Crimea, sfida Russia-Ucraina, Renzi, Alfano: prime pagine e rassegna stampa

di Redazione Blitz
Pubblicato il 3 marzo 2014 8:19 | Ultimo aggiornamento: 3 marzo 2014 8:19

Il Corriere della Sera: “Kiev ha paura, Occidente diviso”. Il consenso a caro prezzo. Editoriale di Ernesto Galli Della Loggia:

Qual è la causa profonda della crisi italiana, che ormai sappiamo bene essere una crisi niente affatto congiunturale? Un filo per imbastire una risposta adeguata lo si trova leggendo i saggi di un volume curato da Gianni Toniolo — L’Italia e l’economia mondiale dall’unità a oggi — e pubblicato nella bella collana storica della Banca d’Italia. Come spesso capita, la prospettiva dei tempi lunghi, soprattutto centrale nel saggio introduttivo del curatore, serve a far vedere meglio le cose.
All’incirca verso il 1990 lo sviluppo del nostro Paese aveva più o meno raggiunto quello dell’Europa occidentale. Un’impresa ragguardevolissima, se si considera che solo un secolo prima rispetto a quella parte del continente non eravamo ancora usciti dalla decadenza secolare che ci aveva colpito dalla fine del Cinquecento. Ma dai primissimi del Novecento sopraggiunge una crescita sostenuta e pressoché costante, divenuta impetuosa a cominciare dalla Grande Guerra alla fine degli anni Venti e quindi nel trentennio 1950-1980, durante il quale diminuirono anche — e non di pochissimo — la distanza tra Nord e Sud e la diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza tra i gruppi sociali.
Da allora, invece, se non proprio un precipizio, quasi. Basti dire che il rapporto tra il Prodotto interno lordo pro capite italiano e quello degli Usa è tornato nel 2010 ai livelli del 1973. In questo secolo, insomma, la nostra crescita è semplicemente inesistente, e da un certo punto in poi inizia addirittura una decrescita. Un deterioramento complessivo di cui può essere considerato un preannuncio simbolicamente esemplare ciò che a cominciare dagli anni Ottanta avviene del rapporto debito/Pil: da circa il 60 per cento nel 1979 si passa in un solo decennio al 90, per arrivare nel 1992 al 105 per cento.

Crescono le tensioni su Gentile ma Ncd dice no alle dimissioni. Lui: è la macchina del fango. Articolo di Virginia Piccolillo:
«Sono trasparente», grida il neosottosegretario alle Infrastrutture, Antonio Gentile. E dichiarandosi vittima di una «macchina del fango» locale che «ha contaminato anche la grande stampa», si aggrappa alla poltrona appena ottenuta dal premier Matteo Renzi, a dispetto delle accuse di aver fatto pressioni sull’editore dell’Ora della Calabria , per bloccare una notizia. Quella del coinvolgimento di suo figlio Andrea Gentile, manager Asl, in una inchiesta su consulenze d’oro (notizia pubblicata ugualmente malgrado la telefonata dell’intermediario, che paventava una reazione da «cinghiale ferito che ammazza» del senatore, ma mai giunta in edicola per un incidente alle rotative).
Ma da ieri quella poltrona traballa. E a scuoterla, ampliando l’imbarazzo del presidente del Consiglio rottamatore, non è solo la Lega che con Matteo Salvini attacca: «Se questo è il nuovo che avanza, allora è un disastro. La Lega Nord è pronta a sfiduciare tutti gli indagati che Renzi ha messo al governo». O il Movimento 5 Stelle che, con Nicola Morra, ha già presentato in Senato una interpellanza contro Gentile e ora valuta una mozione di sfiducia.
Il malcontento, infatti, cresce anche nella minoranza del Pd. E ieri è stata la presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi, a dargli voce: «Non è accettabile venir meno ad un principio di etica pubblica. Qualunque dubbio e ombra deve essere fugata quando un Parlamento si presenta all’insegna del cambiamento», ha detto a Maria Latella su SkyTg24 . «Chi non può essere presentato alle elezioni non si capisce perché debba stare nel retrobottega di un governo. Si deve applicare il principio delle regole che valgono per tutti», ha dichiarato. E sulla nomina ha chiesto «da subito un impegno da parte del presidente del Consiglio nel revocarla e direi anche dal ministro dell’Interno». Una richiesta di revoca formalizzata anche da più di 150 presidenti di circoli calabresi del Pd in una lettera a Renzi: «Crediamo davvero che sia la volta buona. Speriamo che il tuo governo possa rappresentare quella svolta che l’Italia e il Mezzogiorno attendono da tempo. Per questo non possiamo accettare la nomina di chi si è macchiato del peccato più grave in democrazia: cercare di imbavagliare la stampa». Mentre il leader della minoranza democrat Pippo Civati aggiunge: «Sul caso Gentile c’è conflitto più che di interesse di buonsenso. Ma sia su lui che su Guidi vorrei che si discutesse non a valle ma a monte».
La prima pagina di Repubblica: “L’urlo di Kiev: è già guerra”.
La prima pagina della Stampa: “Isolare Putin, Occidente diviso”.

Il Giornale: “Alfano cinghiale ferito”. Editoriale di Alessandro Sallusti:

Minacce ai direttori di giornali, minac­ce a Renzi. Più che un nuovo centro­destra quello di Alfano sembra il nuo­vo centro minacce. Nonostante l’età, ieri Cicchitto ha mostrato i muscoli dai mi­crofoni del Tg3: «Il premier deve stare ben attento a quello che fa,altrimenti…».In ballo c’è il destino del neo sottosegretario Antonio Gentile, coordi­natore calabro e senatore di Ncd. Politici,giornali­sti e persino il presidente dell’Antimafia Rosy Bin­di chiedono giustamente in queste ore a Renzi di cacciarlo per indegnità. Il caso è quello sollevato nei giorni scorsi da noi de Il Giornale : un quotidia­no, L’OradellaCalabria , bloccato in tipografia d­a­gli amici di Gentile per impedire la pubblicazione di una notizia non gradita al senatore (le indagini su suo figlio per associazione a delinquere). Il tut­to a suon di minacce: «Occhio che il cinghiale feri­to poi ammazza tutti », si sente nella registrazione di una delle telefonate per convincere il direttore a sfilare la notizia.
Il cinghiale ferito pronto a fare strage della libe­ra informazione era il senatore Gentile, oggi è Alfa­no che, via Cicchitto, avverte Renzi: se tocchi il mio sottosegretario ammazzo il governo. Gli ami­ci degli amici fanno quadrato, da quelle parti si usa così. In confronto il povero Scajola è stato un gigante: per due volte si è dimesso da ministro per frasi infelici (la prima su Marco Biagi, la seconda sulla casa a sua insaputa). Gentile invece fa il du­ro: non sono inquisito, macchina del fango e fre­gnacce varie. Qui non c’entra il garantismo.Non è questione di reati. È il fango in cui nuota Gentile a casa sua che è incompatibile con una carica di go­verno. Bloccare l’uscita di un giornale, fosse pure – e non risulta- «a sua insaputa», non è cosa.