Crac Sorgenia sulle spalle degli italiani, Marcello Zacché sul Giornale

di Redazione Blitz
Pubblicato il 28 febbraio 2014 12:00 | Ultimo aggiornamento: 28 febbraio 2014 9:56
Crac Sorgenia sulle spalle degli italiani, Marcello Zacché sul Giornale

Crac Sorgenia sulle spalle degli italiani, Marcello Zacché sul Giornale

ROMA –  Il salvataggio di Sorgenia, il gruppo di energia controllato dalla Cir della famiglia De Benedetti, presieduto da Rodolfo De Benedettigravato da 1,86 miliardi di debiti, continua a provocare vivaci e ostili reazioni. Sul Giornale di Berlusconi, Marcello Zacché, tra i primi giornalisti ad avere rivelato il caso Sorgenia e tra i pochi ad averlo seguito con costanza, scrive:

Quello che si sta preparan­do intorno a Sorgenia, la socie­tà elettrica del gruppo De Be­nedetti, è un cappottino per salvarla dai suoi 2 miliardi di debiti, spalmando il tutto sul­le banche e sullo Stato. Quin­di, in poche, superficiali ma re­ali parole, nelle tasche degli italiani. Vuoi come contri­buenti dello Stato, vuoi come clienti delle banche.
La trattativa tra il gruppo, controllato da Cir, con gli isti­tuti di credito è alle battute fi­nali e ormai si è capito dove an­drà a parare: posto che la so­cietà ha cassa per sole altre 3 settimane; che le sue centrali termoelettriche (a gas) sono in rosso, producono un margi­ne operativo nega­tivo che ren­de impossibile versare gli one­ri finanziari; che una di queste – quella pugliese Modugno – è da ieri addirittura a rischio chiusura per questioni am­beintali; e posto che le banche ci hanno messo 2 miliardi a fronte di garanzie solo stru­mentali (le stesse centrali); tutto ciò premesso, non reste­rebbe che la soluzione normalmen­te prospetta­ta agli im­p renditori che si trova­no in queste situazioni: la chiusura, nella forma del fallimento o in quel­la edulcorata del concordato. Ma qui non andrà così: al­l’orizzonte sta per nascere l’ennesima «operazione di si­stema ». Una di quelle che ban­che e assicurazioni avevano giurato non doversi mai più fa­re, per non utilizzare quattri­ni impropriamente e non ri­schiare altri salassi quali Tele­com o Alitalia; o salvataggi so­spetti quali Tassara o Ri­sanamento.
Per Sorgenia il «sistema» si sta muoven­do in due fasi.
La prima, questa più urgente, serve per dare una spolverata al debito: ai De Benedetti si chiede di mettere quattro soldi (si parla di 100 milioni), mentre le ban­che finiranno per rinunciare ad altri 500 trasformandoli in capitale. Il che potrebbe an­che significare una rinuncia definitiva.
Così ripulita, e con le ban­che in maggioranza nominale (e magari pro tempore) la so­cietà resterà in perdita, ma po­trebbe tornare in equilibrio e salvarsi ottenendo dallo Stato il capacity payment , cioè quel­la sovvenzione alle centrali termoelettriche per garantire il loro funzionamento come «riserva» del sistema in caso di picchi di domanda. Al capa­city payment sono interessati anche gli altri big dell’energia in difficoltà con il termo, tan­to che il Giornale ha già svela­to l’esistenza di un piano per mettere insieme una mega bad- company dell’energia. Le lobby, a cui partecipa an­che il big Enel, comunque inte­ressato alla sovvenzione, si stanno organizzando per l’as­salto al nuovo governo. E il sal­vataggio Sorgenia può diven­tare la leva su cui riuscire a sal­vare l’intero sistema termo elettrico nazionale. Intento nobile e per questo, natural­mente, da realizzarsi a spese dei contribuenti.
Dopodiché resterà per l’en­nesima volta il dubbio che il si­stema Italia brilli soprattutto in casi come questo, quando un grande e blasonato grup­po, di fronte a un’avventura imprenditoriale, si prefigga di incamerarne i profitti senza pagarne invece le eventuali perdite, spalmate sul sistema. E non lo diciamo solo noi, ma ieri si è spinto fino a questo punto perfino il Sole 24 Ore , quotidiano confindustriale non certo nemico del suo fre­quente editorialista Carlo De Benedetti. Così si leggeva (an­che se solo a pagina 29 ), di «banchieri miopi», che «nono­stante il credit crunch (per gli altri) aumentavano l’esposi­zione del 50%». E di una fami­glia che « sembra non voler ac­ce­ttare di fare in toto la sua par­te ». Come a dire: quando è troppo, è troppo.