Ebola. Domenico Quirico, un reporter a Kenema, la “città cimitero”. La Stampa

di Redazione Blitz
Pubblicato il 14 ottobre 2014 13:19 | Ultimo aggiornamento: 14 ottobre 2014 13:19
Ebola. Domenico Quirico, un reporter a Kenema, la "città cimitero". La Stampa

Ebola. Domenico Quirico, un reporter a Kenema, la “città cimitero”. La Stampa

ROMA – Ebola. Domenico Quirico, un reporter a Kenema, la “città cimitero”. “Sono a Kenema e sto male”. Comincia così la testimonianza di un  reporter che ha voluto guardare in faccia l’inferno del contagio da Ebola. Domenico Quirico, il reporter della Stampa, già scampato dopo tre mesi di prigionia al rapimento in Siria, ha voluto vedere da vicino le terre dove si muore dell’epidemia al momento più pericolosa al mondo. Al confine tra Sierra Leone e Liberia ha visitato Kenema, la “città cimitero dove muoiono i medici eroi” (recita il titolo dell’ultimo articolo pubblicato). La penna di Quirico traduce lo sgomento di una città che brulica di essere umani e in cui ogni piccola distrazione conduce alla morte per contagio. Le notizie sono due: il resoconto di un viaggio tra gli ultimi dannati della Terra, il coraggio di un giornalista che non rinuncia, per nulla al mondo, al mestiere di raccontare.

Sono a Kenema e sto male. No, non è il mio corpo: la temperatura, agli ultimi controlli sulla strada, è confortevolmente fissa a 36.5. Sto imparando, rapidamente, i piccoli gesti dei tempi di Ebola: ad esempio non toccarsi mai gli occhi o il viso con le mani. Il morbo si insinua nelle piccole dimenticanze, usa le abitudini più banali per entrare in te.  No: l’anima, il di dentro, la fodera è quello che soffre. Ho l’impressione a Kenema, ai confini con la Liberia, che il tempo si trasformi in un muro e che per sopravvivere io debba procedere dentro quel muro. Cosa è questo benvenuto nel nulla?

Dal panico si può fuggire, ma se uno diventa il proprio panico? Chi attraversa il territorio di una epidemia come questa subisce una implosione verso l’interno e qualcosa, un rudere un cadavere un vuoto, brucia nel suo interno. Non si conosce forse più la combinazione per uscire da se stessi. La definizione umana che abbiamo prestato alle cose scompare, ed esse ci guardano con tutta la ostilità e la orribile primitiva estraneità che di solito è velata dalle illusioni, tutto crolla, nessun nome è più adatto. Un mondo minaccioso senza nome e perciò colmo di indefinita angoscia è in agguato.

Kenema è il luogo simbolo di questa epidemia. Qui nel grande ospedale sono morti 27 operatori sanitari, dal primario agli infermieri. Le loro foto sono esposte nella capitale come quelle di eroi nazionali. Dopo ci sono stati scioperi, nessuno voleva più venire a lavorare qui. Ma i virtuosi, intrepidi monatti di questa peste sono tornati, eroi come quelli che accettarono di entrare a Cernobil o nella centrale giapponese di Fukushima, a sfidare il Mostro nella sua tana. Sono loro che mancano, per affrontare le cifre sempre più alte dei contagiati, per presidiare i centri di trattamento, isolarla, spegnerla.

Ecco l’ospedale, un vecchio ospedale africano con le sue lamiere arrugginite, il muro di cinta coperto dalle baracche dei venditori ambulanti, ora deserte per il terrore. L’unica cosa nuova sono le tende bianche delle nuove strutture di internamento e di quarantena che disegnano le aree distinte e i percorsi obbligati: qui pericolo minimo, poi medio e massimo; e i riti che devono compiersi a queste porte progressive per entrare e uscire: lavare gli stivali, togliere secondo procedure minuziose i vari elementi della tuta protettiva, sempre in due per evitare di commettere errori mortali. Dall’ospedale viene un soffio caldo e malato.

Ma a Kenema c’è soprattutto il cimitero di Dama road, il cimitero di Ebola. Ci arrivi per un tratturo sterrato, nulla che ti ricordi che stai andando verso un luogo di sepoltura. La città brulica di esseri umani, ti chiedi con angoscia se mai sarà possibile fermare il contagio in questa massa. Ci sono belle moschee nuove, a Kenema, con le cipolle dei minareti di un verde e di un blu squillante; sui tetti di lamiera orribili avvoltoi dal gozzo rossastro sbattono le ali aspettando carogne. Molti cani si aggirano nella polvere e nelle immondizie, cani miti, intensamente bastardi. Sotto un cielo greve la città cuoce lentamente, è una di quelle ore in cui Ebola sembra diventata invisibile.

