Cesare Prandelli: “Educhiamo i tifosi ed investiamo sul settore giovanile”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 Novembre 2013 - 10:23 OLTRE 6 MESI FA
Cesare Prandelli Educhiamo i tifosi ed investiamo sul settore giovanile (LaPresse)

Cesare Prandelli Educhiamo i tifosi ed investiamo sul settore giovanile (LaPresse)

ROMA – Cesare Prandelli, ct della Nazionale Italiana di calcio, è stato intervista dalla Gazzetta dello Sport. Riportiamo  l’intervista realizzata da Marco Iaria.

«L’Italia ha grandissime potenzialità, ma dobbiamo darci delle regole, degli obiettivi, dobbiamo rimetterci in carreggiata. Non aspettiamo più, seminiamo. Senza gelosie, senza pensare al proprio orticello. Seminiamo e riflettiamo sul fatto che il raccolto sarà per tutti».
Anche lei è stato vittima di visioni particolaristiche. Due anni fa, con Albertini, propose di far giocare una rappresentativa Under 21 in Serie B. Apriti cielo…
«Nei primi mesi dal mio insediamento avevo studiato con i miei collaboratori e i dirigenti federali cosa si poteva fare per rilanciare il movimento. Visto che i ragazzi arrivano in Primavera e poi fanno fatica, si era pensato di valorizzarli per un paio di anni e poi rimandarli ai club. Mi bocciarono la proposta e io, che faccio l’allenatore e non sono un politico, ho lasciato perdere. Ma non mi pare che nel frattempo ci siano state altre idee brillanti».
Resta sempre valida, secondo lei, la necessità di dare una «mission» alle categorie inferiori? È vero che la Lega Pro ha avviato la riduzione a 60 squadre, ma probabilmente non basta.
«Finalmente siamo riusciti a restringere il perimetro delle squadre professionistiche, ora si ricominci dal basso rilanciando i settori giovanili. Prima o poi si arriverà a una qualche forma di valorizzazione tecnica, come l’Under 21 in B».
L’agenda delle cose da fare è piena ma finora abbiamo registrato solo dichiarazioni di intenti da questa o quella componente. Finché i nostri club avevano i soldi non c’erano problemi. Adesso però…
«Di solito gli italiani le idee le hanno sempre avute. Negli ultimi anni sono mancate. Se non hai il denaro per comprarti i campioni, allora te li devi creare in casa. Ecco perché batto il tasto dei settori giovanili. È lì che bisogna investire. I risultati delle nostre nazionali lo dimostrano: finale agli Europei Under 21 e Under 17. Come? Abbiamo pensato che solo attraverso l’esperienza diretta i nostri giovani potessero crescere, così abbiamo organizzato stage, amichevoli con realtà di spessore, cercando di capire come si sta evolvendo il calcio europeo. Purtroppo noi italiani vogliamo illuderci di essere ancora i migliori, ma non lo siamo. Possiamo competere con i migliori, a patto che ci siano organizzazione, fantasia, rigidità negli obiettivi da raggiungere, programmazione».
Le società, però, continuano a preferire i calciatori stranieri: in Serie A, dopo lo storico sorpasso nella stagione 2011-12, la loro incidenza in termini di presenze, ma anche di gol, si è andata accentuando. È un problema per lei che deve pescare da un serbatoio meno ricco?
«Il problema non è mio ma del calcio italiano, della sua immagine nel mondo. Quando ci presenteremo in Brasile e risuonerà l’inno di Mameli, non bisognerà lamentarsi della scarsa esperienza internazionale degli azzurri. Basta andare a vedere le performance delle nostre squadre in Champions negli ultimi anni. Tutti i c.t. vorrebbero allenare una nazionale in cui raccogliere i giocatori che fanno esperienza con i rispettivi club e la trasmettono al gruppo. Nel mio caso è avvenuto il contrario. Ho dovuto convocare ben più di 60 giocatori perché ne vedo pochi misurarsi in Europa. È stata l’Italia ad arricchire il bagaglio dei giocatori. Eppure non ha lo spazio che merita».
In che senso?
«Il Brasile ha preparato e vinto la Confederations Cup dando la priorità alla Seleçao , i club venivano dopo. Da noi, l’anno scorso, è stata programmata la Supercoppa a Pechino quattro giorni prima di un’amichevole fissata in una data Fifa. Basterebbe poco per dare spazio e importanza alla Nazionale, per il bene di tutti».
Cosa ruberebbe agli altri Paesi?
«Gli stadi sono giustamente un mantra. L’ultima partita contro la Nigeria l’abbiamo giocata a Craven Cottage, uno stadiolo con 15 mila persone. Ma tutte vicine e comode, pareva che fossero 80 mila. Il contesto aiuta a giocare meglio. All’estero, comunque, si arriva alla partita con uno spirito completamente differente dal nostro. E quando si finisce, se hai dato tutto una pacca sulle spalle e via. Da noi è sempre la partita della vita, si chiamano a raccolta i tifosi, un po’ troppo per quello che in definitiva è un gioco».
Dopo i fatti di Salernitana-Nocerina ha lanciato un avvertimento: attenti che prima o poi Uefa e Fifa ci fermeranno. 
«Inutile girarci attorno: il problema della violenza non siamo riusciti a risolverlo in Italia. Abbiamo sempre bisogno di qualcuno che ci tiri le orecchie. La gente arriva allo stadio talmente carica di violenza, che non è solo fisica ma anche verbale. Ma lo si riscontra anche al semaforo per la strade di una città. Si può fare il tifo senza offendere. E bisogna coinvolgere i tifosi nelle riforme».
Ha visto cosa stava per succedere a Gioiosa Ionica? La scuola di calcio ed etica rischiava di finire all’asta e nelle mani della ‘ndrangheta, poi ci si è mobilitati tutti e la Regione Calabria ha fatto un passo indietro.
«Questo a dimostrazione che basta poco per cambiare le cose. La nostra è la Nazionale di tutti. Siamo stati a Rizziconi, siamo sensibili a qualsiasi iniziativa, soprattutto quando capisci che stanno togliendo un sogno a un bambino».
Quanto sarebbe utile e giusto cambiare la legge e consentire ai tanti ragazzi di seconda generazione di sentirsi davvero italiani attraverso lo sport?
«È una battaglia importante che altri Paesi hanno già vinto. Sono nostri fratelli, sono ragazzi che nati o cresciuti qui. Quanto prima attueremo l’integrazione, tanto prima avremo risolto molti problemi della nostra società».