Decadenza Berlusconi, Renzi, Tasi e cuneo fiscale: rassegna stampa e prime pagine

di Redazione Blitz
Pubblicato il 30 Ottobre 2013 8:59 | Ultimo aggiornamento: 30 Ottobre 2013 9:00
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La Stampa

ROMA – Decadenza di Berlusconi. Caos in Giunta, il voto slitta. La Stampa: “La Corte d’Appello sui diritti tv: frode aggravata dal ruolo politico Alfano al Cavaliere: al Senato non hai i numeri per farci cadere.”

Decadenza, è caos sul voto segreto. L’articolo a firma di Ugo Magri:

“Si sta creando in Senato un clima affatto sereno, di scontri furibondi sulla decadenza di Berlusconi che non promettono nulla di buono nemmeno per il governo.

È come se fosse entrata in azione una tenaglia. Da una parte i Cinque stelle gridano che si sta perdendo tempo: il Cavaliere venga cacciato entro la prossima settimana. Dall’altra il centrodestra strilla ancora di più, lamenta vere o presunte violazioni delle regole. Berlusconi mette nel mirino il premier, ingiunge a Letta di chiarire che la decadenza non si applicherà a lui, basterebbe aggiustare la legge delega sulla giustizia e oplà, il problema sarebbe risolto… «Letta dica sì o no», fa intuire Silvio quale sarebbe la sua reazione se Enrico gli desse una delusione. Qualcuno insinua: Berlusconi e Grillo sono sotto sotto d’accordo per esasperare lo scontro, in modo da buttar giù il governo sull’onda della decadenza e trascinare l’Italia alle urne come entrambi desiderano. Impossibile verificare se davvero siano corse telefonate tra Arcore e l’ideologo grillino professor Becchi. Corre addirittura voce che, pur di piegare la resistenza di Napolitano alle urne, alcuni «falchi» berlusconiani particolarmente assatanati si preparerebbero a sostenere la campagna grillina per l’«impeachement» del Presidente… Sta di fatto che, tremebonde di natura, certe «colombe» Pdl ostili alla crisi già sembrano sul punto di ritornare al nido. Idem per alcuni senatori M5S fino a ieri considerati con la valigia in mano. Per quanto Renzi sparga ottimismo sulla tenuta del rivale Letta, la stabilità politica si regge di nuovo sul filo di pochi voti.”

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“Al Senato non ci sono i numeri per far cadere il governo”. L’articolo a firma di Amedeo La Mattina:

Caro presidente, al Senato non ci sono i numeri per far cadere il governo e i nostri ministri non si dimetterebbero in caso di tua decadenza». Alfano ha parlato chiaro ieri sera con Berlusconi. I senatori che continuerebbero a sostenere Letta sarebbero passati da 23 a 30. Dunque, chi pensava in un ritorno all’ovile di Angelino dovrà ricredersi. Almeno così raccontano e giurano le colombe. Riconoscere, come ha fatto Angelino nei giorni scorsi, la leadership del capo storico non significa avere piegato la testa e abbandonato la sua cordata.

Il vicepremier sta facendo di tutto per convincere il suo padre politico a evitare strappi e rotture nel Pdl e rispetto all’esecutivo. Sta cercando di migliorare quanto più possibile la legge di stabilità. A Palazzo Madama Schifani sta lottando pancia a terra contro la decadenza. Ma di staccare la spina a Letta non se ne parla, di mettersi nelle mani dei falchi, ma e poi mai. E Alfano è convinto che riuscirà a convincere il Cavaliere. Lo stesso Maroni è convinto che alla fine Berlusconi non aprirà la crisi di governo, nemmeno in caso di decadenza da senatore. Il governatore lombardo e leader leghista racconta di aver parlato sia con il Cavaliere sia con Alfano e di averne tratto questa convinzione. Eppure l’ex premier ieri è sembrato voler tirare la corda fino a spezzarla. Ha chiesto a Letta una norma interpretativa sulla legge Severino per dire che non è retroattiva, sapendo che Palazzo Chigi non farebbe mai una cosa del genere. Poi ha posto al Pd un ultimatum, parlando di «due punti non aggirabili» ovvero la legge di stabilità che va cambiata e il voto sulla sua decadenza che sarebbe «una macchia sulla democrazia».”

Il catalogo delle anomalie che frenano la giustizia italiana. L’articolo a firma di Vladimiro Zagrebelsky:

La promessa di una «riforma della giustizia», lanciata da Matteo Renzi, accanto alla solita genericità che non dice cosa essa debba contenere, ha un aspetto di novità.

La novità consiste nel fatto che, con l’esempio grave d’ingiustizia da cui Renzi ha preso le mosse, quello di Silvio Scaglia, investe la giustizia penale. Fino ad ora nell’area da cui Renzi parte, prevaleva la posizione che indicava la sola giustizia civile come bisognosa di una profonda riforma, mentre quella penale richiedeva solo del bricolage occasionale.