Al grande e selvaggio slancio delle prime settimane del morbo è succeduto un abbattimento: sì le grandi sciagure sono monotone. Le terribili giornate figureranno, quando tutto finirà, non come vampate interminabili e crudeli ma come un lungo calpestio che tutto schiaccia al suo passaggio. Tutto per chi abita qui è diventato presente. L’auto avanza ondeggiando in immense buche che la pioggia ha riempito di un fondiglio color fiele. Ecco l’ingresso del cimitero, le case sono posate all’interno tra le tombe, una giovane coppia lava il suo bambino e ci guarda. L’autista rifiuta di scendere dall’auto: per nulla al mondo andrà nel cimitero di Ebola. Dalle case avanza un vecchio e si offre come guida.

Valichiamo la soglia. Le prime tombe, quelle dei morti normali, sono curate, con piastrelle lucide, piccoli arredi che rivendicano ancora il diritto a una specifica agonia, a una morte immortale, monumentale. Poche sono segnate dalla croce, molte dalla mezzaluna musulmana. Camminiamo su un viottolo stretto, fangoso, il suolo rossastro sembra malato, la foresta infoltisce di alberi e cespugli, non ci sono più case qui, ovunque un sentore di morte fertile e selvatica. Ecco, un segno largo dell’uomo: queste sono le tombe di Ebola con la loro voce di carne malata, di festa epidemica, un luogo decrepito e giovane, un cadavere neonato. Solo rozzi tumuli in mattoni qui, e targhe con i nomi e la data.

L’ironia infinita dell’erba già avvolge le tombe. I manghi, gli alberi del kapoc, le palme da olio, i banani, i cocchi, una viva gioia pura della terra, ingoiano il cimitero, lo assorbono febbrilmente. Dalla boscaglia e le sue tombe invisibili si alza un vapore denso e viscido, gli alberi si urtano fra loro, i rami come lance, le foglie come coltelli. Mi sento un allievo monatto. Se mai la divinità di Ebola si è scelta un sede per il suo tempio sempre aperto deve essere qui. Kenema e il suo cimitero sono una allegoria, un labirinto, un incubo, una rivelazione. Questo luogo e il suo enorme carico di bestiale sofferenza e paura sono già pronti per il giudizio universale e forse, ignari, qui siamo già dietro le quinte della fine del mondo.

La sofferenza, la malattia, la deformità, la morte non hanno più che una coincidenza semantica con le nostre parole. Il rapporto con il defunto è, in Africa, un rapporto fisico: lo si tocca, lo si espone, lo si lava. L’acqua dell’ultimo bagno vien sparsa sui dolenti, in qualche caso la si beve. È così che Ebola ha attecchito e svolto il suo lavoro di morte. Perché il cadavere che rilascia tutte le sue secrezioni è il maggior veicolo di contagio. Quando uomini coperti da strani scafandri si sono presentati nelle case per portar via i cadaveri la gente si è ribellata, li ha nascosti: i nostri morti non possono finire così! Nella morte l’Africa dà un senso più elevato del proprio io.

Mi sono chiesto cosa significhi dolore, oggi, in questo occulto e indifeso lessico di sciagura e in qual punto stiano le lacrime in questo sconvolto universo corporale. Torniamo verso la capitale: a un distributore si avvicina una torma di mendicanti, tra loro alcuni ciechi, con minuscoli grumi tracomatosi bianchi. Li guidano dei bambini con il loro pigolio di zanzara, tenaci pacati insistenti come chi ha tutto il tempo per vivere e per morire. Ma mi accorgo che, nonostante la fame, si tengono a distanza, hanno paura anche loro del contagio. Il morbo sta radunando tutte le sue forze per gettarle sulle città e impadronirsene definitivamente, la Sierra Leone si militarizza, ormai amministrata di fatto dalla Organizzazione mondiale della sanità mentre l’Inghilterra spedisce 750 soldati, Cuba ne offre altri e 3000 americani sono già in Liberia. I campi di quarantena son circondati dal filo spinato, i soldati pattugliano le strade.

Giovanni Putoto l’epidemiologo dei «Medici per l’Africa Cuamm» che mi ha accompagnato in questo viaggio mi regala una sentenza dagli echi manzoniani: «Ebola è orribilmente egualitaria, colpisce i poveri e i ricchi, i giovani e i vecchi, in città e in campagna. Ormai è una corsa contro il tempo, o noi o lei. Le prossime otto settimane saranno decisive». All’aeroporto mi misurano ancora la febbre per rilasciarmi il permesso di partire: sempre 36.5, bene. Un funzionario scannerizza il mio passaporto. Finirà, mi spiega, nello schedario che raccoglie i nomi di tutti coloro che sono passati nella zona dell’epidemia. Ebola mi tiene per sempre.