Emanuela Orlandi. Capaldo ha bruciato tutti, sui giornali reazioni e polemiche

Pubblicato il 22 Giugno 2013 19:36 | Ultimo aggiornamento: 22 Giugno 2013 19:36
Emanuela Orlandi. Capaldo ha bruciato tutti, sui giornali reazioni e polemiche

Giancarlo Capaldo. Sul caso Orlandi ha spiazzato tutti

Nel giorno dei 30 anni dalla misteriosa scomparsa di Emanuela Orlandi, il 22 giugno 19 83 non ci sono stati i fuochi di artificio che era forse lecito attendersi dopo mesi di colpi di scena e di rivelazioni tanto clamorose quanto inverosimili, dalla scoperta del flauto di Emanuela Orlandi alla auto accusa di Marco Fassoni Accetti di avere partecipato al rapimento.

Ci ha pensato il procuratore aggiunto della Repubblica di Roma, Giancarlo Capaldo,a spiazzare tutti, dicendo apertamente che Emanuela Orlandi è morta e che ora il problema degli investigatori è stabilire come e per mano di ci.

La dichiarazione di Capaldo ha trovato eco sui giornali che più attivamente hanno seguito la vicenda.

Fabrizio Peronaci, del Corriere della Sera, ha scritto anche libri su Emanuela Orlandi ed è stato in testa agli scoop degli ultimi anni, anche se nessuno ha poi portato ai risultati sperati. Secondo Peronaci, Giancarlo Capaldo

“ha fatto intendere che la soluzione è imminente. Il che – accompagnato dall’amarezza per il ventilato, tragico esito – è senza precedenti: tanto ottimismo investigativo non si era mai registrato”.

Peronaci si chiede:

“Ma per mano di chi Emanuela Orlandi è morta? In che circostanze? Coperti dal segreto istruttorio, sono forse emersi riscontri decisivi, come l’individuazione del luogo di sepoltura?”.

Fabrizio Peronaci, che ha anche scritto un libro con lui, riporta con simpatia la reazione di Pietro Orlandi, il quale

“ha reagito con rabbia: «Morta? A noi familiari la Procura non ha detto niente. Ci sono prove? E quali? Spero in un equivoco, altrimenti la magistratura perderebbe di credibilità. Annunci del genere non si possono fare durante la presentazione di un libro»”.

Secondo Fabrizio Peronaci,

“le dichiarazioni di Capaldo, in ogni caso, vanno poste in relazione alla fase recente dell’inchiesta, che ha visto al centro il supertestimone Marco Fassoni Accetti, 57 anni, fotografo d’arte, che lo scorso 24 aprile dichiarò alCorriere: «Partecipai al sequestro di Emanuela, io ero uno dei telefonisti». Dopo queste rivelazioni, l’uomo è stato indagato per sequestro di persona aggravato dalla morte dell’ostaggio. E successivamente, in 9 interrogatori, ha messo a verbale un racconto minuzioso, quasi maniacale su quanto sarebbe accaduto 30 anni fa, a partire dal «prelevamento» della Orlandi davanti al Senato grazie a un inganno (la vendita di prodotti Avon), con la complicità inconsapevole di una compagna del convitto”.

“Sempre a proposito delle ore iniziali del giallo,  è trapelato un dettaglio inedito. Il fotografo avrebbe riferito che gli organizzatori del «rapimento simulato», che sarebbe dovuto terminare in pochi giorni, «istruirono» Emanuela sulla versione da dare ai genitori al suo rientro: la ragazza avrebbe dovuto dire che ad indurla a non rincasare, fingendosi amica di una delle sorelle, era stata una giovane francese, Catherine, abitante in via Giubbonari, dove l’avrebbe portata per mostrarle prodotti cosmetici e bigiotteria”.

