Chi è Raj Kumar Singh, il Di Pietro indiano che incastra i marò per far carriera

di Redazione Blitz
Pubblicato il 28 febbraio 2014 11:16 | Ultimo aggiornamento: 28 febbraio 2014 11:16
Chi è Raj Kumar Singh, il Di Pietro indiano che incastra i marò per far carriera

Chi è Raj Kumar Singh, il Di Pietro indiano che incastra i marò per far carriera

ROMA – Si chiama Raj Kumar Singh, Libero lo definisce il “Di Pietro indiano” e lo accusa: “Vuole incastrare i marò solo per fare carriera”.

L’articolo di Pierangelo Maurizio:

 Questo uomo è il principale artefice della trappola in cui da due anni sono prigionie i i due marò e la credibilità dell’Italia. Si chiama Raj Kumar Singh, 61 anni, già sottosegretario al ministero dell’Interno indiano nella fase cruciale della vicenda. La sua irresistibile ascesa ricorda per qualche verso, detto con tutto rispetto, Antonio Di Pietro in versione indù. Grande fustigatore della corruzione nel suo Paese e ovunque, è balzato all’onore delle cronache il 30 ottobre ’90 quando da magistrato del distretto di Samastipur arrestò il patriarca del Bharatiya Janata Party (Bjp), L.K. Adavany. Alla fine degli Anni ’90 è entrato nel dipartimento dell’Interno. Smessa la casacca di sottosegretario a giugno scorso, andato in pensione e fatto il salto della quaglia da sinistra a destra – ché tutto il mondo è Paese -il 13 dicembre 2013 è entrato ufficialmente nel Bharatiya Janata Party, il partito conservatore all’opposizione, che più inneggia alla forca per i due fucilieri. Nel Bjp è uno dei massimi esponenti: si parla di una sua candidatura alle prossime elezioni e, visto il tipo, si può immaginare che aspiri al posto del vecchio patriarca da lui ammanettato. Ad accusarlo di essere il regista di quello che i giornali indiani chiamano «the italian marines fiasco» –ma che più agevolmente tradurremmo con «trappola» – non sono io. Ma lo ha fatto ripetutamente il ministro degli Esteri Salman Khurshid. Il quale ha dichiarato che è stato Singh, dal potentissimo scranno di sottosegretario del ministero dell’Interno, a brigare nel gennaio 2013 «perché la Corte suprema indiana affidasse le indagini alla Nia», la potente agenzia a metà tra organo investigativo e servizio segreto nata dopo gli attentati di Mumbai e che agisce solo nell’ambito di leggi speciali. Ed è stato sempre lui a farsì che la Niafosse autorizzata ad applicare a Girone e Latorre il famigerato «Sua act», considerandoli dei terroristi. Il responsabile degli Affari esteri lo accusa della figuraccia mondiale che sta rimediando l’Unione indiana e dello stallo della sua massima autorità giudiziaria. «Così la Corte suprema è costretta», ha aggiunto Khur- shid, «a pronunciarsi su una vicenda su cui aveva già deliberato un anno fa…». L’ex sottosegretario R. K. Singh si è confusamente difeso trincerandosi dietro la Legge («è la legge che stabilisce a chi vanno affidate le indagini»). È riuscito a dichiarare, in questi giorni, quanto segue: «Gli italiani sono marines nel territorio del loro Paese o in acque internazionali. Ma sono assassini- pirati nelle acque territoriali indiane». A parte il fatto che l’uccisione dei due pescatori attribuito ai due marò è avvenuto in acque internazionali e che dopo due anni non solo non è cominciato un processo ma gli indiani devono ancora esibire una prova che siano stati loro ad uccidere, è interessante il prosieguo dell’ex magistrato approdato alla politica: «Hanno ammazzato dei poveri pescatori innocenti. La legge non può essere diversa per persone diverse. Questa è la ragione per cui prima la Polizia del Kerala e poi la Nia hanno preso la decisione di ritenerli assassini in base a una legge che riguarda terroristi/pirati, prevedendo la pena di morte per chi ha ucciso». Raffinatezza di ragionamento da alto giurista, (compresa la totale ignoranza delle convenzioni internazionali firmate dall’India e delle leggi italiane), che ricorda qualcun altro. Singh è stato sottosegretario all’Interno dal 30 giugno 2011 al 30 giugno 2013, gestendo in pieno dunque la vicenda della petroliera Erica Lexie cominciata il 15 febbraio di due anni fa, prima di aderire pubblicamente a dicembre agli estremisti indù. Bharatiya Janata Party infatti significa Partito del popolo indiano, è iper-nazionalista, difende l’identità induista (una specie, detto sempre con il massimo rispetto, di Lega moltiplicata all’ennesima potenza e su scala indiana) ed è la principale forza di opposizione al governo guidato dall’Unione di centrosinistra, in cui è maggioritario il Partito del Congresso dell’«italiana» Sonia Gandhi. Significativo un altro passaggio del ministro degli Esteri: «Non possiamo cambiare l’applicazione della legge secondo il cambiamento della nostra fedeltà e il cambiamento della nostra affiliazione ai partiti politici».

Insomma Singh – e gli altri settori indiani per cui ha agito – ha incastrato i marò e umiliato una delle potenze occidentali, l’Italia, per biechi interessi di parte e personali. Il ministero dell’Interno indiano, come tutti i ministeri dell’Interno, ha la competenza sui servizi segreti civili e sulle diverse polizie. Se, stando a quanto dichiara il ministro, l’ex sottosegretario è nemico non solo dei due fucilieri ma è anche una minaccia per la sicurezza dello Stato italiano, l’Aise, il nostro servizio segreto estero, avrà certamente fornito a Palazzo Chigi un ritratto minuzioso. Di questo superburocrate avrà delineato l’enorme potere che gli deriva dalla notevole capacità, dimostrata, di muoversi negli apparati e di condizionarli, quali deleghe aveva, le frequentazionie i rapporti che eventualmente intratteneva e intrattiene con le varie intelligence possibilmente –come avviene ovunque – in lotta fra loro, avrà ricostruito il ruolo dei servizi indiani in questa sporca storia. O no?

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