Draghi, la sua supplenza alla politica europea. Federico Fubini, La Repubblica

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 febbraio 2015 8:46 | Ultimo aggiornamento: 23 febbraio 2015 8:46
Mario Draghi, presidente della Bce (foto Lapresse)

Mario Draghi, presidente della Bce (foto Lapresse)

ROMA – “Se c’è stato un punto di svolta nelle settimane dell’insurrezione greca contro gli equilibri di Eurolandia, la data è probabilmente il 4 febbraio – scrive Federico Fubini de La Repubblica – Quella sera la Banca centrale europea ha diffuso un comunicato di pochi paragrafi. La Bce faceva sapere che avrebbe smesso di accettare titoli di Atene in garanzia per i propri prestiti alle banche, perché il nuovo governo respingeva le scelte necessarie a rendere quei bond anche solo minimamente affidabili”.

L’articolo di Federico Fubini: Quello era l’effetto del rifiuto di sottoscrivere un programma con l’Europa. Gli istituti greci, tagliati fuori dai normali flussi di liquidità, si sarebbero potuti alimentare solo tramite un canale di emergenza autorizzato da Francoforte.
Implicitamente, il messaggio che l’Eurotower stava recapitando a Alexis Tsipras era che il neo-premier sopravvalutava la propria capacità di tenuta. In realtà era già spalle al muro. Le banche stavano finendo l’ossigeno, il Tesoro era al punto di non poter più garantire i pagamenti il mese prossimo. La trattativa doveva partire da queste realtà per poter progredire, come puntualmente è poi accaduto con la sostanziale capitolazione della Grecia.
Sembra che quello stesso 4 febbraio, Mario Draghi avesse anche offerto un consiglio a Yanis Varoufakis. Al neo-ministro delle Finanze greco, assurto al ruolo di rock star della crisi finanziaria, il presidente della Bce avrebbe suggerito di tenere le proprie opinioni per sé. Draghi si riferiva all’idea che Varoufakis andava ripetendo che la Grecia era insolvente e dunque non aveva bisogno di nuovi prestiti dall’Europa, ma di un condono del debito. Se è così — gli ha fatto notare Draghi — allora la Bce doveva smettere del tutto di alimentare di euro le banche greche a fronte di garanzie elleniche, e il Paese sarebbe sprofondato nel caos nel giro di poche ore.
Non poteva essere più chiaro l’invito a smetterla con i proclami e scendere a compromessi. Draghi non ha fatto altro che il suo dovere di banchiere centrale. Ma ciò che ne è seguito, fino alla prima bozza di accordo di venerdì sera, è stato l’inevitabile effetto a livello politico (…)
Infine in estate arriverà la fase più delicata, ma ricca di opportunità. Fra luglio e agosto Atene dovrà rimborsare alla Bce titoli per 6,7 miliari che l’Eurotower acquistò all’inizio della crisi del debito. A quel punto però anche la banca centrale potrebbe dare una mano alla Grecia, perché potrebbe includerla nel piano di acquisti massicci di titoli di Stato su tutta l’area euro. In poco più di un anno la Bce è disposta a comprare circa 20 miliardi in più di nuovo debito greco, riducendone il costo e aiutando il governo. Quegli acquisti potenzialmente riguardano anche titoli a scadenza molto lunga, in teoria fino a trent’anni, e le relative cedole rientrerebbero al Tesoro di Atene tramite la banca centrale nazionale. Così Draghi offre a Tsipras l’opportunità di fare esattamente ciò che questi chiedeva: allungare, ristrutturare ed alleggerire le scadenze del debito, ma di farlo senza il trauma di un’insolvenza. È un’offerta di aiuto, a patto che la Grecia stia al gioco dell’area euro e non faccia saltare il tavolo. Nella speranza, da parte di Draghi, che prima o poi la politica europea faccia la propria parte. E non chieda ai banchieri centrali di entrare in supplenza dei propri fallimenti.