Elezioni 2013: prime pagine e rassegna stampa. Bersani, Grillo e Napolitano

Pubblicato il 27 Febbraio 2013 9:11 | Ultimo aggiornamento: 27 Febbraio 2013 9:11

La Lombardia sceglie Maroni. Il Corriere della Sera: “Apertura di Bersani a Grillo. Napolitano: prova complicata, ma la supereremo”. Atlante populista italiano. Editoriale di Ernesto Galli della Loggia:

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“È populista chiedersi quali «sacrifici» hanno compiuto l’on. Rosy Bindi, faccio per dire, o chessò il senatore Latorre, in questi ultimi quindici mesi, mentre alcune centinaia di migliaia di italiani perdevano il loro posto di lavoro? È populista chiedersi quali effetti del «rigore» governativo abbiano subito l’on. Bondi o l’on. Cesa, sempre tanto per dire, nello stesso periodo, mentre ottocentomila famiglie italiane chiedevano la rateizzazione delle bollette della luce e del gas che non riuscivano a pagare, o decine di piccole aziende e di negozi erano costretti ogni giorno a chiudere? È populista? Forse sì, chissà. Ma allora, per passare dalle stalle alle stelle, erano populisti anche i sovrani inglesi quando decidevano durante la Seconda guerra mondiale di restare a Buckingham Palace nel cuore della Londra colpita ogni notte dai bombardieri della Luftwaffe; o forse erano populisti — e va da sé della peggior specie — anche i membri dello Stato Maggiore tedesco che nell’autunno del ’42 decidevano di consumare alla mensa di Berlino lo stesso misero rancio che a qualche migliaia di chilometri di distanza consumavano i loro commilitoni assediati senza speranza a Stalingrado”.

La Repubblica: “Bersani apre a Grillo: no al Pdl”. La sede vacante. Editoriale di Ezio Mauro:

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“Alle prime elezioni dopo la fine di questa avventura, il Pd non riesce a imporsi come forza di governo alternativa a Berlusconi, ma anzi assiste alla resurrezione miracolosa del Cavaliere che gli sbarra il passo e sfiora addirittura la vittoria, al trionfo di Grillo che pesca abbondantemente nel suo campo con la sua proposta di rinnovamento della politica e sullo slancio diventa primo partito, all’afflosciarsi di Monti che doveva essere l’alleato di governo e che non riesce a compiere la trasformazione da bruco a farfalla, perché dal Premier tecnico non è sbocciato un leader politico.
L’ingovernabilità è dovuta a questo, prima ancora che ai numeri. La politica tradizionale – tutta insieme, Monti compreso – non ha capito che la vera posta in palio nelle elezioni era quella del cambiamento, cioè una risposta radicale e concreta alle disfunzioni e alle inefficienze della nostra macchina istituzionale e politica, e soprattutto alla sfiducia drammatica dei cittadini nei confronti del sistema. Quando la fiducia nei partiti scende al cinque per cento, e quella nel parlamento si ferma all’otto, siamo sotto la legge di gravità, nel senso che una democrazia non può stare in piedi, o almeno una repubblica non funziona. Gli scandali e il malgoverno hanno fatto il resto, allontanando ancora di più gli elettori dagli eletti, la lunga semina di antipolitica, per mesi e anni, ha preparato il terreno di coltura agli opposti populismi che si alimentano di crisi reale e fantasmi generici, come l’Europa, l’euro, la Germania, la Bce e le banche. La divaricazione tra la forza del vincolo europeo, che ci condiziona come Paese a rischio, e la debolezza della sua legittimità dal punto di vista del consenso democratico ha prodotto un esorcismo politico che semplifica la crisi mentre la nega, e la attribuisce comunque a colpe esterne, in una de-responsabilizzazione crescente”.

E il vincitore sconfitto ormai senza metafore è condannato a governare. Articolo di Francesco Merlo:

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“È il segretario senza sale, l’eroe suonato che ci commuove irritandoci: «Siamo primi ma non abbiamo vinto». Più precisamente è il vincitore sconfitto perché «la parola tocca a noi» anche se Berlusconi non ha perduto e Grillo ha trionfato. Ebbene, la vittoria mutilata, la sconfitta del vincitore non è facile da esprimere, non bastano più gli scogli da asciugare, le bambole da pettinare e i giaguari da smacchiare, non ci sono metafore per fermare «gli scappellotti» che promette Grillo né le sirene di Berlusconi che sussurrano il governissimo. Di sicuro il vinto-vincente Pierluigi Bersani è l’esatto contrario di Matteo Renzi che è invece diventato il perdente di successo, il blasonato, santificato dalla sconfitta alle primarie, destinato a sontuose celebrazioni, erede ormai per acclamazione. Perciò quando Bersani si agita sul trespolo in mezzo ai giornalisti e ai cameramen che gli si stringono a semicerchio sembra davvero il prigioniero a cui Beppe Grillo sino a ieri urlava: «Siete circondati, arrendetevi». Il tono è dimesso, da prefica, da orfano, da condannato al patibolo del governare. Ci proverà con Grillo «nelle sedi istituzionali» sapendo che sarà gabbato, ma non ha spazi: il governissimo con Berlusconi «non è praticabile perché va nella direzione opposta al cambiamento».
Quanto è frastornato! Nonostante gli occhiali di lettura perde il filo dell’intelligere, più va avanti e più si smarrisce nel labirinto, e magari è un cattivo presagio perché forse, da questo momento in poi, più si muoverà più si paralizzerà. E martirizza gli occhiali, che oggi prendono il posto del sigaro, mentre officia il rito funebre”.