Ora è evidente che i tempi lunghi – strutturalmente lunghi – della giustizia civile rappresentano un problema gravissimo per l’efficacia della protezione dei diritti e per l’economia nazionale. Piccoli aggiustamenti hanno dato piccoli risultati. Ma è soprattutto il settore penale che ha visto in campo un conservatorismo esasperato, che ha lasciato spazio solo a micro interventi legislativi dannosi per il sistema e utili solo a un’area di malaffare – incredibilmente vasta in Italia – composta di tanti personaggi in un modo o nell’altro potenti.

La paura che aprendo una riflessione di fondo non si sapesse dove si andava a finire, ha portato alla paralisi propositiva o alla tendenza a correr dietro a piccoli inutili ritocchi lessicali nella procedura penale.

“Tasi e cuneo fiscale, possibili modifiche”. L’articolo a firma di Roberto Giovannini:

Diciamo la verità: per la legge di Stabilità le audizioni in Commissione Bilancio di Camera e Senato sono state tutt’altro che una marcia trionfale. Ieri, prima dell’intervento del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, da Bankitalia, Corte dei Conti e Istat sono arrivate critiche – garbate se si vuole nei toni, ma non meno puntute nei contenuti – alla manovra finanziaria varata per il prossimo triennio. Obiezioni che forse hanno suggerito al ministro di aprire a modifiche significative su due dei punti più fragili della legge di Stabilità: la Tasi e il cuneo fiscale.

La Corte dei Conti ha aperto il fuoco segnalando che il rischio «di ulteriori aumenti impositivi» sulla casa esiste: la Tasi «moltiplica il suo peso rispetto alla Tares» e lasciando al Comune la facoltà di determinare l’aliquota crea il presupposto per aumenti. Inoltre per il presidente Raffaele Squitieri sussistono «rischi ed incertezze» sulla modalità di intervento per la riduzione del cuneo fiscale, che – visto l’effetto limitato – comportano «evidenti problemi distributivi e di equità», poiché esclude dal beneficio 25 milioni di soggetti. A sua volta l’Istat ha evidenziato un paradosso: il taglio del cuneo beneficia le famiglie più ricche perché esse hanno «il maggior numero di occupati per famiglia». E il presidente Antonio Golini (che ricorda come dal 2007 al 2012 il numero di individui in povertà assoluta è passato da 2,4 a 4,8 milioni) smentisce il premier Letta: in media il risparmio del «bonus cuneo» è pari a 9 euro al mese se spalmato su tutti. Sulla stessa linea Bankitalia: l’intervento sul cuneo «non è elevato», e anzi, si scopre che il bonus in realtà sarà assorbito dal peso del fisco. «A livello aggregato la misura dell’intervento – spiega Via Nazionale – è tale da compensare quasi del tutto l’aggravio automatico d’imposta, valutabile in circa 2 miliardi derivante dall’operare del drenaggio fiscale nel 2013». Inoltre, dice Bankitalia, il nuovo sistema delle imposte sugli immobili «è suscettibile di miglioramenti per alcuni aspetti».

Altro che voto segreto su B. L’obiettivo è non votare mai. Il Fatto Quotidiano: “Caos nella giunta del Senato che deve decidere se la decadenza del Caimano sarà espressa alla luce del sole o di nascosto. Rinvio a oggi, ma si prevedono altre meline Il condannato minaccia la crisi: “Ma Letta se vuole può salvarmi”.”

Ecco Matteo, figlio di un loft minore. L’articolo a firma di Wanda Marra:

E adesso come lo facciamo Renzi? In sella a un cavallo? Dite di no, meglio su una vespetta?”. Sono le sei della sera e il comitato renziano per le primarie si è appena insediato. La sede prescelta è a via dei Pianellari, a pochi passi da via della Scrofa, in pieno centro di Roma. L’ingresso posteriore dà su un cortile interno, sul quale si affaccia una bottega storica di incisori. Sui ripiani, un busto di Mazzini, uno di Garibaldi. “Questi li abbiamo fatti perché ce li ha chiesti Ciampi”. Ce n’è anche uno più grande di Dante. In onore di Renzi? “No. Magari per lui potremmo fare un leader… socialista magari… ma quale… forse Pertini?”.

C’è un po’ di confusione sotto il cielo democratico e non. La sede, 180 metri quadri per 4.000 euro di affitto al mese ricorda da vicino il loft scelto da Veltroni come quartier generale. Un loft in minore, però. Quello era a due passi dal Circo Massimo, ambiziosamente vicino ai simboli dell’Antica Roma, questo è strategicamente a pochi metri da Montecitorio. Tanto quello era ampio, arioso, ambizioso, tanto questo è sobrio e tutto sommato un po’ angusto. Ci sono le stesse travi di legno a vista: ma i soffitti sulla testa di Walter erano decisamente più alti. “Beh, all’epoca con Veltroni c’era tutto il partito”, commenta uno che fu in prima linea.

