Decadenza Berlusconi, baby squillo a Roma: rassegna stampa e prime pagine

di Redazione Blitz
Pubblicato il 31 Ottobre 2013 9:18 | Ultimo aggiornamento: 31 Ottobre 2013 9:19

corriereROMA – Il voto sarà palese, ma il governo resiste. Corriere della Sera: “La decadenza di Silvio Berlusconi da senatore, per effetto della legge Severino e a seguito della condanna definitiva per frode fiscale, sarà votata dall’aula di Palazzo Madama con il voto palese: lo ha deciso la Giunta per il Regolamento.”

Berlusconi, niente voto segreto. La Stampa: “Il voto nell’Aula del Senato sulla decadenza di Berlusconi avverrà a scrutinio palese. La Giunta ha detto no a quello segreto. Berlusconi non ci sta e il Pdl parte all’attacco evocando nuovamente venti di crisi. Il Cavaliere furioso annulla il vertice con i ministri. Alfano annuncia battaglia in Parlamento. Epifani: basta con le tensioni.”

Sì al voto palese, governo a rischio. La Repubblica: “L’ira di Berlusconi: democrazia violata. Alfano: battaglia in parlamento.”

Porcata palese. Il Giornale: “Golpe contro la democrazia: in odio a Berlusconi, il Pd fa abolire al Senato il voto segreto. Ora Alfano deve scegliere se stare col Cavaliere o con la sinistra.”

Lo vogliono in galera. Libero: “Pd e Scelta Civica calpestano il regolamento e aboliscono il voto segreto: così il Senato può consegnare Berlusconi nelle mani dei Pm. Cinica operazione che mette a rischio il governo. Sulla pelle degli italiani.”

Alta tensione sulla decadenza. Su Berlusconi il voto sarà palese. L’articolo del Corriere della Sera a firma di Virginia Piccolillo:

Quando, non si sa (c’è chi prevede metà novembre). Ma come avverrà il voto sulla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi è deciso: a voto palese. Lo ha stabilito ieri a maggioranza (7 contro 6) la Giunta per il Regolamento. Ora per discutere dell’applicazione della legge Severino all’ex premier, condannato lo scorso primo agosto a 4 anni per frode fiscale sui diritti Mediaset, non resta che la battaglia in Aula. E già si annuncia un confronto ad alta tensione. Diverse le contromosse alla decisione sul voto palese allo studio, ipotizzate ieri dai berlusconiani nei corridoi di Palazzo Madama. Tra queste un nuovo tentativo di chiedere il voto segreto su uno o più ordini del giorno «in difformità» con quanto deciso dalla Giunta: magari la richiesta di una sospensiva con il ritorno in commissione per riesplorare la strada di un rinvio alla Corte costituzionale, secondo il Pdl aperta dalla sentenza della Corte d’appello di Milano. Tentativi. Ma a decidere e a convocare la riunione dei capigruppo per calendarizzare il voto in Aula, dovrà essere il presidente del Senato, Piero Grasso. E da ieri, su di lui, il Pdl ha aperto un fuoco di fila di polemiche. «Il presidente del Senato stavolta si è spinto troppo oltre. Ha avallato un abominio giuridico sulla pelle del Cavaliere. Questa volta non gliela faremo passare liscia» assicurava ieri Lucio Malan, Pdl.

Teatro del primo scontro sarà la riunione dei capigruppo. Di solito si tiene il martedì. E il prossimo, il 5 novembre, i senatori sono convocati per i lavori d’Aula. Ma c’è già chi chiede un rinvio. In capigruppo poi il presidente proporrà una data e, se non verrà approvata all’unanimità, la decisione dovrà essere presa in aula a voto palese. Anche questo è l’effetto della delibera dalla Giunta per il regolamento che ieri ha escluso il voto segreto, ma solo per la decadenza, continuando a contemplarlo per l’incandidabilità e l’ineleggibilità, anch’esse previste dalla legge Severino. La Giunta ha preso la sua decisione con 7 «sì» (M5S, Pd, Sel e il voto decisivo di Linda Lanzillotta di Scelta civica) e 6 «no» (Pdl, Lega e Karl Zeller, della Svp, deciso a votare la decadenza ma contrario a «cambiare le regole in corso, introducendo il voto palese senza nemmeno modificare il regolamento»).

