodo, volti a capire e far capire dove siamo e dove andiamo. Dai resoconti dei tanti convegni, seminari e workshop (e dall’opinionismo a essi correlato) non si trova infatti molto di utile, in termini sia di valutazione congiunturale sia di previsione a medio termine. Tutti abbiamo letto quel che si è detto a Cernobbio; tutti abbiamo letto il programmatico comunicato congiunto di Confindustria e sindacati confederali; tutti abbiamo letto le dichiarazioni «veleggianti» del presidente Squinzi e del ministro Saccomanni; tutti abbiamo letto grandi e medi commentatori e opinionisti; ma l’incertezza sul futuro resta quella di prima, con l’effetto di una politica del navigare a vista molto problematica e zavorrata dal pessimismo indotto da mesi di tragici bollettini di crisi (meno reddito, meno occupazione, meno consumi, meno imprese, eccetera).

Telefonica: Telecom sarà indipendente. L’articolo a firma di Federico De Rosa:

Annuncio e svolta in meno di ventiquattrore. L’assetto di comando di Telecom Italia da ieri è cambiato. Non è ancora il passaggio definitivo sotto le insegne di Telefonica, previsto per il 2014, ma il gruppo spagnolo ha fatto intanto il primo passo versando 324 milioni e salendo al 66% in Telco, la cassaforte che custodisce il 22% del gruppo telefonico. É il primo passaggio dello schema messo a punto nella notte tra lunedì e martedì da Telefonica, Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Generali, i quattro soci di Telco, per accompagnare il passaggio di consegne agli spagnoli. L’operazione è molto articolata e, tra aumenti di capitale, riacquisto di obbligazioni e pagamenti ai soci, il gruppo di Madrid spenderà complessivamente poco meno di 2 miliardi di euro, in parte pagando con azioni proprie. I primi 324 milioni sono stati versati ieri per l’aumento di capitale di Telco, insieme ad altri 438 milioni, in azioni Telefonica, con cui gli spagnoli hanno comprato da Mediobanca, Intesa e Generali una quota del prestito obbligazionario della cassaforte. Altri 117 milioni serviranno per salire al 70% una volta ottenute le autorizzazioni delle Autorità. Il passaggio definitivo nel 2014: Madrid potrà esercitare l’opzione per liquidare i soci italiani e prendersi tutta Telco. Secondo gli analisti il costo dovrebbe aggirarsi attorno al miliardo di euro. Nella girandola di passaggi di quote e acquisti è previsto anche un impegno diretto di Mediobanca e Intesa per 700 milioni di euro, per rifinanziare il debito di Telco. Gli azionisti italiani hanno già fatto il conto del disimpegno: la prima parte dell’operazione porterà a Mediobanca una plusvalenza di 60 milioni di euro, Intesa ne perderà 40 e Generali 65 avendo entrambi i titoli Telecom iscritti in bilancio a un valore quasi doppio di quello di Piazzetta Cuccia. Resta tuttavia la soddisfazione per la fine dell’avventura in Telecom. «Siamo soddisfatti di aver concluso questo accordo che è in linea con i nostri obiettivi di rafforzamento patrimoniale» ha commentato il numero uno del Leone di Trieste, Mario Greco.

Il sì di Letta: siamo in Europa ma vigileremo sull’occupazione. L’articolo a firma di Roberto Bagnoli:

«Guardiamo, valutiamo, vigileremo sul fronte occupazionale, ma bisogna ricordare che Telecom è una società privata e siamo in un mercato europeo». Il presidente del Consiglio Enrico Letta, da New York, dà un sostanziale via libera all’operazione finanziaria che porterà in tempi brevi la nostra storica compagnia nelle mani degli spagnoli di Telefonica. Una visione di «mercato», condivisa anche da Confindustria che sottolinea — per bocca del direttore generale Marcella Panucci — come sia «importante non la nazionalità del capitale ma le condizioni di concorrenza che peraltro ci sono». Molte le voci preoccupate e quelle contrarie con il leader grillino Beppe Grillo che se la prende con Massimo D’Alema definendolo «merchant banker di Palazzo Chigi, primo responsabile di questa catastrofe» avendo pilotato la cessione a debito di Telecom «ai capitani coraggiosi che si trovò improvvisamente oberata di 30 miliardi». A stretto giro l’ex premier risponde che lui non ha venduto «nessuna azienda, Telecom era già privatizzata ed è stata acquistata con una Opa sul mercato». La decisione fu presa con il concorso di «chi ne aveva la diretta responsabilità, cioè il ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi». «Ancora oggi — sottolinea D’Alema — penso che fu una scelta giusta, è del tutto ridicolo fare discendere le difficoltà e le decisioni odierne, sulle quali giustamente il Parlamento chiede chiarezza, da una vicenda che risale ormai a quasi 15 anni fa».