Le confessioni di Grillo: “Napolitano sotto accusa? solo una finzione politica”. L’articolo a firma di Martina Castigliani:

Non dobbiamo vergognarci di essere populisti. L’impeachment ad esempio, è una finzione politica per far capire da che parte stiamo”. Beppe Grillo parla ai suoi in un’aula della Camera. È una conversazione che nessuno conosce, quella che il Fatto ha in esclusiva, tra il leader e i deputati. Lui, il grande capo, in piedi, spalle al muro, la voce pacata e i toni concilianti. Gesticola, ride poco e dà pacche sulle spalle. E parla. “Sono qui per sostenervi”. Non alza mai la voce. Il Grillo a porte chiuse non è nemmeno parente del comico sul palco, quello che urla e lancia parole come spade. C’è da spiegare la scomunica ai senatori Cioffi e Buccarella, colpevoli di aver presentato un emendamento per abolire il reato di immigrazione clandestina. C’è da spiegare chi comanda. Che non è lui, ma il Movimento.

Perché forse gli eletti se lo sono dimenticati, ma i voti vengono dal basso e seguono le emozioni: “Con la presentazione dell’emendamento per abolire il reato di immigrazione clandestina, abbiamo perso voti a iosa. Il post del blog, forse un po’ duro, siamo stati costretti a farlo”. Una decisione obbligata per evitare di perdere troppi voti: “Noi parliamo alla pancia della gente. Siamo populisti veri. Non dobbiamo mica vergognarci. Quelli che ci giudicano hanno bisogno di situazioni chiare. Ad esempio prendete l’impeachment di Napolitano. Molti di voi forse non sono d’accordo, lo capisco. Ma è una finzione politica. E basta. Non possiamo dire che ha tradito la Costituzione. Però diamo una direttiva precisa contro una persona che non rappresenta più la totalità degli italiani. Noi siamo la pancia della gente”. Perché il rischio era molto grosso: “Abbiamo raddrizzato la situazione, siamo stati violenti per far capire alla gente. Se andiamo verso una deriva a sinistra siamo rovinati”.

“Certo, ho chiamato Silvio” Così Panorama aiutò Lavitola. L’articolo a firma di Marco Lillo:

Quando il direttore di Panorama Giorgio Mulé il primo luglio del 2013 dice al telefono al suo inviato Giacomo Amadori, mentre è intercettato dalla Digos, “Certo che ho chiamato Silvio Berlusconi” pensa di dire una cosa banale, che risulta dalla collezione del suo settimanale. Il 25 agosto del 2011 infatti Panorama svela i contenuti della richiesta di arresto (segreta) nei confronti di Valter Lavitola e Gianpaolo Tarantini per estorsione ai danni di Berlusconi. Grazie alla pubblicazione di quello scoop, Lavitola sfugge alla cattura restando in Bulgaria come da consiglio di Berlusconi: “resta lì”.

Per i pm napoletani Henry John Woodcock e Vincenzo Piscitelli quello scoop non merita il Pulitzer, ma è un episodio (oltre che di rivelazione di segreto di ufficio) di favoreggiamento e corruzione delle fonti che avrebbero consegnato il file con le carte segrete. Quelle presunte fonti, sulle quali era stata presentata richiesta di interdizione, rigettata dal Gip, e sulle quali si dovrà esprimere a breve il Tribunale del riesame, sono l’avvocato Alessandro Maresca e il cancelliere del Gip Amelia Primavera: Marco Reale. Il primo avrebbe consegnato il file con la richiesta di arresto a Amadori. Il secondo l’avrebbe estratta usando la password del Gip inconsapevole dal pc del Tribunale. Oggi il Tribunale del riesame si occupa delle fonti, ma intanto la Procura continua le sue indagini sui giornalisti. Uno dei punti più delicati del-l’inchiesta è proprio quella chiamata dagli Stati Uniti, dove si trovava il direttore di Panorama Giorgio Mulé in vacanza in quell’agosto del 2011, con Arcore, dove si trovava Silvio Berlusconi. Mulé chiama il suo editore avendo ricevuto già dal suo inviato una mail con la richiesta di arresto. La versione offerta al telefono da Berlusconi a Lavitola, quando mentre sono intercettati lo invita a restare a Sofia, e da Mulé, quando è interrogato dai pm, è la seguente: il direttore di un settimanale della Mondadori chiama il padrone della Mondadori e non gli dice che ha in mano la richiesta di arresto per i suoi amici. Non gli legge una riga delle sue telefonate intercettate, non si cura degli interessi e delle curiosità dell’editore e lo tratta come un passante: lo intervista a carte coperte.