Il Fatto Quotidiano: “Bersani si aggrappa a Grillo”. Quelli che l’avevano detto. Editoriale di Marco Travaglio:

“Il risultato elettorale più previsto e prevedibile del mondo – il trionfo di Grillo e l’in-governabilità al Senato col primato risicato del centrosinistra che s’è mangiato quasi 10 punti in un mese nella campagna elettorale più demenziale della storia, al punto da rischiare il sorpasso in retromarcia del centrodestra fermo da settimane sotto il 30 % – ha colto di sorpresa i migliori professionisti della politica e dell’informazione, che sarebbero pagati proprio per capire quel che succede nel Paese. Invece non hanno mai capito una mazza e ora assistono al naturale epilogo della Seconda Repubblica con occhi pallati, salivazione azzerata, lingua felpata e boccuccia a cul di gallina: “Chi l’avrebbe mai detto”. Per dirlo, bastava uscire per strada negli ultimi anni. Ma lorsignori avevano altro da fare. Morto di sonno. “Forse un’occhiata ai sondaggi potrebbe rendere Grillo più cauto. Secondo gli ultimi dati il M 5 S è sceso ancora, e oggi varrebbe meno del Pdl senza Berlusconi… Per riprendersi dal colpo di sonno Grillo ha subito apparecchiato il solito campionario di finezze sui politici. Ma evidentemente continuare a sventolare la frase più ripetuta nei bar italiani da 50 anni dopo “il gol della Juve era in fuorigioco”, e cioè “i politici devono andarsene a casa”, non basta più per riscuotere il successo di qualche mese fa” (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 3-1). Come Cicciolina. “Ora Grillo vale quanto Cicciolina”.

Il Giornale: “Giù le mani da Berlusconi”. Caccia al Grillo addomesticato. Editoriale di Vittorio Feltri:

Cari lettori, metto le mani avan­ti: non ho intenzione di am­morbarvi con l’analisi del vo­to. Siamo già arcistufi di com­menti stereotipati. Diciamo piuttosto che il risultato elettorale è un fritto misto indigesto e non consentirà di servire agli italiani un piatto dal sapore passabile. Lo si è capito dal discorso pronunciato ieri da Pier Luigi Bersani, il quale, nonostan­te sappia benissimo di non avere i nume­ri per governare, ci prova lo stesso. Con chi? Chiunque sia disposto ad accettare le sue proposte. In pratica si è apparec­chiato a gestire il Paese senza avere una maggioranza organica. Contento lui… Ciò comunque dimostra a quale punto di degrado sia giunta la politica patria. Ho un sospetto, anzi una certezza, deri­vante non solo dalle parole di Bersani, ma anche da quelle di Beppe Grillo. Il pri­mo lascia intendere che col secondo si può ragionare; e il secondo ammicca al primo: sarei disposto ad appoggiare un esecutivo simile a quello di Mario Monti, ma con un personaggio diverso da que­sti. Se non è un’apertura, non è neppure una chiusura”.

La Stampa: “Bersani, apertura a Grillo”. La crepa fra giovani e vecchi fa volare 5 stelle. Editoriale di Mario Deaglio:

“Questa è una guerra generazionale!: così Beppe Grillo sul suo blog mentre si stava delineando il risultato elettorale più sbalorditivo della storia italiana. Un’affermazione insolita, certo, ma anche un utile punto di partenza per analizzare seriamente il Movimento 5 Stelle. La maggioranza degli italiani di età media o medio-alta, o dai redditi medi o medio-alti, in questi anni non lo hanno trattato come un fenomeno politico-sociale; lo hanno invece relegato, assai poco saggiamente, al rango di manifestazione folkloristica. Alla base del successo del Movimento 5 Stelle non c’è affatto il folklore ma una lacerazione ampia, profonda e sottovalutata del tessuto economico-sociale italiano. Quasi novant’anni fa, un’intera generazione di italiani ebbe le proprie certezze, le proprie aspettative – e spesso la propria vita – distrutte dalla Prima Guerra Mondiale e da quanto ne seguì”.