Dl Lavoro, piano tasse, fisco e De Gregorio: prime pagine e rassegna stampa

di Redazione Blitz
Pubblicato il 28 Giugno 2013 8:36 | Ultimo aggiornamento: 28 Giugno 2013 8:36

Il Corriere della Sera: “Fisco, 1.6 milioni di controlli.” Spendere meno non è proibito. Editoriale di Sergio Rizzo:

“Aspettiamo ora con ansia di sapere come il Tesoro intende chiudere il buco. Perché di buco si tratta. Non serve una laurea per capire che la decisione di coprire il rinvio dell’aumento dell’Iva anticipando il pagamento delle tasse su redditi non ancora maturati causerà un problema nei conti pubblici a giugno del prossimo anno, quando i contribuenti avrebbero dovuto saldare il 100 per cento delle imposte dovute, e non invece il 110 per cento che verrà richiesto loro sette mesi prima della scadenza, a novembre. Richiesta per giunta beffarda, perché il peso di una tassa destinata a colpire chi consuma graverà indistintamente su tutti.
Poco importa. È noto che insieme alla sospensione dell’Imu sulla prima casa la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva rappresenta il prezzo da pagare alla stabilità del governo di larghe intese: un prezzo rincarato, fra l’altro, dopo la recente condanna inflitta dal Tribunale di Milano a Silvio Berlusconi. Ma qualunque opinione si possa avere sui destini dell’esecutivo, c’è da chiedersi se non ci fosse un modo più serio per pagarlo.
Certo, sarebbe ingiusto caricare sulle spalle di Enrico Letta tutto il fardello delle non scelte fatte dai suoi predecessori. La Corte dei conti ha ricordato ieri che la spesa pubblica è in diminuzione, ma fra il 2001 e il 2011 è salita di 197 miliardi portando la pressione fiscale a livelli insostenibili, senza peraltro che la crescita forsennata sia riuscita ad arrestare il calo del Pil pro capite reale, franato nell’arco di quegli undici anni in Italia (unica nell’Eurozona) del 3,8 per cento.”

Pochi investimenti su persone e conoscenza Ecco il vero freno a una ripresa sostenibile. Articolo di Danilo Taino:

“L’idea — molto amata in Italia — che la crisi si possa superare semplicemente spendendo di più esce ridimensionata da uno studio della società di consulenza McKinsey, preparato per i vertici dei Paesi del G8, che sarà pubblicato oggi a livello internazionale. Quello che conta veramente — stabilisce l’analisi basata su nuovi sistemi di misurazione — è avere in essere le condizioni affinché si mobiliti una quantità elevata di cosiddetto «capitale di innovazione»: tra il 1995 e il 2007, infatti, esso è stato responsabile del 53% della crescita della produttività del lavoro nei 16 Paesi presi in considerazione dallo studio. Il problema dell’Italia è che questo innovation capital ha pesato, dal 1995 in poi, solo per il 25% del prodotto interno lordo: poco più del 23% della Russia ma meno di tutti gli altri Paesi, per esempio la Germania con il 34%, la Francia con il 35, la Gran Bretagna con il 40, gli Stati Uniti con il 51%. «L’Italia è un Paese che non investe nel futuro», sostiene Leonardo Totaro, managing director di McKinsey per i Paesi del Mediterraneo. Per colmare il differenziale, occorrono riforme profonde.”

De Gregorio verso il patteggiamento «Dovevo parlare». Scrive Fulvio Buffi:

“L’ex senatore del Pdl Sergio De Gregorio chiede di essere condannato per essersi fatto corrompere da Silvio Berlusconi e aver accettato di passare, durante il secondo governo Prodi, dalle file del centrosinistra (era stato eletto con l’Italia dei valori) a quelle del centrodestra in cambio di tre milioni di euro. È questo l’elemento a sorpresa venuto fuori ieri in avvio dell’udienza preliminare svoltasi davanti al gup del Tribunale di Napoli Amelia Primavera, del procedimento in cui, insieme a De Gregorio, sono imputati Berlusconi e Valter Lavitola, l’ex direttore dell’Avanti! , che nella compravendita dell’allora senatore avrebbe avuto il ruolo di mediatore. Nell’aula al sedicesimo piano del palazzo di giustizia napoletano, le attese erano ovviamente tutte per Berlusconi, anche perché nei giorni scorsi si era sparsa la voce che il leader del Pdl avrebbe potuto decidere di presentarsi davanti al giudice, e sarebbe stata per lui la prima volta in un tribunale dopo la condanna al processo Ruby. Ma Berlusconi non è venuto, e probabilmente non ne ha mai neanche avuto realmente l’intenzione. A rappresentarlo c’erano gli avvocati Niccolò Ghedini e Michele Cerabona, che in udienza hanno sollevato questioni legate alla competenza territoriale (i legali di Berlusconi, come anche l’avvocato Gaetano Balice che difende Lavitola, ritengono che il processo dovrebbe essere trasferito a Roma) e hanno cercato di smontare l’impianto accusatorio sostenendo che non si può sottoporre a giudizio la scelta di De Gregorio di appoggiare il centrodestra pur essendo stato eletto con il centrosinistra perché, in base a una norma costituzionale, le scelte dei parlamentari sono insindacabili.”