Ma quanro è credibile Marco Fassoni Accetti? Per Fabrizio Peronaci

“sono due gli elementi considerati cruciali. Intanto la voce: l’indagato fa intendere che era proprio lui l’«Amerikano», che promise telefonicamente lo «scambio» di Emanuela con Agca; poi c’è il nodo principale: di quale anomalo gruppo criminale si trattava? Il fotografo parla di un «nucleo di controspionaggio» composto da laici ed ecclesiastici (con il supporto di «fiancheggiatori» della Stasi), coinvolto negli anni ’80 in azioni di ricatto per condizionare le politiche della Santa Sede”. […] E’ uno scenario credibile? Difficile dirlo, almeno fino al termine dell’istruttoria. Ma, certo, il racconto di Marco Fassoni Accetti di «verità scomode» ne contiene molte. Ammesso che a queste si riferisse il procuratore aggiunto”.

Se Peronaci, da vecchio cronista, resta aperto a ogni ipotesi e in sostanza problematico, segue ivece una linea tutta sua Rita di Giovacchino del Fatto:

“Trent’anni di indagini, fantomatiche piste, depistaggi, mezze verità. Il Papa polacco è morto, il muro di Berlino è caduto, Ali Acga è tornato in Turchia ed è finita così la speranza di barattare la libertà del terrorista con la ragazzina inghiottita dal nulla. La scomparsa è un buco nero attorno al quale ruotano “verità scomode”.

Giancarlo Capaldo, ricorda Rita Di Giovacchino, ha appena pubblicato un libro, Roma mafiosa, che

“descrive una malavita in cui ancora operano gli eredi della Banda della Magliana, tanto vicina a centri di potere da gestire il sequestro di una ragazzina colpevole di essere cittadina vaticana per conto di ambienti vaticani”.

Anche appare difficile capire cosa sostenga la sua convinzione, Rita Di Giovacchino sostiene.

“Sono tre anni che la Procura di Roma ha imboccato questa pista, l’inchiesta avrebbe dovuto chiudersi in questi giorni, allo scadere dei 30 anni, ma Capaldo e il pm Simona Maisto hanno chiesto ancora 90 giorni per ultimare alcune perizie. […] Secondo Fassoni Accetti, sia lei che Mirella Gregori, scomparsa un mese prima, sarebbero ancora vive. Ma Capaldo non gli crede, la certezza che Emanuela sia morta si fonda sulla testimonianza di Sabrina Minardi, all’epoca amante di Enrico De Pedis [Banda della Magliana], che avrebbe assistito all’eliminazione dei suoi resti gettati in una betoniera nei pressi di Torvaianica. Anche la donna è indagata insieme a tre uomini dello stretto entourage di De Pedis. Ma il nome che ha destato maggior sorpresa è quello di monsignor Pietro Vergari, ex rettore della basilica di Sant’Apollinare, ritenuto personaggio di raccordo tra il Vaticano e la malavita romana”.

sempre un po’ distaccato e scettico, il principale quotidiano di Roma, il Messaggero, dà invece voce all’ex giudice Ferdinando Imposimato, ora legale della madre di Emanela Orlando, che negli ultimi tempi ha dato anche credito a teorie abbastanza azzardate come  che la Orlandi viva probabilmente in Turchia.

Imposimato è subito entrato in contrasto con Capaldo: per Imposimato le ipotesi relative alla morte di Emanuela

“sono destituite di qualsiasi fondamento probatorio. […] Ci sono molte testimonianze che dimostrano che Emanuela era viva anni dopo il rapimento. A Ulm in Germania alcune persone l’hanno vista con dei bambini, forse i suoi.”

E ancora:

“La logica criminale impone di ritenere che Emanuela non sia più in vita, ma ai famigliari bisogna lasciare la speranza”.

Anche Ilario Martella, giudice istruttore nell’inchiesta sull’attentato a Papa Wojtyla e nella prima fase dell’inchiesta sul sequestro della Orlandi, rimane perplesso, riferisce il Messaggero, di fronte alle dichiarazioni del pm Giancarlo Capaldo:

“Finché non si trovano i resti non ci si dovrebbe avventurare in ipotesi”.

L’ex giudice istruttore, riferisce il Messaggero,

“si è sempre detto convinto che il sequestro della figlia del commesso vaticano, avvenuto nel giugno di trent’anni fa, sia legato ad una «organizzazione criminale forte e ramificata e rientri in un intrigo internazionale»”.