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La rabbia del Cavaliere. E Alfano: un sopruso, battaglia in Parlamento. L’articolo del Corriere della Sera a firma di Lorenzo Fuccaro:

L’umore è cupissimo. «Stiamo avvicinandoci velocemente al baratro», confida un senatore del Pdl-Forza Italia dopo avere appreso che la Giunta per il regolamento ha deciso, con un solo voto di maggioranza, che l’aula del Senato si pronunci in maniera palese sulla decadenza di Silvio Berlusconi. Lo stesso Cavaliere, tentato come non mai di fare saltare tutto per contrastare quello che ritiene il piano per estrometterlo definitivamente dalla politica convoca un gabinetto di guerra nella sua residenza di Palazzo Grazioli, dopo avere disdetto un pranzo con i ministri. Vi partecipano Sandro Bondi, Denis Verdini, i capigruppo di Camera e Senato, Renato Brunetta e Renato Schifani, e Gianni Letta. In serata, sale nell’appartamento dell’ex premier anche il capo dei lealisti Raffaele Fitto. «Tutto è ormai chiaro, che altro deve succedere? — si domanda l’ex ministro — Non è più il tempo delle finzioni e delle false promesse. Non possiamo accettare che una storia ventennale venga trattata come un romanzo criminale». Il segretario del Pd, Guglielmo Epifani, gli replica indirettamente: «Basta polemiche. Legge è uguale per tutti».

In ogni caso, Angelino Alfano accusa proprio gli alleati di governo rei, secondo lui, di avere compiuto una prevaricazione. «La decisione di Scelta civica e del Pd di sostenere il voto palese insieme con il Movimento 5 Stelle — rimarca — è la violazione del principio di lealtà che regola da decenni il voto sulle singole persone e i loro diritti soggettivi». Ne consegue, a detta del vicepremier, che «ora, soprattutto in sede parlamentare, lì dove si è consumato questo sopruso, sarà battaglia per ripristinare il diritto alla democrazia». In che cosa si sostanzi questa battaglia, Alfano non lo indica. Tuttavia è facile immaginare che si tenterà di ottenere che lo scrutinio in aula sia segreto. Tutti, all’interno del movimento berlusconiano, sostengono infatti che c’è stata una «violazione delle dello stato diritto». Schifani denuncia che «è stato compiuto un gravissimo strappo alle regole parlamentari contro Berlusconi. Una norma sul voto segreto per la sua decadenza è stata cambiata a colpi di maggioranza con un semplice parere».

Letta si fida del vicepremier: i numeri per andare avanti ci sono. L’articolo del Corriere della Sera a firma di Monica Guerzoni:

«Il voto della giunta su Berlusconi? Per me non cambia nulla». La risposta di Enrico Letta è no. Il premier non può e non vuole intervenire sulla legge Severino per frenare la corsa verso la decadenza del Cavaliere dal Senato, per lui l’unico argine alle minacce è la fiducia espressa dal Parlamento con il voto del 2 ottobre: «Berlusconi non ha i numeri per far cadere il governo, mentre noi li abbiamo per farlo andare avanti…».

L’asse con Angelino Alfano ancora non si spezza, il presidente del Consiglio ha parlato a lungo a Palazzo Chigi con il suo vice, tra un incontro e l’altro per blindare la legge di Stabilità. Letta crede in lui, è convinto che il ministro dell’Interno, davanti a un bivio, sceglierà la tenuta delle larghe intese e il futuro del Paese. I rapporti non sono cambiati. Letta sa bene che con l’avvicinarsi del voto in Aula la tensione è destinata a salire ancora, ma senza conseguenze irreparabili.

«Si cominciano a vedere i primi segnali di ripresa e sarebbe una follia vanificare i sacrifici degli italiani» è il messaggio che il premier ha ripetuto come un mantra in una giornata campale. Una giornata in cui ha cercato di mantenere i nervi saldi davanti ai falchi, che promettono «conseguenze» dopo la decisione di votare alla luce del sole e non a scrutinio segreto. I berlusconiani che preparano la «guerriglia» in Parlamento e il lugubre monito di Fitto — «Il Pd sta segando l’albero su cui Letta è seduto» — non gli hanno fatto cambiare idea. Per il premier «la risposta a Berlusconi è contenuta nel voto di fiducia del 2 ottobre», che ha segnato i confini di una maggioranza politica diversa (e più coesa) di quella numerica.

«La decisione della giunta riguarda l’interna corporis del Senato, il governo non c’entra nulla — ragiona Letta —. Per me siamo fermi a quella data. Il passaggio è stato chiarissimo, chi ha votato la fiducia si è impegnato a tenere separato il piano dell’esecutivo da quello delle vicende giudiziarie di Berlusconi». Intervistato a Radio Anch’io, ieri mattina, il premier ha ricordato come il Parlamento lo abbia sostenuto «con largo consenso», su un discorso che aveva come «pilastro» il bisogno dell’Italia di avere un governo e la separazione tra esecutivo e decadenza: «Era la base sulla quale il Parlamento, a larga maggioranza, ha dato la fiducia al governo». E dunque, se l’ex premier gli ha chiesto di intervenire sulla legge Severino per renderla non retroattiva, Letta non muoverà un dito, anche se dovesse costargli la permanenza a Palazzo Chigi.

