Elena Ceste, Michele Buoninconti: Devo rivedere i miei figli

di Redazione Blitz
Pubblicato il 21 Ottobre 2015 13:07 | Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre 2015 13:08
Elena Ceste, Michele Buoninconti: Devo rivedere i miei figli

Elena Ceste, Michele Buoninconti: Devo rivedere i miei figli

VERBANIA – “Fatemi rivedere i miei figli”. Prima intervista in carcere a Michele Buoninconti, sotto processo per omicidio con l’accusa di aver ucciso sua moglie Elena Ceste. Massimo Numa per La Stampa lo ha raggiunto in carcere e l’ha intervistato. “Come sto in carcere? Male. Non sono in isolamento, com’è stato detto, ma sono passati nove mesi dal mio arresto e ora mi sento provato, molto provato”. In cella dal gennaio scorso con l’accusa di omicidio volontario aggravato della moglie Elena Ceste e di occultamento di cadavere ha firmato martedì scorso, nel carcere di Verbania, il ricorso contro la sentenza del Tribunale dei minori di Torino che ha deciso il decadimento della potestà genitoriale.

Massimo Numa scrive: Buoninconti, attraverso il suo avvocato di fiducia Enrico Scolari, ha voluto approfondire alcuni aspetti della sua vicenda. «Soffro di una angosciante nostalgia dei miei quattro figli. Il mio unico sogno è quello di poterli rivedere, anche per poco, anche per una mezz’oretta, e poter loro parlare, abbracciare, baciare uno a uno, sentire di nuovo le loro voci. Mi mancano da morire. Ecco, fra poco festeggeranno i quattro compleanni (la piccola ha quattro anni, poi un altro bimbo di 6, un maschietto di 11 e la più grande di 17, ndr) a poca distanza di tempo l’uno dall’altro, e io non ci sarò, non sarò con loro…». Commosso.

«E poi in due faranno presto la cresima, e di nuovo non sarò in chiesa con loro in questo momento così importante della loro vita, non li vedo dal giorno in cui mi hanno messo le manette». Michele è sempre stato molto religioso, un cattolico praticante, messa tutte le domeniche, con la famiglia nello stesso banco di una delle due parrocchie di Costigliole. In carcere assiste il cappellano, non ha mai smesso di pregare e di leggere la Bibbia.

Ferito dalla sentenza del Tribunale che lo ha descritto come pessimo padre, sotto ogni profilo: incapace di percepire la sofferenza dei figli per la scomparsa della madre come quando aveva proposto che tornassero a vivere, per risparmiare, nella casa di Costigliole dove s’è consumata la tragedia. «Ho fatto il possibile, in quei mesi, per non far loro mancare nulla, per divertirli, vivevamo in un isolamento provocato dall’assedio mediatico, non per mia scelta. Ho dovuto proteggere i miei bambini».