Industria e lavoro, il sorpasso spagnolo. L’articolo a firma di Luigi Offeddu:

Un panorama da Blade Runner, cioè desolato e cupo, e con ruderi sparsi all’orizzonte. È così che l’Italia appare, nel rapporto sulla competitività in Europa che verrà presentato oggi dalla Commissione Ue. Vi si legge che il nostro Paese sta vivendo «una vera e propria deindustrializzazione», con l’indice della produzione industriale che «ha perso 20 punti percentuali dal 2007», e con una competitività sul costo del lavoro che «si è erosa in modo considerevole negli ultimi 10 anni». Il nostro è un Paese, dice la Commissione, che nella corsa verso l’uscita dalla crisi è stato ormai superato dalla Spagna, risalita fino al settimo posto nella classifica europea . Una volta, Madrid era posizionata più indietro: ma secondo Bruxelles, è riuscita ad applicare alcune riforme del mercato del lavoro, che le hanno dato una spinta. Per contro, in tutta l’Eurozona, vi sono soltanto una manciata di nazioni che dal 2007 al 2012 hanno visto peggiorare la produttività: la Finlandia, la Francia, il Lussemburgo, e appunto l’Italia, scivolata al quindicesimo posto. Anche la Grecia è andata nella direzione contraria. Segniamo punteggi negativi, dunque scoraggianti per la produttività industriale, perfino nei costi dell’energia: solo a Cipro, isola-nazione notoriamente non in buonissima salute, i costi energetici sono alti come lo sono da noi. E per tutto questo, oggi, la Commissione chiederà a Roma di riprendere con decisione il cammino delle riforme.

Telecom spagnola via libera di Letta “Può migliorare”. La Stampa: ” Telecom va a Telefonica. «Contribuiremo allo sviluppo del mercato italiano» annunciano gli spagnoli. Letta dà il nulla osta: «I capitali stranieri credo potrebbero aiutare l’azienda ad essere migliore».”

“Alitalia alla nostra portata ma così com’è non va bene”. L’articolo a firma di Alessandro Barbera:

“Per capire da che parte sta il manico del coltello ci sono due strade. Leggere i numeri di Alitalia, oppure compulsare la battuta del numero uno di Air France-Klm Alexandre de Juniac riportata ieri da Les Echos: «Anche se non è il migliore dei momenti le necessità finanziarie di Alitalia non sono colossali e alla nostra portata». Cinque anni fa Jean Cyril Spinetta aveva messo sul piatto 1,7 miliardi di euro. Oggi, con il 25% già in tasca, per raggiungere la maggioranza ai francesi sono sufficienti fra i 100 e i 150 milioni. Ma se allora erano disposti ad accollarsi il debito di Alitalia, ora è tutta un’altra storia. «Quel debito va ristrutturato», fanno trapelare le fonti transalpine. La compagnia dei capitani coraggiosi ha 1,1 miliardi di debiti consolidati, 500 milioni nei confronti delle banche, il resto sono impegni finanziari necessari a onorare gli ordini degli Airbus che la vecchia Air One di Carlo Toto ha girato alla nuova Alitalia. In entrambi i casi i franco-olandesi chiedono garanzie: che il debito con le banche sia riscadenzato (se ne sta occupando Banca Leonardo) e che gli accordi con Toto vengano rivisti se non cancellati. Non è un caso se i francesi fanno comunque sapere che non intendono salire oltre il 50%, perché quella è la garanzia di non dover incorporare nel nuovo gruppo i debiti di Alitalia.