Ma il sogno del voto subito unisce i 5 Stelle al Cavaliere. L’articolo della Stampa a firma di Andrea Malaguti:

Fesserie». Sicura? Boccata di sigaretta fuori dalla finestra di Palazzo Madama. «Ovviamente sì, potete immaginarvi se facciamo accordi con Berlusconi». Paola Taverna, capogruppo del Movimento Cinque Stelle al Senato, si aggiusta una spallina della maglietta blu. «Dai, è ridicolo». Ridicolo. In effetti sembra così. Eppure, nel giorno in cui la Giunta per il regolamento decide che il voto sulla decadenza del Cavaliere sarà palese – «è un nostro successo, questo non potete proprio negarlo», in effetti non si può – la voce torna a rimbalzare impazzita come la pallina di un flipper: Forza Italia cerca una sponda per far cadere il governo. E la cerca nella galassia più lontana dalla sua. La galassia di Gaia. Grillo e Casaleggio, loro. «Lo sapete come è andata la telefonata al professor Becchi, storicamente vicino al M5S?».

Sono i falchi berlusconiani ad aggiungere dettagli a questa storia che gira ormai da un paio di settimane. «Il Cavaliere ha cercato il contatto in prima persona. È stato lui a chiamare Becchi. Sperava che facesse da tramite col leader Cinque Stelle. Ha chiesto aiuto – invano – anche al mondo dello spettacolo». Antonio Ricci? «Lei che dice?». Ma come, quelli hanno organizzato la ghigliottina, ti vogliono vedere precipitare in un buco nero della storia, e tu li vai a cercare? Bizzarro, ma c’è più logica di quello che sembri.

Un obiettivo comune esiste: disarcionare Letta, mettere il presidente Napolitano con le spalle al muro e chiamare il Paese al voto. Non è stato forse questo a giustificare il viaggio nella capitale del Caro Leader genovese? L’idea di abbracciare i suoi parlamentari per evitare pericolose fuoriuscite che potrebbero garantire la permanenza in vita dell’esecutivo? Dunque esiste un incidentale terreno comune? Forse. Di certo la materia va maneggiata con una cautela da orologiai e corredata da una premessa: Grillo, un uomo che si comporta come se nel grande campo della sua vita la pioggia e il vento fossero sempre arrivati al momento giusto, con Berlusconi non vuole avere niente a che fare. Ma il Cavaliere, si sa, non è schizzinoso.

Spesa, primi tagli in aprile. L’obiettivo di Cottarelli è risparmiare dieci miliardi. L’articolo della Stampa a firma di Alessandro Barbera:

Il prologo non è rassicurante. O forse gli sarà istruttivo. Fatto è che approdare alla poltrona di commissario alla spending review con un pasticcio sullo stipendio non è gradevole. In sintesi: a settembre, dopo lunga riflessione Carlo Cottarelli accetta la proposta del governo italiano di lasciare l’ottimo posto al Fondo monetario internazionale a Washington. Venticinque anni all’estero e la voglia di fare qualcosa per il proprio Paese è una molla formidabile. Rinuncia al posto di Direttore di divisione e a 330mila dollari netti annui, salvo che per un 7% di contributi previdenziali. Il Tesoro gli offre il massimo che la legge oggi consente per un dirigente pubblico, circa 300mila euro. Ma solo in un secondo momento Cottarelli scoprirà che quella cifra corrisponde a 260mila netti. Né la burocrazia fa bene i calcoli su inizio e fine del mandato triennale. Insomma, la norma del decreto del fare che stanzia le risorse per la sua assunzione deve essere modificata. L’ultima versione del comma 14 del «salva-Roma» approvato martedì sera dal consiglio dei ministri ha cambiato la progressione e alzato il monte complessivo di qui al 2016 da 950 a 980mila euro. Dal pasticcio emergono comunque due rilevanti novità di stile: la prima vuole che sia lo stesso Cottarelli, nella massima trasparenza, a dare la sua versione dei fatti nel primo briefing con la stampa. Inoltre aveva già deciso di rinunciare all’auto blu.

Il viaggio che attende Cottarelli nei meandri della spesa pubblica sarà lungo e pieno di trappole. Entro il 13 novembre deve presentare il piano di lavoro. Tutto dovrà essere a costo zero, perché l’unica voce di spesa della nuova spending è la sua assunzione. Lo staff di prima linea (una decina di persone) sarà di funzionari scelti della pubblica amministrazione, il resto lo faranno a titolo gratuito esperti e professori universitari. Cottarelli formerà gruppi di lavoro «verticali» (per tipo di settore da mettere sotto osservazione, ad esempio la Difesa) e orizzontali, ad esempio sui famigerati «consumi intermedi». Ma per organizzare una seria revisione della spesa non bastano cinque giorni – quelli passati finora al Tesoro – e nemmeno cinque settimane. L’orizzonte possibile sono cinque mesi. Per i primi di aprile l’ex dirigente del Fondo conta di presentare al governo un piano concreto di interventi.

