Hugo Chávez, falso mito. Luca Mastrantonio, Corriere della Sera

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 marzo 2014 11:35 | Ultimo aggiornamento: 5 marzo 2014 11:35
Hugo Chávez, falso mito. Luca Mastrantonio, Corriere della Sera

Hugo Chávez, falso mito. Luca Mastrantonio, Corriere della Sera

ROMA – “Hugo Chávez – scrive Luca Mastrantonio sul Corriere della Sera – è scomparso solo un anno fa, dopo 14 anni da protagonista della scena mondiale, ma il suo spettro non si aggira per l’Europa”.

Né per l’America, a eccezione del carnevale militare messo su in Venezuela da Nicolás Maduro, il successore. Anzi: nel mondo — esclusi vecchi alleati come la Russia di Putin e la Cuba dei Castro — cresce un sentimento antichavista. Persino a Hollywood, dove il caudillo era molto amato, da Oliver Stone e Sean Penn, è cambiato il vento: domenica scorsa Jared Leto ha dedicato l’Oscar (miglior attore non protagonista in Dallas Buyers Club ) ai venezuelani e agli ucraini scesi in piazza: «Continuate a lottare per i vostri sogni».
Un gesto effimero, magari ingenuo, che ha raccolto però la richiesta degli antichavisti di accendere un riflettore sulle violenze delle forze dell’ordine in Venezuela; il governo di Maduro, convinto che sia in atto un complotto mediatico, non ha trasmesso la premiazione degli Oscar in Venezuela, mentre l’emittente pubblica russa Channel One nella versione registrata ha tagliato la frase. Censura che gemella, ancora una volta mediaticamente, le rivolte di Ucraina e Venezuela, contro governi giudicati incapaci e corrotti, e contro ingerenze esterne: la Russia in Ucraina, Cuba in Venezuela.
In Italia, dove c’è una cospicua presenza venezuelana (effetto collaterale dell’importante comunità italiana in Venezuela), le orecchie fischiano ai tanti che ignorano o minimizzano la bufera nelle piazze di inizio 2014: gli intellettuali invaghiti di Chávez, come Gianni Vattimo, Gianni Minà e Toni Negri, e i politici che a sinistra hanno lenito le nostalgie marxiste con il chavismo, da Fausto Bertinotti a Nichi Vendola; a certa destra, invece, piaceva il revival peronista, mentre persino alcuni politici a 5 Stelle hanno fatto in tempo a elogiare il chavismo, in sintonia con certi fanatici dei beni-comuni.
Qualche segnale di attenzione, sollecitato dalle campagne virali sui social network, è arrivato: il calciatore Paolo Maldini (che ha sposato una venezuelana) e il cantante Eros Ramazzotti hanno postato su Facebook una foto con una bandiera venezuelana antichavista (ha sette stelle, Chávez ne fece aggiungere una). All’hashtag #SosVenezuela ha aderito anche Lorenzo Jovanotti, che il prossimo aprile dovrebbe suonare, per la prima volta, a Caracas (non è entrato nel merito, a differenza di Madonna, che ha parlato di repressione «fascista»).
Oggi, intanto, sono iniziate le commemorazioni ufficiali di Chávez, che dureranno dieci giorni; Maduro ha allungato le ferie di Carnevale a sei giorni, un record. L’obiettivo — denunciano gli oppositori — è rinverdire il mito del «comandante eterno» (come Chávez fece con Simón Bolívar) e confondere le acque della protesta, opacizzarne il racconto dentro e fuori il Paese. Ma nonostante le ondate di repressione e l’arresto del leader Leopoldo López (che si è consegnato volontariamente), i manifestanti non hanno dato segni di cedimento.
Tutto è nato il 12 febbraio 2014, per iniziativa di alcuni gruppi studenteschi; poi la protesta è diventata trasversale, coinvolgendo anche ceti neoproletari, oltre a quello medio, impoverito. Tutte fasce contrarie alla cubanizzazione del Venezuela, avvenuta tra nazionalizzazioni forzate e un controllo dei prezzi e della valuta sempre più simile a un embargo verso i cittadini (oltre alla presenza fisica di personale cubano nel Paese). Con l’inflazione alle stelle, la riduzione del Pil e la svalutazione del bolívar (la moneta locale), la mancanza dei beni di prima necessità è cronica; come la criminalità, diffusa e impunita. Una situazione insostenibile per un Paese che possiede uno dei maggiori giacimenti di petrolio del pianeta; risorsa sottratta ai privati e consegnata allo Stato, per arricchire la «boliborghesia» (la borghesia bolivariana) e tenere buono il popolo. Niente sviluppo.
Serviva, allora, «seminare il petrolio», come scriveva nel 1936 lo scrittore Arturo Uslar Pietri. Il chavismo invece dopo quindici anni raccoglie odio, divisioni e violenze. Lo chiamavano il Socialismo