Cognome della madre è un diritto, Corriere della Sera: “La coppia che ha aperto il caso”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 8 gennaio 2014 12:37 | Ultimo aggiornamento: 8 gennaio 2014 12:37
Cognome della madre è un diritto, Corriere della Sera: "La coppia che ha aperto il caso"

Cognome della madre è un diritto, Corriere della Sera: “La coppia che ha aperto il caso”

ROMA – Il cognome della madre è un diritto, l ‘Italia è stata condannata dalla Corte europea di Strasburgo: i genitori devono avere il diritto di dare ai figli il solo cognome materno. Ecco la coppia che ha aperto il caso, l’articolo di Andrea Galli del Corriere della Sera:

La novità se non proprio la svolta è di ieri. Ma in casa Fazzo, anzi no, in casa Cusan, con l’accento sulla «a», le cose erano chiare da un pezzo ed erano state chiarissime fin da subito. Per cominciare, sulla rubrica telefonica di Milano, a identificare l’abitazione della famiglia, in una via centralissima, negli angoli storici della città, c’è scritto «Alessandra Cusan». Dopodiché la signora, ex ricercatrice di 50 anni, insieme al marito Luigi Fazzo, avvocato di 56 anni, è dal 1999, l’anno di nascita della prima figlia, che chiede la possibilità di registrare la bimba col proprio cognome. L’anagrafe di Milano aveva detto no. Un no tassativo. Erano cominciati i ricorsi
e i giudizi: primo grado, secondo grado, Cassazione. Attese e burocrazia, rimpalli e rinvii. In ogni modo: la possibilità, da noi, non era contemplata. La coppia aveva allora presentato ricorso alla Corte europea per i diritti umani. E da Strasburgo ecco arrivare la condanna contro l’Italia per «avere violato il diritto di non discriminazione tra i coniugi». Nota non a margine: i ricorsi relativi
alla primogenita erano stati seguiti da analoghi provvedimenti per gli altri due figli. E comunque, ancor prima di sposarsi, giura Alessandra, col futuro marito era già stato trovato l’accordo. Il cognome sarebbe stato Cusan. Per quale motivo? Perché il papà della signora è stato «un gran filantropo, un vero benefattore». E siccome «ho un unico fratello senza figli, vorrei consentire ai miei di figli di perpetuare il patrimonio morale del nonno materno». Ai Cusan non pare di voler la luna. Eppure, quanti anni sono di battaglia? Dal ‘99 a oggi, quattordici anni. Tanti. Con episodi sui quali Alessandra, che racconta d’aver smesso di lavorare per fare la mamma, sorridendo vorrebbe sorvolare. «A un certo punto, nei vari passaggi di giurisprudenza e di norme, mi sono sentita obbligata a fornire la prova che tutti i miei cugini, da quelli in Grecia
a quello che non sento più, fossero d’accordo con la mia scelta… Cioè, primo il fatto che dovessi chiedere l’autorizzazione al clan… E secondo, bastava un solo no per bloccare il tutto…». Ovviamente non è finita qua. Strasburgo ha solo invitato l’Italia a mettersi in regola e in riga. Contenta a metà, signora Cusan, oppure resta un importante passo? «Non voglio diventare personaggio e nemmeno un simbolo. Ah, non metta i nomi dei miei figli, ok? E poi non vedo a cosa vi serva fotografare la mia faccia… Lo sa cos’era? Una questione di principio contro un’odiosa discriminazione».