Letta negli Usa: giù le tasse sul lavoro. L’articolo a firma di Paolo Mastrolilli:

Da una parte la promessa di tagliare le tasse sul lavoro nella prossima legge di Stabilità, e la richiesta che l’Europa metta finalmente la crescita al centro della sua agenda; dall’altra l’offensiva sul mondo della finanza americana, con una serie di incontri di alto livello che hanno incluso anche protagonisti del settore telecomunicazioni, proprio nel giorno in cui la vicenda del passaggio di Telecom agli spagnoli teneva banco in Italia. Su questo doppio fronte si è snodata la giornata di ieri a New York del presidente del Consiglio Letta, che ha incontrato anche il segretario generale dell’Onu Ban Ki moon. Il capo del governo alle otto del mattino era al Council on Foreign relations, la cattedrale bipartisan della politica estera americana, per spiegare la sua idea di Italia e di Europa. Ha cominciato dicendo che «l’Unione europea ha bisogno di aggiornare la sua governance e di agire rapidamente. Non ci possono volere trenta summit, quattro anni, per prendere una decisione», come quella risolutiva che venne annunciata dal presidente della Bce Draghi, quando disse che avrebbe fatto «tutto il necessario» per salvare l’euro. Ora, per esempio, le emergenze sono la ripresa e il lavoro, e «dopo le elezioni tedesche non ci sono più alibi: dobbiamo mettere la crescita al centro nella Ue. Serve un nuovo approccio. Se l’Europa è solo tasse, austerity, recessione, senza nessuna luce in fondo al tunnel, è impossibile convincere le persone a compiere i sacrifici necessari».

L’avvertimento. L’articolo a firma di Massimiliano Nerozzi:

In principio fu la squadra, cioè la Juve, e così deve restare, fa capire Antonio Conte sulla via di Verona, quartiere Chievo. Dunque vige davvero il noi e pazienza se l’io può essere quello divino di Andrea Pirlo, che domenica, sostituito, era filato dritto negli spogliatoi senza fermarsi in panchina. Con il regista non c’è nessun caso, sottolinea il tecnico bianconero, ma una nuova regola, sì: «Perché prima non c’era stato bisogno di metterla. D’ora in avanti c’è ed esiste per tutti: quando un giocatore esce – spiega l’allenatore, usando sorrisi e tono pacato – deve andare in panchina e guardare la partita insieme ai compagni». Con un’unica eccezione: «A meno che non esca in barella, o con una gamba rotta per cui deve andare nello spogliatoio a curarsi con il medico». Sanzione peggio del ripristino dell’Imu: «Una forte multa da parte della società e un mese fuori rosa. Semplice? Semplicissimo». Decadrebbe chiunque, più chiaro della legge Severino. La Juve rimane una società in nome collettivo, di gran successo: e allora anche un fenomeno come Tevez può renderla migliore, ma non diventarne unico proprietario. «Carlos sta facendo molto bene – ricorda Conte, a precisa domanda – ma questa è una Juventus che viene da due scudetti vinti, uno da imbattuti, un altro da protagonisti, in cui Tevez non c’era. Quindi, non togliamo meriti a giocatori che c’erano già l’anno scorso, perché sono stati determinanti, hanno influito sulle vittorie». Poi, certo, l’argentino ha qualità aliene ai comuni mortali e Conte se le tiene ben strette: «È inevitabile che il suo arrivo ci ha portato un qualcosa in più a livello di spessore, di campione, e a livello caratteriale. Sono molto contento». Ma nessuno è più uguale di un altro. Per dimostrarlo, non a chiacchiere ma con i fatti, il tecnico s’appresta al turnover parte seconda: «Le rotazioni continueranno in maniera decisa – avverte – perché siamo a metà delle sette partite che ci toccano in questo periodo: a Verona c’è la quarta e dopo ci saranno il derby con il Toro, il Galatasaray e il Milan. Inevitabile che dobbiamo continuare a fare dei cambi». Modifiche ragionate e non temerarie, ovvero mai più di tre-quattro pezzi nuovi per volta: nelle prove di ieri Ogbonna in mezzo al posto di Bonucci, Marchisio per Vidal, Peluso invece di Asamoah e primarie tra Quagliarella e Giovinco per dare ossigeno a Tevez. Formazione quanto mai probabilistica, perché il collaudo finale ci sarà stamattina.