Rassegna Stampa

Crac Sorgenia sulle spalle degli italiani, Marcello Zacché sul Giornale

Crac Sorgenia sulle spalle degli italiani, Marcello Zacché sul Giornale

Crac Sorgenia sulle spalle degli italiani, Marcello Zacché sul Giornale

ROMA –  Il salvataggio di Sorgenia, il gruppo di energia controllato dalla Cir della famiglia De Benedetti, presieduto da Rodolfo De Benedettigravato da 1,86 miliardi di debiti, continua a provocare vivaci e ostili reazioni. Sul Giornale di Berlusconi, Marcello Zacché, tra i primi giornalisti ad avere rivelato il caso Sorgenia e tra i pochi ad averlo seguito con costanza, scrive:

Quello che si sta preparan­do intorno a Sorgenia, la socie­tà elettrica del gruppo De Be­nedetti, è un cappottino per salvarla dai suoi 2 miliardi di debiti, spalmando il tutto sul­le banche e sullo Stato. Quin­di, in poche, superficiali ma re­ali parole, nelle tasche degli italiani. Vuoi come contri­buenti dello Stato, vuoi come clienti delle banche.
La trattativa tra il gruppo, controllato da Cir, con gli isti­tuti di credito è alle battute fi­nali e ormai si è capito dove an­drà a parare: posto che la so­cietà ha cassa per sole altre 3 settimane; che le sue centrali termoelettriche (a gas) sono in rosso, producono un margi­ne operativo nega­tivo che ren­de impossibile versare gli one­ri finanziari; che una di queste – quella pugliese Modugno – è da ieri addirittura a rischio chiusura per questioni am­beintali; e posto che le banche ci hanno messo 2 miliardi a fronte di garanzie solo stru­mentali (le stesse centrali); tutto ciò premesso, non reste­rebbe che la soluzione normalmen­te prospetta­ta agli im­p renditori che si trova­no in queste situazioni: la chiusura, nella forma del fallimento o in quel­la edulcorata del concordato. Ma qui non andrà così: al­l’orizzonte sta per nascere l’ennesima «operazione di si­stema ». Una di quelle che ban­che e assicurazioni avevano giurato non doversi mai più fa­re, per non utilizzare quattri­ni impropriamente e non ri­schiare altri salassi quali Tele­com o Alitalia; o salvataggi so­spetti quali Tassara o Ri­sanamento.
Per Sorgenia il «sistema» si sta muoven­do in due fasi.
La prima, questa più urgente, serve per dare una spolverata al debito: ai De Benedetti si chiede di mettere quattro soldi (si parla di 100 milioni), mentre le ban­che finiranno per rinunciare ad altri 500 trasformandoli in capitale. Il che potrebbe an­che significare una rinuncia definitiva.
Così ripulita, e con le ban­che in maggioranza nominale (e magari pro tempore) la so­cietà resterà in perdita, ma po­trebbe tornare in equilibrio e salvarsi ottenendo dallo Stato il capacity payment , cioè quel­la sovvenzione alle centrali termoelettriche per garantire il loro funzionamento come «riserva» del sistema in caso di picchi di domanda. Al capa­city payment sono interessati anche gli altri big dell’energia in difficoltà con il termo, tan­to che il Giornale ha già svela­to l’esistenza di un piano per mettere insieme una mega bad- company dell’energia. Le lobby, a cui partecipa an­che il big Enel, comunque inte­ressato alla sovvenzione, si stanno organizzando per l’as­salto al nuovo governo. E il sal­vataggio Sorgenia può diven­tare la leva su cui riuscire a sal­vare l’intero sistema termo elettrico nazionale. Intento nobile e per questo, natural­mente, da realizzarsi a spese dei contribuenti.
Dopodiché resterà per l’en­nesima volta il dubbio che il si­stema Italia brilli soprattutto in casi come questo, quando un grande e blasonato grup­po, di fronte a un’avventura imprenditoriale, si prefigga di incamerarne i profitti senza pagarne invece le eventuali perdite, spalmate sul sistema. E non lo diciamo solo noi, ma ieri si è spinto fino a questo punto perfino il Sole 24 Ore , quotidiano confindustriale non certo nemico del suo fre­quente editorialista Carlo De Benedetti. Così si leggeva (an­che se solo a pagina 29 ), di «banchieri miopi», che «nono­stante il credit crunch (per gli altri) aumentavano l’esposi­zione del 50%». E di una fami­glia che « sembra non voler ac­ce­ttare di fare in toto la sua par­te ». Come a dire: quando è troppo, è troppo.
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