“Cucchi, 2 sentenze non sono bastate a spiegare come e perché morì”, Bonini su Repubblica

di Redazione Blitz
Pubblicato il 1 Novembre 2014 11:03 | Ultimo aggiornamento: 1 Novembre 2014 11:03
"Due sentenze non sono bastate a spiegare come e perché morì Cucchi", Bonini su Repubblica

Il processo Cucchi (Ansa)

ROMA – “Due sentenze non sono bastate a spiegare come e perché morì Stefano Cucchi. Fino a negare perfino le responsabilità dei medici per le quali le assicurazioni hanno già risarcito la famiglia” scrive Carlo Bonini su Repubblica. “Ferite inspiegabili e testimoni ignorati i misteri insoluti del calvario di Stefano”.

Il “ragionevole dubbio” che manda assolti i dodici imputati per la morte di Stefano Cucchi consegna a una famiglia e a un Paese intero un’incrollabile e spaventosa certezza. Nella sua notte di Halloween, per autoassolversi dalle proprie responsabilità, lo Stato si dimostra capace di riconoscere a se stesso ciò che ha ferocemente negato a una sua giovane vittima. La rigorosa applicazione delle garanzie processuali, l’habeas corpus, l’intangibilità fisica e psicologica di chi è accusato di un reato, la presunzione della sua innocenza sono principi che hanno trovato applicazione nei confronti di agenti penitenziari, medici e infermieri del “reparto protetto” dell’ospedale Sandro Pertini. Ma che non sono valse mai, neppure un istante, per un ragazzo la cui unica colpa è stata quella di consegnare docilmente i propri polsi alle manette di chi lo aveva arrestato per piccolo spaccio.

È un esito che aveva avuto una sua prima epifania nel giugno del 2013, quando il processo di primo grado aveva ridotto l’indicibile calvario e disumana agonia di un giovane uomo, a faccenda di bagattellare negligenza medica. Ora, la sentenza di appello trae da quell’incipit le estreme conseguenze. Se la prova era insufficiente o contraddittoria per condannare gli agenti di polizia penitenziaria, altrettanto “logicamente” e con “altrettanto rigore nell’esame delle prove” deve dirsi per i medici del “Pertini”. L’operazione, naturalmente, ha un prezzo. Umilia il lavoro istruttorio della Procura di Roma, elìde gli argomenti inoppugnabili e gli elementi probatori proposti dalla parte civile, fino al punto di arrivare a sfidare il buon senso. Perché la “colpa medica” — che pure era sopravvissuta nel processo di primo grado e che i giudici di appello hanno ora deciso di assolvere — è stata nel frattempo riconosciuta dalle assicurazioni dei medici del Pertini alla famiglia Cucchi, liquidata con oltre 1 milione e 300 mila euro di risarcimento. Un’incongruenza che la dice lunga su quale fosse la consapevolezza degli imputati di quanto accaduto e insieme sul senso di “giustizia negata” e insieme di impotenza, che questo verdetto comunica. Come è stato possibile, dunque?

La ricerca delle responsabilità per la morte di Stefano Cucchi diventa una sfida impossibile il giorno in cui viene depositata la perizia di ufficio sulle cause del suo decesso. È un passaggio cruciale, che segna la sentenza di primo grado come quella di appello, perché il lavoro dei periti elimina incredibilmente qualunque nesso di causalità tra ciò che è accaduto al ragazzo dal momento del suo arresto (con il suo passaggio nelle celle di sicurezza di una caserma dei carabinieri e del palazzo di giustizia, fino al suo ricovero al “Pertini”) a quello della sua morte. Stefano Cucchi — certificano i periti — muore per “sindrome di inanizione”, vale a dire di fame e di sete. Certo, concedono, la sua colonna vertebrale presentava una frattura al coccige. Ma solo quella e “non invalidante”. Né vi è dubbio — chiosano — che il suo corpo mostrasse segni di traumi recenti e importanti. Ma — ecco il punto — nessuno di quei traumi è collegabile in un rapporto di causa-effetto al precipitare del suo quadro clinico. Al punto, da ritenere quelle lesioni “fresche” “compatibili” con una “caduta dalle scale” nei sotterranei del palazzo di giustizia, piuttosto che con un pestaggio da parte degli agenti penitenziari che lo avevano in custodia.

Stefano Cucchi, insomma, muore per la sua ostinazione a non volersi nutrire ed idratare a sufficienza una volta scaricato in una corsia del Pertini. Un’ostinazione ancora più esiziale — argomentano i periti e maramaldeggia volgarmente ora il sindacato Sap — considerando i segni lasciati nel suo fisico dal suo passato di tossico. “Un suicidio”, insomma. Non diversamente di quanto sarebbe accaduto se fosse rimasto nel letto di casa sua. E poco importa — tanto per dirne una — che a quel “lasciarsi morire” ammesso e non concesso si sia trattato di questo, abbia contribuito la “distrazione” di medici e infermieri che lo lasciarono in agonia con un catetere ostruito, fino a far gonfiare la sua vescica con 1.400 centimetri cubi di urina.

I periti, così come i giudici di primo e secondo grado, devono naturalmente farsi impermeabili agli argomenti, altrettanto scientifici, proposti da pubblica accusa e parte civile. Quelli per i quali le lesioni che mostra Cucchi dopo il suo passaggio nei sotterranei del palazzo di giustizia interessano gli stinchi e la zona lombo-sacrale. Due zone del corpo che non hanno evidentemente nulla a che fare con una accidentale “caduta dalle scale sul coccige”, ma molto con un pestaggio. Il dolore del ragazzo è così lancinante che i medici che per primi lo visitano al Fatebenefratelli consigliano non solo delle radiografie, ma anche un immediato ricovero. Stefano, infatti, non solo non riesce camminare, ma neppure a urinare spontaneamente, tanto che gli viene applicato un catetere. Di più, quando la sua salma sarà riesumata per la perizia di ufficio, lungo il tratto vertebrale verranno refertate “copiose tracce di sangue nella zona lombare”, indice evidente di quei traumi che non si vogliono vedere o, meglio, che si ritengono “compatibili con una caduta dalle scale”. Al punto da offrirne una spiegazione singolare. Quel sangue — argomentano i periti — in barba alla legge di gravità, sarebbe risalito dopo la morte «dal basso verso l’alto» a causa del trauma nella zona del coccige. Quella, appunto, interessata dalla «caduta» sulle scale.

Una volta definitivamente compromessa la sequenza logica che lega la morte di Stefano Cucchi a quanto accaduto nelle 24 ore immediatamente successive al suo arresto e processo per direttissima, non resta che un ultimo ostacolo. La testimonianza di Samura Yaya, il ragazzo che divide nei sotterranei del palazzo di giustizia la cella di sicurezza con Stefano Cucchi la mattina del processo per direttissima. Samura sente Stefano urlare fuori dalla cella e dallo spioncino della porta blindata è testimone oculare del suo pestaggio da parte degli agenti penitenziari. Sarebbe in grado anche di riconoscerli ma, per qualche motivo, il confronto non viene mai effettuato e si ritiene sufficiente che, durante l’incidente probatorio, riferisca solo ciò che ha visto e sentito. Così “sufficiente” che i giudici di primo e secondo grado non lo riterranno decisivo per superare il “ragionevole dubbio” su chi tra gli agenti sia stato davvero a colpire Stefano. Anche a dispetto di una prova, che pure dimostra l’attendibilità del testimone. I pantaloni indossati da Cucchi sono segnati da striature di sangue al loro interno.