“Le banche aiutino la ripresa”. L’articolo della Stampa a firma di Roberto Giovannini:

Nel messaggio per la Giornata mondiale del Risparmio, Giorgio Napolitano ha severamente ammonito il sistema creditizio a sostenere con un «apporto che non può mancare» la ripresa dell’economia. «I primi e incerti segnali di ripresa – si legge nella lettera al presidente Acri Guzzetti – devono indurre a rafforzare tutte le azioni di sostegno all’economia, in uno sforzo generale al quale non può mancare l’apporto del sistema bancario e finanziario: a partire da una adeguata espansione dei finanziamenti alle imprese, in particolare piccole e medie, in un più solido quadro di stabilità del sistema finanziario e di efficace tutela dei risparmiatori».

Sulla stessa linea il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, secondo cui le banche italiane non sono responsabili della crisi finanziaria e macroeconomica, ma «soffrono però anche di ritardi e negligenze nell’adeguare operatività, efficienza, qualità dei servizi offerti e assetti organizzativi all’evoluzione dei mercati». Il risultato è che i «prestiti alle imprese sono diminuiti di quasi l’8%, oltre 70 miliardi di euro, dalla fine del 2011, quando se ne registrò una prima forte contrazione». Per il numero uno di Bankitalia serve un taglio «deciso» dei costi delle banche, incluso il costo del lavoro, che ne vale la metà. Secondo Visco, poi, serve una «qualificante revisione delle remunerazioni dell’alta dirigenza», «anch’essa decisa». Il Governatore ricorda che le banche «non hanno forti necessità di ricapitalizzazione», ma la ripresa economica ci metterà del tempo per riflettersi «nei bilanci delle banche» vista l’onda lunga delle sofferenze che ha toccato 75 miliardi di euro, e che oramai investe oltre un milione di clienti fra famiglie e imprese. E Visco non si sottrae: attacca ancora le grandi popolari quotate e chiede a quelle fondazioni ancora troppo esposte su una singola banca di «adeguarsi» cedendo le quote.

Baby squillo a Roma, clienti a rischio carcere. L’articolo della Stampa a firma di Grazia Longo:

Per mesi «induceva, favoriva e sfruttava la prostituzione della figlia dandole anche indicazioni su cosa fare con gli uomini e facendosi dare somme di denaro» o facendosi pagare in scarpe, borse e vestiti.

Ma ieri, nell’interrogatorio di garanzia davanti al gip Maddalena Cipriani, ha pianto tutte le sue lacrime: «No, non ho mai venduto la mia bambina. Io lavoro sodo come barista». Peccato che quella «bambina» – studentessa liceale di 14 anni che insieme alla compagna di 15 si prostituiva in un appartamento dell’elegante quartiere Parioli – l’altro ieri avesse raccontato disperata l’esatto contrario. «Mi hanno obbligata mia madre e la mia amica» ha urlato la quattordicenne che ora, dopo una breve pausa in una comunità alloggio, è stata affidata alle cure dei nonni.

La sua mamma-maitresse resta invece in carcere, insieme agli altri arrestati: il militare Nunzio Pizzacalla, di 34 anni, Mirko Ienni di 38, il commercialista Riccardo Sbarra di 35 e Michael Mario De Quattro, di 29 anni, cliente di una delle ragazze. Sbarra, che filmò un suo rapporto sessuale pretendendo 1500 euro per non diffonderlo tramite internet, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Gli altri hanno provato a sminuire la loro posizione, ma contro di loro c’è una montagna di intercettazioni che li inchioda alle loro responsabilità. L’altra mamma – la consulente finanziaria cinquantenne, che ha denunciato ai carabinieri l’inferno delle baby squillo ai Parioli, protagoniste proprio sua figlia quindicenne e la compagna di scuola di un anno più giovane – si augura «il recupero del rapporto: ora mia figlia si trova in una comunità alloggio e la nostra situazione è difficilissima, ma l’importante è che abbia smesso con quella vita». La quindicenne è stata segnata da un’indole ribelle e violenta (a 12 anni il primo rapporto sessuale) sempre in conflitto con la madre che ha picchiato, insultato, minacciato. «Ti mando i miei amici cocainomani a sgozzarti, ti brucio i vestiti, ti sgozzo con le mie mani» le ha più volte ripetuto.