Rassegna Stampa

Corriere della Sera: “Kerry inciampa sugli arabi d’Israele”

L'articolo del Corriere della Sera

L’articolo del Corriere della Sera

ROMA – John Kerry, il segretario di Stato americano, ieri è tornato per la decima volta in un anno a Gerusalemme, l’obiettivo è quello di sempre:  rilanciare concretamente i negoziati tra israeliani e palestinesi.

I temi sono quelli di sempre, dominano il dibattito dal tempo degli accordi di Oslo nel 1993: la definizione dei confini tra Israele e futuro Stato palestinese (come modificare quelli del 1967?); sicurezza; sovranità su Gerusalemme; profughi (quanti palestinesi potranno tornare alle loro case e come compensare gli altri?); aggiustamenti giuridici; la formula del riconoscimento reciproco; controllo delle acque; modalità di collegamento tra Cisgiordania e Gaza. Sullo sfondo restano completamente irrisolte la questione delle colonie ebraiche in Cisgiordania assieme a quella della guerra civile interna tra l’autorità palestinese erede dell’Olp in Cisgiordania e i fondamentalisti islamici di Hamas, che dominano a Gaza e sono legati a filo doppio ai Fratelli Musulmani egiziani.

Poi ci sono le nuove richieste del governo Netanyahu:

La prima riguarda il riconoscimento di Israele quale «Stato ebraico». La seconda propone invece uno scambio territoriale. Israele mira infatti a conservare il pieno controllo sui nuovi quartieri costruiti a Gerusalemme est e sui gruppi di colonie ebraiche più importanti in Cisgiordania. In cambio è pronto a cedere larghi settori del cosiddetto «triangolo», la regione più densamente popolata da arabi attorno alla cittadina di Um el-Fahm, situata all’interno dei confini precedenti le conquiste della guerra del 1967.

“L’ebraicità del nostro Stato è una richiesta legittima” dice Ari Shavit, scrittore e commentatore per il quotidiano Ha’aretz, intervistato da Lorenzo Cremonesi.

Lei è noto per le sue posizioni liberali. Cosa pensa delle critiche espresse anche in Occidente sulla questione dello «Stato ebraico»? 
«So di essere non convenzionale. Ma io sono un fermo sostenitore di questa richiesta avanzata dal nostro governo. Anzi, penso sia stato un errore non averla presentata ad Yasser Arafat già ai tempi dei negoziati di Oslo nel 1993».
Ma non diminuisce la legittimità dei cittadini non ebrei di Israele? 
«Ovvio che io creda in un Israele democratico, pluralista, con diritti eguali per tutti i suoi cittadini, ebrei e non ebrei, cristiani, musulmani o altro. La questione non si pone neppure. Però si deve capire che per generazioni noi e i palestinesi abbiamo metodicamente negato la legittimità delle aspirazioni e dell’identità reciproche. Infine nel Duemila a Camp David l’allora premier laburista Ehud Barak ha riconosciuto lo Stato palestinese. Più tardi lo ha fatto anche la destra israeliana nella voce di Benjamin Netanyahu in occasione del celebre discorso di Bar Ilan. Tempo che i palestinesi faccino lo stesso nei nostri confronti. Tra l’altro questo passo li aiuterà a compierne un altro per loro molto più complicato. È ovvio infatti che negli accordi finali i palestinesi dovranno definitivamente accettare di cancellare il diritto al ritorno alle case natali per i figli dei profughi del 1948. Il riconoscimento dello Stato ebraico faciliterà dunque per loro il compromesso ideologico della fine del diritto del ritorno».
Come ottenerlo? 
«La nascita di due Stati sulla base dei confini del 1967 sarà un enorme incentivo. John Kerry mi sembra molto determinato a lavorare in questo senso. Ma soprattutto mi aspetto un grande aiuto dall’Europa. Sono contento di parlare con un giornale europeo per ricordare che il vostro continente sta all’origine della tragedia ebraica dell’ultimo secolo. Antisemitismo, persecuzione, razzismo e Olocausto sono figli dell’Europa. L’Europa ha un dovere morale nei confronti degli ebrei e dall’Europa, mi attendo un grande aiuto per la pace tra arabi e israeliani».
E come vede il principio dello scambio di popolazione e territori tra Israele e Palestina? 
«Non mi piace affatto, è profondamente illiberale. Uno Stato democratico non decide sulla nazionalità dei propri cittadini. Non abbiamo il diritto di tagliare via arbitrariamente decine di migliaia di palestinesi con le loro terre. Un altro conto è che loro decidano liberamente di andarsene. Ma non è questo il caso oggi».
Il Medio Oriente tutto attorno è in fibrillazione. Le «primavere arabe» hanno scatenato violenza e fanatismo. Non è spaventato dalla prospettiva di un ritiro israeliano? 
«Certo che lo sono. E il mondo ha il dovere di ascoltare i timori delle destre israeliane contrarie a compromessi territoriali. I motivi non sono solo ideologici. Potremmo trovarci i terroristi alle porte di Tel Aviv. Da qui la necessità di procedere con i piedi di piombo. Occorre prendere e dare tempo, si rischia altrimenti di rimanere ingolfati nel caos».

 

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