La prima pagina de La Repubblica: “Giustizia, il Pdl tenta il blitz.”

La Stampa: “Ecco il piano taglia tasse.” In autunno la resa dei conti. Editoriale di Marcello Sorgi:

“Siglata tra Palazzo Chigi e il Quirinale dove il condannato Berlusconi era stato solennemente ricevuto all’indomani della pesante sentenza per il caso Ruby – e alla vigilia dell’udienza in Cassazione sul lodo Mondadori e della probabile incriminazione per la compravendita di senatori in epoca ultimo governo Prodi – è durata appena 24 ore la tregua che doveva consentire al governo di riprendere fiato e a Letta di presentarsi al vertice europeo senza tenere l’orecchio incollato al cellulare per ricevere cattive notizie dall’Italia.”

Il Fatto Quotidiano: “Parla De Gregorio: Verdini comprò deputati nel 2010.” Il Conte Zio. Editoriale di Marco Travaglio:

“Scorrendo l’elenco dei senatori a vita nominati dai presidenti della Repubblica dal 1949, s’incontrano i nomi di Toscanini, De Sanctis, Trilussa, Sturzo, Paratore, Merzagora, Parri, Montale, Eduardo De Filippo, Bo, Bobbio, Spadolini, Levi Montalcini, Luzi. Tutti personaggi che – articolo 59 della Costituzione – hanno “illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Ora, per dire come siamo ridotti, corre voce che Napolitano si accinga a nominare Gianni Letta. E già, all’ombra dei cipressi e dentro l’urne dei principali famedii, si registra un leggero venticello originato dal rivoltarsi nelle tombe di molti illustri precedessori. Ma è tutta invidia postuma. In realtà la biografia del Conte Zio combacia alla perfezione con il dettato costituzionale, avendo egli illustrato la Patria per altissimi meriti in tutti in campi indicati. Anzitutto quello letterario, come direttore negli anni 70 e 80 de Il Tempo…”

Il Giornale: “Incapaci al governo.” La mancia a spanne. Editoriale di Salvatore Tramontano:

Il resto? Mancia. La giustizia italiana assomiglia sempre più a una slot ma­chine. I risarcimenti non sono un conto economico, una misura del pre­sunto danno, sono simboli, moniti, puni­zioni morali ed esemplari. Questo vale anche per il lodo Mondadori. Ce ne sia­mo resi conto una volta di più ieri, quan­do il Pg di Cassazione ha suggerito alla Suprema corte di applicare uno scontici­no del 15% alla batosta che pesa sulla Fi­ninvest. Il 15%, appunto. Come una mancia al cameriere. La requisitoria del procuratore è stata dura. Non ha messo in dubbio il danno economico che colpi­sce non un ricco signore, ma un’azienda centrale nel panorama italiano. Non ha pensato a chi ci lavora. Non ha paura di mettere in ginocchio un’impresa. Qualcuno dirà che quel 15% è un gran risparmio, perché in ballo qui ci sono grandi numeri. Anche questo però fa pen­sare. In primo grado la sentenza è un bot­to stratosferico. La Fininvest deve paga­re al gruppo di De Benedetti 749.995.611,93 di euro. Una cifra, com­prese le virgole, difficile perfino da pro­nunciare. Ma quella cifra in realtà porta un messaggio ben preciso: il cattivo Ber­lusconi ha rovinato il povero De Benedet­ti. Non solo. La Mondadori nelle mani del Cavaliere avrebbe anche cambiato il destino dell’Italia, perché con De Bene­detti monopolista culturale, la «destra» non avrebbe mai vinto le elezioni. Quan­to vale il destino dell’Italia? In appello i giudici tagliano 212 milioni e si arriva a 564,2 milioni di euro. Ma come fai a fidar­ti di giudici che rivedono i risarcimenti tanto al chilo? Tra il primo verdetto e la richiesta del Pg ballano quasi trecento milioni di euro, quasi seicento miliardi di lire.”